Nelle scritture le radici del dialogo
Giovanni Maria Vian pubblica il suo nuovo libro dedicato alle Bibbie. Lo abbiamo intervistato
Professor Vian, il suo ultimo libro (Le vie delle Bibbie, Il Mulino) mostra come la Bibbia non sia affatto un testo unico, ma sia formato da molti libri, la cui composizione varia tra ebraismo e cristianesimo. La Bibbia è un testo mobile, per così dire. Oggi, secondo lei quant’è conosciuta la Bibbia dalla società italiana?

Il libro parte da un principio: che l’unità d’Europa, ossia la sua identità culturale, si basa sulla Bibbia. Alcuni anni fa, lei lo ricorderà, si sviluppò un dibattito sulle radici giudaico-cristiane dell’Europa, in cui si contestò la definizione, tra l’altro, per l’assenza di riferimenti all’illuminismo. Qual è la sua posizione al riguardo?
Innanzitutto preferisco parlare non di radici ebraico-cristiane o giudaico-cristiane, perché è una formulazione non rispettosa della storia; semmai si dovrebbe parlare di radici ebraiche e cristiane. Detto questo, sono entrambe radici indubbie, ma certo non le uniche. Ci sono il pensiero greco, l’eredità romana, e poi le influenze germaniche arrivate con le invasioni barbariche, che in tedesco si chiamano più precisamente migrazioni di popoli. E poi, ancora, la cultura araba, all’inizio basata su una rapida espansione militare che a lungo ha dominato la penisola iberica, parti dell’Italia meridionale e dell’impero bizantino. La cultura musulmana a sua volta deve non poco all’eredità ebraica e cristiana, seppure molto modificata. Dagli arabi arrivano in Europa i testi filosofici greci, ma pochi sanno che le traduzioni arabe derivano a loro volta da traduzioni siriache cristiane, frutto di un mondo legato all’ebraismo.

Finora non ha indicato le radici illuministe.
L’illuminismo ha dato un contributo fondamentale, ma è anch’esso frutto di questa lunga tradizione, soprattutto cristiana.
Perché?
Sono convinto con tanti altri – basti pensare a Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI – che la laicità dell’illuminismo sia un’eredità del cristianesimo. La Rivoluzione francese, che pure ha accelerato la scristianizzazione dell’Europa, è frutto dell’influenza cristiana che fin dalle origini distingue tra Dio e Cesare, per semplificare al massimo. Distinzione che mi sembra meno marcata nell’ebraismo, anche se la diffidenza nei confronti della monarchia è già nella Bibbia ebraica. Flavio Giuseppe (storico ebreo con cittadinanza romana, n.d.r.) per presentare il particolare regime politico ebraico ai lettori romani e greci, deve coniare un neologismo dalla storia lunghissima: teocrazia.
La critica biblica è una scienza che studia i testi cercando di individuarne gli autori, datando la redazione dei testi, suddividendola in origini diverse. Si tratta di un metodo molto lontano dall’approccio ebraico, sebbene non sconosciuto: penso ad esempio agli scritti di André Neher. Lei cita al riguardo l’intellettuale ebreo André Chouraqui, uno dei più importanti pensatori ebrei del Novecento, per cui il testo biblico ha incontestabile unità. Qual è la sua opinione al riguardo?

