Stati Uniti e Israele in grande difficoltà in Iran
Giuseppe Sarcina, giornalista del “Corriere della sera”, a Riflessi ci parla della crisi in corso
I colloqui diretti tra Stati Uniti d’America e Iran a Islamabad, con la mediazione del Pakistan, si sono al momento conclusi senza esito. Riavvolgendo per un momento il nastro del conflitto scoppiato il 28 febbraio, è possibile dire che gli Usa (con Israele) hanno effettivamente vinto la guerra?

Né gli Stati Uniti né Israele hanno vinto definitivamente il conflitto, perché è rimasto irrisolto il problema principale, quello del rischio nucleare. Gli iraniani detengono ancora circa 400 kg di uranio arricchito ad una percentuale vicina a quella che consente di costruire l’arma atomica. Non sappiamo neppure quanto sia stata effettivamente ridimensionata la capacità bellica degli iraniani. Infine rimane il problema dello Stretto di Hormuz. Al momento resta chiuso, mentre prima della guerra era aperto alla libera navigazione. Per questo l’operazione militare condotta dagli Stati Uniti sotto la spinta d’Israele si sta rivelando controproducente, oggi abbiamo più problemi di quanti ne avessimo prima dello scoppio del conflitto. Ricordo che nello Stretto di Hormuz transitava il 20 per cento del petrolio e del gas consumato in tutto il mondo.
Il conflitto ha mostrato anche una diversa strategia degli americani e degli israeliani, a cominciare dagli Usa. Il presidente Trump si è più volte lodato sostenendo di aver messo termine a numerosi conflitti, salvo poi fare ricorso alle armi su molti scenari, dall’Africa al Medio Oriente, al Sudamerica. È possibile intravvedere un piano razionale dietro le scelte di Trump, all’apparenza incomprensibili?

Un altro modello del suo modo di raggiungere accordi è quello del Board of Peace, nato per la ricostruzione di Gaza e la messa a punto di un nuovo equilibrio in Medio Oriente.

È un altro esempio di quanto Trump sia spregiudicato. L’operazione si sta rivelando del tutto inconcludente, anche sul piano dei fondi raccolti per la ricostruzione, che al momento ammontano più o meno a un miliardo di dollari, ben al di sotto delle aspettative. A Gaza non si capisce che processo di ricostruzione possa essere mai avviato. Una parte del territorio è controllato da Israele; il resto è rimasto nelle mani dei terroristi di Hamas, mentre la popolazione civile continua a vivere senza prospettive concrete.
La scorsa settimana ha fatto clamore la dichiarazione profondamente ostile di Trump nei confronti di Papa Leone XIV.
I toni usati da Trump contro il pontefice sono stati atroci, e testimoniano come non abbia alcuna sensibilità religiosa ma al contrario utilizzi spesso toni e accenti grotteschi. La sua reazione è stata arrogante, ma non istintiva: in realtà Trump maltratta qualsiasi figura che percepisca un ostacolo ai suoi obiettivi. Sebbene non sia un esperto in questioni religiose, mi pare invece che la posizione del Papa non sia da ricondurre alle dinamiche interne alla chiesa cattolica americana. Le sue parole contro la guerra hanno sollevato un tema generale: Papa Leone XIV ha voluto denunciare ogni conflitto, in Ucraina, a Gaza, in Iran o in altre parti del mondo.
Quanto a Netanyahu, la guerra perenne che ha avviato dopo il 7 ottobre 2023 sembra destinata a continuare almeno fino al voto di autunno, che lui spera di poter rivincere grazie alle vittorie militari contro gli avversari storici di Israele. È un calcolo giusto, secondo te?

Sul voto dell’autunno dobbiamo attendere la risposta dell’opinione pubblica israeliana, sovrana come in tutte le democrazie. Al momento però possiamo dire alcune cose. Innanzitutto, Netanyahu ha commesso un errore capitale prima del 7 ottobre, come dimostrato dall’attacco di Hamas. Ha deliberatamente scelto di ignorare la questione palestinese delegando di fatto il controllo di Gaza ad Hamas e, al tempo stesso, delegittimando la Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania. Riteneva, probabilmente, di essere garantito dagli accordi di Abramo, che avvicinavano Israele alle monarchie moderate del Golfo e al Marocco. L’equilibrio è invece franato con l’attentato terroristico di Hamas, che ha prodotto in tutto il Paese una grande ondata emotiva, del tutto comprensibile, simile a quella che scosse gli Stati Uniti dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001. Alla violenza del 7 ottobre il governo israeliano ha risposto in modo assolutamente sproporzionato. Nel giro di pochi mesi si è dissolta la solidarietà internazionale nei confronti di Israele condannando il Paese a un progressivo isolamento internazionale.
Che politico è Netanyahu?

