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La leadership che manca

Che leadership serve per affrontare il futuro? Ne abbiamo parlato con Gabriele Segre, direttore della Fondazione “Vittorio Dan Segre”

Gabriele Segre, di recente un tuo contributo è comparso nel volume “Leadership inclusiva” (ed. ilSole24ore). Innanzitutto, cosa dobbiamo intendere per leadership? “Comandare” può ancora essere considerata una buona traduzione?

Gabriele Segre, direttore della “Segre Foundation”, è nipote di Vittorio Dan Segre

Partiamo da questa piccola provocazione: avere leadership significa “comandare”? In realtà non è mai stato così. La tua domanda però mi rinfranca, perché il soggetto della frase è giusto: dobbiamo parlare di leadership e non il leader.

Che differenza c’è?

È una differenza sostanziale per comprendere la complessità della modernità. Per anni la parola leader è stata abusata. Richiama l’idea del comando, ma abbandona qualsiasi riflessione sul piano etico. Bisogna allora fare chiarezza su cosa consiste la “leadership”. Il termine denota e deve denotare un’idea chiara, senza equivoci. Innanzitutto la leadership è sempre associata a un’azione, mai a un carattere: per questo è sbagliato parlare di leader, perché nessuno può essere leader “a vita”, mentre si può esercitare una leadership in alcuni momenti. Pensa a coloro che sono considerati grandi leader: Churchill, o Mandela; per non parlare di quelli negativi; ciascuno ha esercitato leadership per una o più fasi durante la loro vita e impegno pubblico, ma non sempre. Se guardiamo a questi esempi, ci rendiamo conto che nessuno è mai leader per tutta la vita. Quello che ciascuno può fare, a prescindere dalla posizione di autorità e comando, è allora esercitare la leadership in un certo periodo, per una certa azione. Se invece assolutizziamo le figure, emergono i problemi: ogni figura storica ha avuto infatti la capacità di esercitare leadership in alcuni momenti e in altri no.

il libro edito da IlSole24ore sulla leadership

La leadership come azione rivolta a un certo risultato, dunque, E poi?

Direi, anche: leadership come esercizio di una serie di capacità. Forse quella più importante è la capacità di orchestrare le migliori energie attorno a un obiettivo, per sviluppare una risposta collettiva e condivisa di fronte a un problema riconosciuto come una sfida urgente e fondamentale per la società o per un gruppo. Come capisci, anche qui siamo lontani da un’idea di semplice comando, né necessariamente di guida. Esercita una leadership chi riesce a comprendere la naturale complessa di un problema e possiede la capacità di mobilitare gli altri per identificarne la soluzione ed attivarsi al fine di perseguirla.

Questa tua idea ha effetti sui modelli possibili di governo? Mi spiego: potremo dire che la differenza tra leadership/leader è quella che passa tra una democrazia e un sistema politico non pienamente democratico?

Winston Churcill (1874-1965), primo ministro inglese nella II guerra mondiale

Distinguerei due livelli. A un primo livello, l’idea di leader presuppone una verità inconfutabile: il leader è colui che detiene la verità, la migliore strategia di azione, e agisce sulla base di tale certezza, seguita da tutti gli altri. Che parliamo di religione o di politica, il leader mette l’accento sulla natura unica e incontrovertibile della sua verità. La democrazia per sua natura non ha una verità assoluta, ma è in costante ricerca dell’interpretazione della complessità del reale. Quello che la rende tale è la sua costante adattabilità alle modificazioni dinamiche e mutuanti della complessità. In questo senso, certo la democrazia si avvicina al concetto d leadership.

E al secondo livello?

A un secondo livello, direi che possiamo unire democrazia e leadership solo se la democrazia non si limita a garantire una struttura sociale e politica basata su alcuni principi – passaggio di potere non violento, libertà di pensiero, tutela delle minoranze, etc… – ma si fa carico di realizzare un progetto culturale. Voglio dire che una leadership democratica è quella che prevede la capacità di mettere sempre in discussione il proprio posizionamento, ed è in grado di comprendere che le sfide della complessità non hanno sempre una risposta di natura tecnica.

primavera 2022: Draghi Macron e Scholz in viaggio verso l’Ucraina

Questo aspetto è molto interessante. In Italia, per esempio, periodicamente la politica sente il bisogno di affidarsi a dei tecnici: professori, grandi dirigenti di Stato, ecc…

Direi che questi tecnici di altissimo profilo, che potremmo definire il “Management della politica”, hanno la capacità di sviluppare una riposta tecnica a domande complicate; questo però non ci assicura che verranno prese sempre le soluzioni migliori. La leadership, al contrario, è la capacità di affrontare la complessità del reale con una lettura non esclusivamente tecnica dei problemi, ma sviluppando un approccio “adattivo”. La leadership interviene così sull’agire e sul riconoscersi. La stessa cosa richiede la democrazia: una costante capacità di mettere in discussione sé stessa. Insomma, non tutto si può risolvere sempre affidandoci a dei tecnici, per quanto esperti.