La critica biblica è fondamentale, e anche qui vanno tenute presenti le sue diverse radici. L’indagine sui testi sacri ebraici e cristiani nasce dalla filologia alessandrina, ossia dalla cultura greca. L’ebraismo entra in contatto con questo mondo e da qui nasce il giudaismo ellenistico, decisivo anche per le origini cristiane: basti pensare alle versioni greche della Bibbia ebraica e a Filone d’Alessandria, definito il rabbino greco, che influenza moltissimo i padri della chiesa e descrive tra l’altro una comunità di asceti giudei che vivevano nei dintorni di Alessandria, dediti alla vita contemplativa e alla lettura delle Scritture: una realtà straordinaria e, in qualche modo, prototipo del monachesimo cristiano. Lo studio della Bibbia deve molto a questo contesto culturale. La base culturale è pagana, e su questa s’innestano l’incessante approfondimento ebraico e cristiano delle Scritture e poi la filologia dei cristiani. Con tre figure chiave: Origene, che consulta spesso maestri ebrei del suo tempo; Eusebio di Cesarea, aspramente antigiudaico al tempo della svolta costantiniana, ma che conosce a fondo la Bibbia e dedica due importanti commenti storici ai Salmi e a Isaia; il terzo è Girolamo, il rivoluzionario traduttore latino della Bibbia che, senza passare dal greco, si rifà direttamente agli originali ebraici, da lui definiti la verità ebraica. Peraltro la traduzione greca detta dei “Settanta” (dal numero dei maestri impegnati all’opera, n.d.r.) negli ultimi tre secoli prima della nostra, era il frutto principale del giudaismo ellenistico. Grazie alla Settanta, e poi all’opera di Girolamo, la Bibbia ebraica ha potuto diffondersi enormemente fino a oggi. Negli ultimi anni, poi, nell’ebraismo si è acceso un nuovo interesse per il completamento cristiano della Bibbia, il Nuovo Testamento. Un complesso di libri che, secondo Ratzinger, senza la conoscenza della Bibbia ebraica perderebbe vitalità, come una pianta che si secca.

Nel suo viaggio tra le Bibbie ci dà notizia anche dei tanti testi apocrifi, sia da parte ebraica che cristiana. Hanno valore oggi per lo studioso?

Altroché! I testi apocrifi alimentano da sempre l’immaginario e la devozione di ebrei e cristiani. Hanno avuto un’importanza enorme nelle rispettive realtà religiose. Pensi al gigantesco e prezioso lavoro realizzato un secolo fa da Louis Ginzberg, (professore al Jewish Theological Seminary di New York, n.d.r.) con “Le leggende degli ebrei”, in più volumi, che raccolgono testi dove talvolta è difficile distinguere le parti ebraiche da quelle cristiane. Negli apocrifi compaiono figure bibliche alle quali le Scritture canoniche dedicano solo pochi cenni: come Adamo ed Enoc, al quale s’ispira un intero ciclo di scritti in gran parte perduti negli originali ebraici e aramaici ma tradotti in etiopico, in una terra dove il cristianesimo è intrecciato profondamente con le radici ebraiche. E gli apocrifi cristiani si occupano, per esempio, della famiglia di Gesù, che nei quattro vangeli resta sullo sfondo: così Giotto, e tanti altri artisti, si rifanno a testi apocrifi per i loro capolavori, come a Padova la cappella degli Scrovegni.
Lo studio delle Bibbie è anche uno studio nella geografia e di come i testi hanno viaggiato, non solo da un luogo all’altro, ma anche da una lingua all’altra: dall’originario ebraico all’aramaico, poi al greco, al latino, fino alle mille traduzioni contemporanee. Questa opera di traduzione non rischia di perdere lo spirito più originale del testo?
Il rischio c’è. Ed è per questo che capisco come da parte ebraica ci sia cautela nei confronti delle traduzioni. Del resto i padri della chiesa che più hanno studiato i testi della tradizione ebraica si sono spesso consultati con maestri ebrei. E ricordo con nostalgia, tra i miei maestri all’università, Clara Kraus Reggiani, ebrea triestina e grecista straordinaria, traduttrice di Filone e pioniera in Italia nello studio del giudaismo ellenistico, che mi consigliava di studiare l’ebraico, un consiglio che purtroppo non ho potuto seguire.
Lei definisce l’ebraismo, come l’islam, religioni del libro, mentre il cristianesimo sarebbe la religione della parola, quella di Gesù. Da parte ebraica si potrebbe obiettare che anche l’ebraismo è un pensiero fondato sulla parola, tant’è che alla Torà scritta – il Pentateuco – occorre sempre affiancare il suo commento, la Torà orale.