A differenza di Trump non agisce con la logica di un uomo d’affari ma con calcolo politico, come quello che lo ha portato ad un’azione militare molto crudele a Gaza. Molti sostengono siano stati commessi crimini di guerra. Accertarlo spetta ai giudici della Corte penale internazionale, speriamo riescano a venirne a capo, sebbene questo sia un organo non riconosciuto da Israele. Il calcolo politico di Netanyahu è più lucido di quello di Trump. Dopo il 7 ottobre ha avviato una guerra su sette fronti: a Gaza contro Hamas, in Libano contro Hezbollah, in Iraq e in Siria contro le milizie sciite, in Cisgiordania con quelli che considera dei terroristi, in Yemen contro gli Houti e infine in Iran, la testa del network ostile a Israele. Netanyahu ha potuto contare sull’appoggio di Trump. Nei giorni scorsi il New York Times ha rivelato che il premier israeliano avrebbe convinto Trump ad attaccare l’Iran per eliminare la guida spirituale Khamenei e gli alti dignitari del regime. Un’operazione che, negli auspici, avrebbe spianato la strada verso una facile vittoria. Netanyahu è un politico integralista e massimalista, che sta cercando di agganciare gli Stati Uniti nella guerra che lui ritiene risolutiva contro l’Iran, e che passa anche per il fronte libanese.
Un soggetto sconfitto dal disordine globale sembra esserci: è l’Unione europea.
Sì, lo possiamo dire tranquillamente, l’Unione europea non ha avuto alcun ruolo in questa guerra, non è stata mai informata, né tantomeno consultata, come avrebbe dovuto avvenire tra alleati. Soprattutto se in gioco c’erano e ci sono interessi anche europei, come la libera circolazione nello Stretto di Hormuz. Ancora minore è la leva che l’Unione europea può esercitare nei confronti di Israele. Dentro la UE convivono politiche estere diverse, la posizione della Spagna nei confronti di Israele è molto più dura rispetto a quella più cauta di Germania e Italia. La guerra all’Iran ha confermato in modo innegabile che l’Europa deve affrontare con urgenza problemi di natura politica, e non istituzionale.

Che intendi?
Le regole che governano oggi l’Europa sono nate tra la fine degli Anni Novanta del secolo scorso e l’inizio degli Anni Duemila, in uno scenario del tutto diverso da quello attuale, con l’obiettivo di favorire la mediazione tra Paesi con culture, sensibilità e storie diverse. Invece, dal 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, lo scenario si è completamente modificato. Su questa difficoltà istituzionale si innestano i problemi politici. Manca in particolare una cabina di regia che serva a trovare una linea comune di fronte alle gravi crisi internazionali. E alla fine gli Stati procedono ciascuno in ordine sparso.
Cosa si dovrebbe fare?
Segnali interessanti di un possibile cambio di direzione arrivano da quei Paesi che, all’interno dell’UE e al di fuori, mostrano di voler promuovere un coordinamento politico e militare adeguato alle emergenze. In particolare, Germania e Francia da tempo si muovono d’intesa con la Gran Bretagna, coinvolgendo anche Paesi come la Norvegia. Al momento non è possibile prevedere con esattezza quali saranno gli sviluppi. Penso però che se questo processo andrà avanti sarà possibile anche costruire un rapporto più autonomo con gli Stati Uniti. Se questo davvero avvenisse, allora l’UE potrebbe anche farsi ascoltare da Israele e dalla Cina. È un percorso che dobbiamo osservare con attenzione.
Che giudizio dai sulla politica estera del governo italiano?

La politica estera di Giorgia Meloni ha funzionato fino a che alla Casa Bianca c’era Joe Biden. È entrata invece subito in crisi con Trump, a cominciare dallo strappo violento causato dai dazi imposti da Washington. Da lì in avanti Meloni è scivolata su un piano inclinato. Lei, così come Friedrich Merz in Germania, ha a lungo coltivato l’illusione di poter mantenere vivo il dialogo con Trump, ma la cosa non ha funzionato. Ora Meloni sta cercando di portarsi gradualmente dalla parte di quei Paesi che, come ho detto prima, stanno provando a rafforzare l’azione europea. Oltre a Regno Unito, Francia e Germania, potrebbero essere della partita anche Spagna e Polonia. Negli ultimi giorni abbiamo visto qualche segnale in più, Meloni ha preso le distanze sulla guerra in Iran e ha condannato gli insulti di Trump al Papa. Vedremo se la presidente del Consiglio continuerà su questa strada, abbandonando la timidezza degli ultimi mesi, in cui aveva cercato di non strappare apertamente con gli Stati Uniti, anche per provare a spuntare qualche trattamento particolare per l’Italia, una tattica che non ha funzionato. Trump pretende fedeltà assoluta ai suoi disegni. Se non avviene non esita, come ha fatto il 14 aprile in una intervista al “Corriere”, a dichiarare di essere “molto deluso” e a manifestare la propria irritazione verso Meloni per il mancato appoggio dell’Italia nel conflitto contro l’Iran.
L’intervista è stata realizzata alla vigilia della tregua tra Israele e Libano
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