È evidente che oggi viviamo un tempo di crisi, lungo ormai quasi una generazione, tra terrorismo religioso, disastri finanziari, pandemia e ora la guerra. Come ci si può attrezzare per fronteggiare le emergenze, e possibilmente come si lavora per superarle?

ll premier indiano, Modi

Io credo che noi viviamo in un tempo di crisi perché viviamo grandi sfide adattive che si stanno presentando tutte assieme. Si fa difficoltà a distinguere ciò che bene e ciò che male, e il cambiamento è sempre difficile e doloroso. Quando poi si è costruito un certo senso di appartenenza, sulla base di certezze, di orientamenti consolidati, e poi queste strutture all’improvviso cadono, sopravviene un senso di smarrimento. Questa è la situazione in cui ci troviamo ora. Le crisi adattive in corso sono numerose: la crisi climatica; la crisi della globalizzazione, che aveva puntato tutto sull’espansione della crescita; quella tecnologica, che ha cambiato le nostre vite. Dobbiamo sviluppare la capacità di convivere in società complesse. La democrazia devia di fronte la sfida di ripensare sé stessa in un mondo che è cambiato molto dal punto di vista demografico, economico, tecnologico. C’è bisogno di cambiamenti profondi anche in noi stessi. Oggi leadership significa esercitarsi per attivarsi e reagire a diversi livelli, riconoscere che abbiamo molti problemi, e che non tutti sono risolvibili in modo tecnico. In un tempo in cui la fede nella tecnica è ancora alta, dobbiamo essere consapevoli che la risposta alla crisi non è solo tecnica. Dobbiamo lavorare su di noi, attivare energie e risorse per comprendere tale complessità.

i leader di Cina e Usa, Xi e Biden

Nel tuo intervento tu metti in evidenza la cultura del dialogo e del riconoscimento reciproco. Eppure viviamo un tempo di “identità semplificate”: ci riconosciamo in caratteri netti, semplici, che si contrappongono a ipotetici caratteri opposti (es: bianco/nero; immigrato/residente; eterosessuale/omossessuale). Cosa c’è di sbagliato nel coltivare un’identità così chiara di sé stessi?

Non c’è niente di sbagliato. È semplicemente necessario imparare a pensare in modo complesso, anche perché, se ci pensi, la natura, il mondo, l’umanità intera, non è mai stata bianca o nera. Poche volte nella storia è possibile offrire una risposta chiara e definita ai problemi; spesso queste poche volte hanno portato con sé sacrifici enormi e tragici, anche in termini di vite. In genere tuttavia, le risposte alle sfide della società complessa non sono mai chiare; non per nostra incapacità, ma per la complessità del reale. Per natura, noi non siamo esseri semplici. Possiamo costruire i nostri piccoli giardini, ma dobbiamo essere consapevoli che nei tempi che viviamo nessun giardino rimarrà puro e incontaminato, perché prima o poi entreremo in contatto con l’altro. Nessuno di noi è una monade. Una delle sfide che abbiamo è proprio comprendere che il giardino chiuso non è una realtà possibile, non più.

Cerchiamo di tradurre quello che si è detto finora in un linguaggio politico. L’autoreferenzialità che si respira nelle nostre società, spesso un vero conformismo, che tipo di offerta o modello politico può sorreggere?

una metropoli occidentale, oggi

È difficile fare una previsione. Se parliamo del mondo occidentale e moderno, oggi viviamo in una società capace di destrutturare gli ordini che l’avevano dominata e governata per secoli. Dalla fine dell’Ottocento in Occidente abbiamo messo al centro della società l’uomo e la sua libertà, con un progressivo abbandono di quelle verità a lungo considerate incontrovertibili. In questo modo si è cercato di rispondere alle tante ingiustizie sociali del passato. E tuttavia, ogni società per convivere ha bisogno di un ordine, di equilibrio. Oggi la sfida è costruire un nuovo ordine, raccogliendo la tradizione liberale e i suoi insegnamenti, rispondendo alla richiesta di giustizia sociale e culturale che è l’eredita più forte del sistema liberale. Se la politica non riuscirà, avrà abdicato al suo ruolo di leadership.