Nel libro sono stato troppo sintetico perché il raffronto fra i tre monoteismi avrebbe richiesto molto più spazio. È comunque indubbio che dopo la distruzione del Secondo tempio di Gerusalemme, nell’anno 70 dell’era corrente, l’ebraismo si sia concentrato sullo studio dei testi scritti mentre fin dalle origini del cristianesimo Gesù stesso è identificato con il Lógos, la Parola divina creatrice. Poi, ebraismo e cristianesimo, che condividono gran parte delle Scritture sacre, le ritengono ispirate da Dio, mentre il testo sacro dei musulmani, il Corano, in parte dipendente da tradizioni ebraiche e cristiane, è rivelato da Dio al profeta Maometto. Certo, per l’ebraismo la Torah è Parola vivente, così come per il cristianesimo Gesù è il Lógos incarnato. Personalmente sono sempre più affascinato dagli studi che mettono in evidenza i tanti punti di contatto tra ebraismo antico e cristianesimo delle origini, anche sul concetto di Lógos, che deriva tanto dalla filosofia greca quanto da testi ebraici e aramaici.
L’ultima domanda ci porta alla stretta attualità. Negli Stati Uniti il presidente Trump si è raffigurato prima come pontefice e da ultimo come nuovo messia. Questo dopo aver duramente attaccato Leone XIV. Che giudizio dà del rapporto fra il detentore del maggiore potere politico mondiale e il papa, una tensione che ci riporta a un clima quasi medievale?

Sono molto sorpreso. Nell’attacco può esserci anche una componente psicologica dello smisurato ego di Trump, insieme alla politica ondivaga e indecifrabile del presidente. Sa di essere stato eletto grazie al voto di molti elettori sia cattolici che ebrei, oltre che degli evangelici protestanti. I sondaggi che guardano alle elezioni di medio termine nel prossimo novembre, molto negativi per il presidente, devono innervosirlo molto. I segnali sono chiari: il mondo cattolico gli ha voltato le spalle. Anche il clero americano più conservatore sembra avere ritirato la sua fiducia nei confronti di Trump: il vescovo Robert Barron, trumpiano dichiarato, ha criticato il presidente e ancor più un intellettuale come George Weigel, che l’ha definito un narcisista. Siamo di fronte a un cortocircuito, se si pensa che il presidente è affiancato da due cattolici, il vicepresidente J.D. Vance, convertito dal protestantesimo, e il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane. Eppure siamo arrivati a questo scenario.
Che effetti potrà avere questo scontro?

Nel pomeriggio in cui Prevost venne eletto prevedevo nell’editoriale del quotidiano “Domani” che un agostiniano come il nuovo papa avrebbe avuto un rapporto disincantato nei confronti del potere, proprio come Ratzinger che conosceva a fondo sant’Agostino. In altre parole, per Leone XIV un potere non sostenuto dalla giustizia è sempre malvagio. Prevost è un americano di Chicago, pragmatico e metodico, per di più con una formazione matematica. La sua richiesta di pace e la sua critica alla guerra si riferiscono a ogni conflitto. Nel discorso pasquale, diversamente dall’uso diplomatico vaticano, non ha indicato i molti Paesi oggi insanguinati dalla guerra, e questo perché il Papa condanna tutti i conflitti, senza enumerarli per evitare strumentalizzazioni, com’è avvenuto con il suo predecessore. Nell’editoriale ricordavo anche Papa Leone Magno che nel 452 presso Mantova incontrò Attila: il sovrano degli unni rinunciò a invadere l’Italia. Ma tre anni dopo, con i vandali di Genserico alle porte di Roma, il Papa riuscì solo a limitare il saccheggio della città, durante il quale scomparve la Menorah portata a Roma da Tito. E concludevo che anche Leone XIV avrebbe dovuto affrontare i dominatori del nostro tempo, che non sono solo i rappresentanti del potere politico, ma anche gli oscuri padroni della rete e dei social, che condizionano le coscienze e la vita di miliardi di persone.
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