L’editoriale di marzo

Il grande dilemma

La prossima settimana, presso l’Accademia dei Lincei, si terrà un convegno internazionale su un nuovo Oceano in via di formazione nel Mar Rosso, il risultato del movimento tra placche tettoniche che, da milioni di anni, interessa tutto il Medio Oriente.

A volte la geopolitica propone sommovimenti più gravi di quelli scatenati dalle forze naturali del nostro pianeta. Da oltre due anni e mezzo – tanto il tempo trascorso dal 7 ottobre 2023 e dall’eccidio di Hamas a danno quasi esclusivamente di civili israeliani –  tutta  l’area che va dalle coste del Mediterraneo meridionale allo stretto di Hormuz è interessata da stravolgimenti che appaiono diretti a cambiarne la fisionomia politica con l’uso della forza.

È difficile definire questo tipo di conflitto – un insieme di guerra tradizionale, attacco terroristico, attacco ibrido, guerra economica ed energetica –  perché è chiaro che siamo entrati in una fase storica nuova dopo che l’apparente equilibrio raggiunto dal 1989 è stato eroso negli ultimi vent’anni. Quel che è certo è che oggi in Medio Oriente si sfidano, stracciando il diritto internazionale, potenze locali con il supporto di forze ben maggiori, più o meno visibili.

Alcuni elementi sono tuttavia chiari. Il primo è che Israele combatte una battaglia che preparava da  molto tempo e che ogni israeliano considera ineluttabile. L’Iran dei Pasdaran e degli ayatollah, un regime territoriale che governa dal 1979 seminando terrore e morte innanzitutto contro i propri cittadini, è un pericolo mortale per Israele. In questa lotta Benyamin Netanyahu ha dimostrato finora di essere stato superiore ai suoi rivali. Dopo il 7 ottobre ha progressivamente combattuto contro Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Houti in Yemen, contro Assad in Siria e contro Khamenei (e i suoi successori) in Iran, mentre prosegue l’opera di violenta e illegale annessione della Cisgiordania. Ha saputo ottenere l’appoggio degli Stati Uniti, fino a che da ultimo si è assicurato quello che nessun presidente americano aveva mai concesso: il via libera a un attacco diretto al vertice iraniano pur in assenza di una chiara prova che l’arma nucleare fosse ormai pronta.

Netanyahu ostenta una sicurezza sfrontata mentre procede violando ogni regola e ogni limite, esortando gli iraniani alla ribellione pur sapendo che il regime li schiaccerebbe con totale spietatezza, perché la guerra è scoppiata senza preparare alcuna alternativa politica. A Netanyahu non interessa davvero nulla degli iraniani. Il suo obiettivo è riscuotere un premio che non merita e che non otterrà: cancellare l’onta che graverà per sempre su di lui, essere stato il premier che non ha saputo difendere il Paese dall’attacco più violento subito dal 1948.

È dunque avviata davvero a un successo la guerra iniziata il 27 febbraio, quando in una tersa mattina di fine inverno Tehran e molte altre località iraniane si sono svegliate sotto l’attacco israeliano e americano? Purtroppo lo scontro armato si dimostra, dopo tre settimane, più incerto di quello che i piani disegnati sulla carta suggerivano.

Un secondo dato del conflitto è infatti che l’Iran non può dirsi sconfitto militarmente, almeno non ancora; e che di certo non lo è sul piano politico. Nessun regime change è in vista. Anzi, mentre Trump deve rispondere all’opinione pubblica e al suo elettorato, l’Iran allarga il conflitto ai Paesi del Golfo, forse aiutato dalla Russia, che intanto cerca di trarne profitto contro l’Ucraina, mentre la Cina osserva attenta gli sviluppi, meditando forse quando sferrare il suo attacco a Taiwan. Come sempre la guerra, quando supera una soglia di intensità, è difficile che si lasci guidare da chi l’aveva cominciata. Tende a fare tragicamente da sola, come un fuoco che, acceso su una area circoscritta, ci vuole  poco ad alimentare fino a che divampa.

Dunque chi ha iniziato questo conflitto si troverà presto a fare delle scelte. Continuarlo, costi quel che costi, per indebolire l’Iran fino ad assicurarsi che non possa avere l’arma nucleare – un pericolo per l’intera regione mediorientale, non solo per Israele – o trovare una via d’uscita che non lasci all’avversario l’ultima parola, quella del vincitore. È un dilemma che, al di là delle dichiarazioni ufficiali – ogni guerra si porta dietro l’armamentario della propaganda – sia Trump che Netanyahu dovranno sciogliere, anche in vista del voto d’autunno: le elezioni di Midterm negli Usa, e per la Knesset in Israele.

In questo momento non è prevedibile quale sarà l’esito della terza “Guerra del Golfo”, dopo quelle del 1991 e del 2003. La piccola comunità ebraica italiana osserva i bombardamenti quotidiani e spera che servano a sconfiggere il tiranno, temendo come ogni connazionale per i nostri militari sotto attacco in Libano, Iraq e in Kuwait, e in costante contatto con amici e parenti in Israele. Come italiani ed europei, un timore si rafforza col passare dei giorni. Che il conflitto si allarghi, che la scelta di mettere da parte il negoziato si riveli incapace di disinnescare il pericolo e anzi lo aggravi. Certo, nessuno sa prevedere il futuro. In tempi di guerra sarebbe però utile non farsi guidare dall’eco della battaglia, ma sforzarsi di ascoltare, per quanto fievole, quello della politica.

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