Un leader inclusivo, si legge nel volume cui anche tu hai partecipato, deve saper coltivare il valore del dubbio. Ma in politica avere dei dubbi non è segno di debolezza?

la crisi demografica e quella climatica sono tra le cause principali della instabilità odierna

Chiunque di noi pensa di far politica deve capire che c’è un mondo che esprime domande sulla propria esistenza e che richiede risposte adattate alla complessità del reale. La politica non può non esprimere dubbi, perché la complessità che ci circonda ci mette costantemente in gioco. Il politico che pensa di rispondere a tutta questa complessità invocando un senso di sicurezza e superpotenza e avanzando la richiesta di ricevere pieni poteri per risolvere le grandi questioni che abbiamo di fronte è molto lontano dalla comprensione della natura della complessità. Il leader politico, oggi, è quello/a che mette in evidenza tale complessità, e che naturalmente non si arrende ad essa, ma convoca le migliori energie collettive che ci sono per rispondere in modo più attento e preciso, ma mai certo, alle grandi sfide che dobbiamo affrontare.

Ti senti di dare un giudizio sul tipo di leadership che oggi governano due paesi come Italia e Israele? In Italia abbiamo un’assoluta novità: una donna, a guida del partito più a destra dell’arco costituzionale. In Israele invece un vecchio leader che ha cambiato più volte linea e alleati pur di mantenere il potere. Vedi più somiglianze o affinità tra queste due leadership?

Giorgia Meloni, prima premier donna italiana

Un primo carattere comune, è la capacità di rispondere alla richiesta di ordine posta dall’elettorato; sia Giorgia Meloni che Benyamin Netanyahu probabilmente hanno saputo intercettare la richiesta di dare risposte a un elettorato che vive un forte smarrimento culturale, sociale ed economico, quello che pervade le nostre società. C’è una ragione per cui oggi le destre vincono e convincono, ed è perché sanno interpretare meglio questo desiderio di ordine, nel momento in cui le società liberali, arrivate vicine al loro massimo compimento, non sanno più offrire un nuovo modello ordinato di fronte alle crisi in corso. Questa mancanza di ordine viene percepita con smarrimento e paura, e le destre offrono una risposta. Oggi moltissimi cercano una qualsiasi forma di ordine, e la risposta a questa esigenza proviene non dalla parte progressista della società. La destra cerca una risposta nel passato, la sinistra è in cerca di sé stessa. Israele e Italia sono accomunate in questo: sia Meloni che Netanyahu dovranno provare a elaborare un modello di Stato che vada oltre il liberalismo, e credo cercheranno la loro risposta alla sfida della complessità.

Netanyahu (nella foto: con la moglie, dopo la vittoria), a capo del governo più a destra della storia di Israele

Un’ultima domanda. Nella tua descrizione della leadership, che contributo può dare il pensiero ebraico? Mi viene in mente la leadership di Mosè: capace di guidare un popolo verso la libertà, ma che poi non governa più nel moneto in cui si arriva a Canaan, e bisogna organizzare lo Stato.

Certamente Mosè è un esempio moderno di leadership, soprattutto perché ha saputo esercitarla nel momento giusto, nel momento dell’uscita dall’Egitto e della vita nel deserto, e non avrebbe saputo necessariamente farlo in un contesto diverso. Certamente c’è in questo molto dello spirito della modernità che ho provato a descrivere. C’è però anche un altro elemento fondamentale, che a me pare abbia a che fare con il costante esercizio del dubbio. L’ebraismo è in costante discussione delle sue certezze, e invita a porre la domanda più che a offrire la risposta. Non esistono dogmi nell’ebraismo, mi sembra. Direi che nell’ebraismo non c’è la cultura della età immutabile. In questo senso, l’ebraismo ci insegna la capacità critica di guardare alla complessità del reale, insegna all predisposizione mentale per cui non tutto ciò che è permesso nella realtà è un’opzione percorribile. È un pensiero che ci educa alla riflessione, al dubbio, a trovare risposte nuove davanti la complessità del mondo.

* Nella foto in copertina: Ben Gurion, primo premier di Israele

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Una risposta

  1. Molto interessante la differenza tra le due parole leader e leadership.la leadership si muove in gruppo e insieme alle scelte tecniche deve studiare bene le complessità e le richieste del mondo attuale che sono altre da quelle ad esempio de primo 900.
    Il leader e’ un uomo solo che comanda e che troppo spsse non riesce a comprendere le richieste che ho arrivano,non entrando quindi nella loro complessità necessaria per andare avanti.
    Direi che il leader ha un tempo stabilito.nel quale esercitare le sue decisioni,a meno che non sia un dittatore,mentre una leadership e più autonoma e proprio nello studio delle complessità del mondo attuale, puo trovare risposte più valide che gli garantiscono un tempo più lungo per attivare le decisioni prese.

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