Il mondo che cambia
Con Maurizio Molinari proviamo a leggere le dinamiche in corso sul piano geopolitico, ma anche gli effetti per il mondo ebraico italiano
L’epoca che stiamo vivendo è la più drammatica, sul piano geopolitico, dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se guardiamo gli attori in campo, gli Stati Uniti sembrano preoccupati per l’affermazione della Cina mentre la frantumazione dei blocchi, ad Est e Ovest, porta al tavolo dei grandi i Paesi del Golfo, India, Brasile, Sudafrica e altri ancora; e con la Russia che non rinuncia alle ambizioni globali. Come legge un mondo in tale competizione?

Il mondo è in una fase di transizione perché le tre maggiori potenze – Usa, Cina e Russia – sono in competizione per definire il nuovo ordine internazionale. Quello vecchio, fuoriuscito dalla Guerra Fredda, basato su globalizzazione e multilateralismo, è di fatto difeso ormai solo dall’Europa. Fino a quando non avremo il nuovo ordine, vi sarà incertezza. La transizione può durare tre, cinque, sette anni o anche più. Nessuno può dirlo. Gli esiti possibili però sono solamente tre: una guerra diretta fra le tre maggiori potenze; una nuova Yalta che stabilisca le sfere di influenza; la conflittualità permanente, ovunque, sul modello di quanto sta avvenendo ora.
Politica e Storia sono spesso frutti anche di singoli leader. Che giudizio esprime su Donald Trump? Anche gli analisti faticano, spesso, a comprendere se le sue mosse siano frutto di impulsi personali o seguano una strategia politica.
Trump è uno dei tre leader che vuole cambiare l’ordine di sicurezza internazionale, assieme al russo Vladimir Putin ed al cinese Xi Jinping. Questa è la maggiore differenza con il predecessore Joe Biden, che invece voleva preservare gli equilibri globali fuoriusciti dal crollo del comunismo sovietico. Trump ritiene che quell’approccio fosse perdente perché rendeva l’America immobile di fronte alle altrui iniziative. E dunque sceglie di andare all’offensiva. Questo significa che Trump punta a ridefinire il ruolo dell’America nel mondo sulla base dei propri interessi nazionali: dalle materie prime al commercio, dalla proiezione militare all’innovazione digitale. Per alleati e avversari degli Stati Uniti significa trovarsi davanti ad un presidente americano che genera instabilità al fine di poterla governare, indirizzare. Seguendo lo schema che lui stesso ha spiegato nel libro autobiografico “The Art of the Deal”, pubblicato nel 1987.

Uno degli epicentri del disordine è il Medio Oriente. A quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, Hamas non è stato sconfitto, a Gaza la crisi umanitaria continua, il fronte del Libano non è chiuso e l’Iran sembra saper resistere agli attacchi aerei americani e israeliani. Come valuta la posizione di Israele in questo momento?
Il teatro più conteso è il Mediterraneo, sul quale il Medio Oriente si affaccia. Perché tutti ne hanno bisogno. La Cina per realizzare la “Nuova Via della Seta” che punta a trasferire beni e servizi da Pechino fino ai più ricchi mercati planetari, in Europa Occidentale; la Russia per tornare a coltivare ambizioni imperiali, perché la storia insegna che Mosca ha sempre avuto bisogno di due porti – San Pietroburgo sul Baltico e Odessa sul Mar Nero – per proiettarsi nei mari del Nord e nel Sud; e gli Stati Uniti per creare un argine alle crisi che vengono dal Sud del mondo, in Asia come in Africa. La battaglia è sul Mediterraneo perché chi lo controllerà avrà voce in capitolo sui commerci, e gli equilibri Est-Ovest per i decenni a venire. Da qui la sfida sul Medio Oriente, che è un tassello dello scacchiere mediterraneo, con Hamas che il 7 ottobre 2023 attacca Israele per far fallire gli “Accordi di Abramo” che dal 2020 legano lo Stato Ebraico a molti Paesi sunniti nella regione. Gli “Accordi di Abramo” sono stati voluti da Trump e sono il tassello centrale del tentativo Usa di costruire – fra India, Medio Oriente ed Europa – un corridoio di infrastrutture capace di ridisegnare la regione nel segno della connettività, in evidente competizione con la “Nuova Via della Seta” cinese. Dunque, Israele è un attore della geometria geopolitica di Washington per portare sicurezza e prosperità in un Medio Oriente ponte fra India ed Europa. Mentre l’Iran gioca al contrario: colpire Israele per allontanare Washington dalla regione e garantire a Mosca e Pechino un ruolo di leadership regionale. E’ una partita mozzafiato. Dove si gioca duro, senza esclusione di colpi.
La guerra all’Iran che impatto avrà in Medio Oriente?

