In guerra
Angelica Calò racconta la sua esperienza al confine con il Libano

La guerra con l’Iran non è una nuova guerra, è una tortura che dura dal 7 ottobre. È una situazione insostenibile alla quale abbiamo fatto fronte con coraggio dal 1987 durante la prima intifada, poi nella seconda e poi contro Hezbollah in Libano e contro Hamas, a Gaza. Dove per ben 7 volte hanno combattuto, uno dopo l’altro, e a volte anche insieme, i nostri figli.
Una madre e un padre si struggono perché il figlio non è ancora tornato da un incontro con gli amici… Da anni noi viviamo questo tormento. Lo affrontiamo con dignità e determinazione perché la casa bisogna difenderla, gli arabi non sono tutti terroristi, e se la luna una volta al mese splende piena, se le stagioni si susseguono ognuna a suo turno e se sulla testa continua ad esserci un cielo, vuol dire che la natura ancora ci crede; pertanto dobbiamo credere anche noi che tutta questa sofferenza avrà un fine.
Proviamo a mantenere una routine: a svegliarci alla stessa ora, a mangiare sano, a inventare favole senza mostri e senza spade ma il suono delle sirene adombra il cervello, la paura per i tuoi cari lontani da te ti attanaglia e i brutti pensieri ti assillano. Brutti perché la guerra ti fa diventare brutto: ti fa sembrare sprovveduto se parli di speranza, di dialogo e educazione delle nuove generazioni degli odiatori di Israele . D’altro canto non puoi liberarti delle immagini delle donne violate, dei bambini decapitati e non riesci a cancellare dalle orecchie le grida di chi chiedeva aiuto ed è morto con lo sguardo stravolto dall’orrore. Siamo stanchi di correre al riparo, siamo stanchi della solitudine alla quale il mondo ci ha relegato raccontando menzogne, infangando la memoria dei ragazzi e delle ragazze soldati di Zahal di 18-30-40 anni che hanno lasciato studi, lavoro e famiglie e sono andati a combattere per liberare 251 innocenti rapiti dalle loro case, da una festa e dalla vita. Siamo stanchi di vedere il mondo associarsi e compatire bestie feroci che sono stati in grado di compiere le nefandezze più spaventose, di gettare allo sbaraglio anche le loro donne e i loro bambini per conquistare i favori dell’opinione pubblica. No, non ci siamo ancora ripresi da quel Sabato, non abbiamo avuto il tempo di piangere, di elaborare il dolore e la paura: prima di tutto perché da allora non c’è stato un attimo di pace, poi perché è impossibile elaborare l pensiero di un tale massacro e infine perché questa volta non vogliamo, non possiamo più fidarci. Il 7 ottobre è esploso nel culmine dei Patti di Abramo quando stavamo assaporando il successo di anni e anni di attivismo per la pace: Israele aveva ultimato la costruzione di impianti di desalinizzazione e di riciclaggio per i cittadini di Gaza, si credeva che valige di denaro a Hamas avrebbero soddisfatto la cupidigia dei loro capi. Illusione, delusione, rabbia, sconforto, ma soprattutto stanchezza ecco cosa sentiamo ora.
Una grande stanchezza perché è impossibile continuare ad essere positivi, a dare conforto a chi sta male, ai tuoi studenti, agli attori della tua compagnia teatrale che finalmente erano riusciti a riallestire uno spettacolo e tornano nuovamente ad essere chiusi in casa, nei bunker. Ma più di tutto, a sconvolgerci è l’incertezza: cosa è meglio? Smettere qui la guerra e non finire di distruggere le armi di chi finanzia il terrorismo di tutto il mondo o cercare un dialogo con gente spietata? Invitare i figli qui da noi al Nord con il pericolo di Hezbollah o lasciare che rimangano al centro del Paese con il pericolo dei missili dell’Iran? Noi israeliani siamo Atene, non siamo Sparta. Non siamo destinati a vivere sul filo della spada come ha detto in un suo infelice discorso Netanyahu. Siamo un popolo di innovatori, di pionieri in ogni campo, di gente responsabile e garante l’uno dell’altro ma soprattutto siamo gente di pace e non riposeremo finche’ non l’avremo raggiunta!
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