Ho scritto un’avvventura vera, per spiegare la Shoah ai miei nipoti

Riccardo Calimani racconta del suo nuovo libro, “Come foglie al vento” (Mondadori, 2022)

Riccardo, vorrei parlare del tuo ultimo libro cominciando dalla dedica: ai tuoi nipoti e ai tuoi genitori. Perché scrivere un libro come questo?

La spinta è stata questa: vedo che c’è molta memorialistica della Shoah che è a tinte forte, e capisco che non potrebbe essere altrimenti. Però, quando si parla ai bambini, sono convinto che occorra raccontare prima di tutto delle avventure; nel mio caso, visto che la storia dei miei genitori si è conclusa bene, era più facile.

Una particolarità del tuo libro è che, dal punto di vista stilistico, assomiglia a un ibrido.

È così. Il mio libro non è né un romanzo né un saggio. Io sono nato nel 1946, e per tutta la mia adolescenza ho sentito più volte gli stessi racconti familiari: la tentata fuga in Svizzera, la vita in montagna, il ritorno. A queste storie ho aggiunto molti documenti, e poi ho provato a descrivere quella atmosfera. Infine, in modo volutamente disordinato, completano l’opera le testimonianze di tante vicende relative ad altri ebrei che in quel periodo hanno dovuto sopravvivere. Ne è venuto fuori, credo, un quadro a tinte multiple, come le foglie autunnali che stano in copertina. Anche il titolo descrive le esistenze caduche di quel tempo.

Vorrei fermarmi ancora un po’ sullo stile: a me pare si inserisca in una certa tradizione letteraria; penso a “La parola ebreo”, con quei continui riferimenti personali e storici. C’è un modello cui ti sei ispirato?

"La parola ebreo", di Rosetta Loy
“La parola ebreo”, di Rosetta Loy

In via conscia, non avevo nessun modello in mente. Forse per questo, quando l’ho cominciato mi è costato molta fatica, perché non riuscivo a calibrare bene i vari elementi. Poi, via via che scrivevo, mi sono reso conto che dovevo evitare la narrativa intesa come romanzo, perché nel libro tutto è reale; e al tempo stesso dovevo inserire dei passaggi documentati. Ne è nato un ibrido, che credo sia efficace, perché molti lettori mi hanno contattato, il che non avviene spesso. Invece, posso dire che questi salti di tensione hanno molto soddisfatto il lettore.

Nello scrivere, hai provato più dolore guardando al passato, o speranza, parlando alle nuove generazioni?

Certamente speranza. La speranza è prevalente perché il libro è dedicato ai miei nipoti, e questo è il punto centrale. Tuttavia, credo che fosse necessario ricordare i miei genitori e i miei genitori, perché è giusto che i nipoti scoprino la continuità. Ti posso fare questo esempio: un antenato di mia madre venne a Venezia nel 1870, da un villaggio chiamato Brandes, vicino a Brody, città dell’Ucraina. Era infatti un ebreo galiziano, a quel tempo terra austriaca. Questo soldatino, arrivato a Venezia – probabilmente era un disertore, n artigliere – non è più tornato indietro. Suo figlio, Riccardo, è il mio bisnonno. Il suo vero cognome era Mendel Hirsch. Il figlio di quel primo Riccardo, mio nonno, era apolide, e per guadagnarsi la cittadinanza italiana partecipò alla prima guerra mondiale. Il suo primo figlio, Riccardo, è stato deportato. Io, nato nel 1946, porto lo stesso nome. Questa sequenza acquista un grande significato quando si guarda il passato in funzione dl futuro. Ho provato a spiegare questo ai miei nipoti, che quindi hanno avuto un ruolo fondamentale nel far nascere il libro.

Il ghetto di Venezia
l’area dell’antico ghetto di Venezia

E i tuoi nipoti? Come hanno reagito a questo volume?

In un primo momento non sen ne sono accorti, poi sia Caterina, che ha 12 anni, che Alessandro, che ne ha 8, ne hanno letto alcune pagine. Avranno tempo per riflettere, però intanto mi pare che abbiano compreso il messaggio. È successo infatti che una regista romana, Caterina De Mata, abbia realizzato un filmato per la Rai che descrive il libro, servendosi di due comparse. Be’, sai, mio nipote si è risentito! Vuole dire che ho colpito nel segno, che ha capito che il messaggio è rivolto al lui.

Il tuo libro è un altro tassello per la costruzione della memoria quando non ci saranno più testimoni diretti. A che punto la salvaguardia della memoria della Shoah, secondo te?

Non siamo ben messi. Nel mio libro c’è un piccolo capitolo su Gaetano Azzariti, la cui vicenda testimonia che, al di là delle grandi celebrazioni sulla Resistenza, molti tra coloro che furono compromessi con il fascismo e il razzismo antisemita sono rimasti dentro gli apparati dello Stato, anche ai vertici. Adesso purtroppo stiamo vivevano un periodo difficile, perché, con l’innovazione digitale, le comunicazioni di massa sono molto cambiate. Difficile valutarne gli effetti, certo che i partiti ad esempio ne sono rimasti indeboliti. È difficile interpretare il futuro, manca l’approfondimento, e prevale la retorica.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Molti. In generale, stanno per essere ripubblicati miei testi su editori vari. A breve poi uscirà un libro quasi pronto, per l’editore Belforte. È un libro molto raffinato, in anastatica, e comprende due testi del 600 e del 700. Il primo è scritto da rav Luzzatto, e si intitola “Discorso circa lo stato degli ebrei sulla nell’inclita città di Venezia”. Il secondo è scritto da rav Simone Calimani, “Esame a un giovane israelita”. Io ho curato l’introduzione e un capitolo per ognuno. È stato un grande merito dell’editore quello di aver puntato su testi molto raffinati e moderni. Gli autori erano, infatti, due rabbini di grandi modernità. Nel leggerli integralmente si resta stupiti dalla loro capacità di fornire uno un discorso politico, sull’importanza di avere degli ebrei in una comunità, il primo; e l’altro sul senso profondo delle idee su cui si fonda l’ebraismo, il secondo.

Guarda il film cartoon “Come foglie al vento” (raiplay, 2022)

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