La guerra in Iran ha due dimensioni sovrapposte. La prima è il duello Iran-Israele: la Repubblica islamica dal 1979 persegue la distruzione dello Stato ebraico per costruire attorno a tale obiettivo un’egemonia regionale ai danni dei Paesi sunniti mentre Israele si batte per far fallire tale progetto, innanzitutto sopravvivendo ma anche, dopo il 7 ottobre 2023, perseguendo il rovesciamento del regime di Teheran. La seconda dimensione è la sfida fra gli Stati Uniti da un lato e Russia-Cina dall’altro per cogliere un successo capace di condizionare il match sul nuovo ordine internazionale. Dunque, si tratta di un conflitto che avrà conseguenze di lungo termine, non solo in Medio Oriente.
Perché il conflitto in Iran è in una fase di stallo?
Perché a Teheran i Guardiani della rivoluzione di Ahmed Vahidi (attuale comandante ad interim dei Pasdaran dopo la morte del precedente leader ad opera degli attacchi israelo-statunitensi, n.d.r.) hanno preso il potere, sfruttando la debolezza fisica del nuovo Leader Supremo Mojtaba Khamenei, trasformando la Repubblica islamica in una dittatura militare. Già prima della guerra i pasdaran controllavano il programma nucleare, l’arsenale balistico, i rapporti con i gruppi terroristi all’estero e il passaggio nello Stretto di Hormuz. Poi, a inizio gennaio, hanno guidato la repressione di moti di protesta causando oltre 40 mila vittime. Ed ora l’eliminazione di due linee di comando degli ayatollah da parte di Israele gli consente di dominare la scena. Poiché ciò che vogliono è anzitutto conservare il controllo degli arsenali militari e del potere economico, non sono interessati a compromessi di sorta. Puntano però sulla sopravvivenza per rafforzare il controllo sull’Iran e sull’aggressività militare per reprimere il dissenso e tenere lontani i nemici esterni.

L’Europa sembra finora aver giocato un ruolo residuale in Medio Oriente mentre sostiene con forza l’Ucraina contro la Russia. Come giudichi le mosse della Ue?
L’Ue è debolmente unita sull’Ucraina e palesemente divisa sul Medio Oriente. E’ lacerata sui rapporti da tenere con Washington e Gerusalemme. Oscilla su Pechino. Nel complesso è l’immagine di un attore che potrebbe essere globale ma resta troppo esitante, incerto. Le manca “l’urgenza di diventare nazione” come continua a ripetere Mario Draghi, ex presidente della Bce ed ex premier, secondo il quale dovrebbe reagire, superare tali lacerazioni, e darsi politiche comuni su energia, difesa ed intelligenza artificiale. L’Europa avrebbe bisogno di aprire un confronto politico sulla ricetta Draghi.
La premier Giorgia Meloni sembra in difficoltà, perché il suo smarcarsi da Trump e Netanyahu dopo la sconfitta nel referendum ha innescato conseguenze a pioggia, raffreddando in particolare i rapporti con Washington, le ha attirato l’ira del presidente americano. Oggi l’immagine di Meloni appare appannata, incerta. Che scenario ha davanti a lei?

I maggiori risultati di Giorgia Meloni sono la credibilità e stabilità del governo italiano sulla scena internazionale, frutto della scelta di posizionarsi sempre a metà strada fra Ue e Usa: dall’Ucraina al Medio Oriente, dai dazi alla Groenlandia. Nessun altro leader europeo è riuscito su questo fronte. Ma, dopo la sconfitta nel referendum sulla giustizia, tutto ciò si è indebolito a causa di scelte e decisioni – a cominciare dal divieto di atterraggio a due aerei americani nella base di Sigonella in Sicilia – innescando una spirale di tensioni con Washington e, in seconda battuta, anche con Gerusalemme. Tutto ciò l’ha indebolita perché il suo ruolo di ponte Usa-Ue ne esce ridimensionato mentre, sul fronte interno, è assai difficile immaginare che gli elettori della sinistra più radicale possano guardare a lei. Dunque, Meloni ha davanti a sé un bivio: tornare ad avere una posizione in equilibrio fra Washington e Bruxelles, riaffermando tale dimensione di leadership, oppure continuare a scivolare su posizioni critiche nei confronti di Washington e Gerusalemme con il risultato di indebolirsi a favore dell’opposizione.
Infine, c’è la questione del mondo ebraico italiano. Dal 7 ottobre 2023 gli ebrei italiani vivono quasi separati dal resto della società civile. Vengono pubblicamente additati e offesi, vi sono aggressioni fisiche, viene loro richiesto in maniera aggressiva di smarcarsi da Benjamin Netanyahu. Sono attaccati da sinistra ed ora anche da destra. In una cornice di aumento costante di ostilità antiebraica. Tutto questo mentre la nuova governance dell’Ucei si è da poco insediata. Cosa c’è all’orizzonte degli ebrei italiani?
Gli ebrei italiani sono alle prese con la più lunga e intensa ondata di intolleranza dalla fine della Seconda guerra mondiale. E’ iniziata il 7 ottobre 2023 con la carenza di empatia per le vittime del pogrom di Hamas ed è poi continuata con una campagna di delegittimazione dell’esistenza di Israele che ha portato al dilagare dell’antisionismo, nuovo volto dell’intolleranza antiebraica. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le critiche che si possono legittimamente rivolgere al governo di Gerusalemme per una o più scelte politiche. Fino a quando tali legittimi rilievi investiranno l’intero Stato di Israele, degenerando in antisionismo, l’intolleranza crescerà. La risposta non può che essere, ancora una volta, nella forza della ragione. Fino a quando essa non si manifesterà, con forza e chiarezza, contro l’intolleranza, l’onda che sta restringendo gli spazi di libertà degli ebrei italiani continuerà a crescere.
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