Il mondo è cambiato: la diplomazia è l’alternativa alle guerre. Anche per Israele

Gianluca Di Feo è tra i principali osservatori dei due conflitti in corso, in Ucraina e in Medio Oriente: Riflessi gli ha chiesto di immaginare i prossimi scenari

Dall’attacco all’Iran del 28 gennaio scorso sono trascorsi oltre sette mesi: che giudizio si può dare sul piano militare? Gli Stati Uniti e Israele sono riusciti a compromettere davvero la forza militare dei Pasdaran?

Bisogna capire cosa si intende per forza militare. Se pensiamo alle forze convenzionali di cielo, mare e terra, certamente l’attacco congiunto americano israeliano dello scorso inverno ha inferto un colpo molto duro alla Repubblica islamica. D’altra parte, occorre considerare che l’Iran non ha mai contato esclusivamente su tali forze convenzionali per costruire la sua politica di potenza in Medio Oriente, preferendo far leva sulla sua capacità di alimentare i conflitti a distanza, mediante i propri proxy disseminati nella regione, attraverso strumenti tecnologici del tutto nuovi, come i droni, nonché grazie alle sue armi balistiche, che sembrano essere state ben preservate. Infine, non va sottovalutata la rete quiescente, ma potenzialmente molto pericolosa, impiantata in altri Paesi. Mi riferisco alla capacità, che sarebbe probabilmente esercitata solo nel caso estremo di percepire a rischio la propria esistenza, di attivare elementi terroristici oltre confine. In tempi recenti questo è accaduto in Europa circa venti anni fa, quando un pullman turistico israeliano fu oggetto di un attentato in Bulgaria, ma ci sono stati più di recenti indizi che una rete del genere possa essere attiva anche in Olanda. Più in generale, la guerra delle ultime settimane ci dimostra che, rispetto agli attacchi subiti lo scorso inverno, ma anche a quelli del giugno di un anno fa, la Repubblica islamica si è fatta trovare molto meno impreparata di quello che si credeva. Al contrario, gli Stati Uniti hanno affrontato l’offensiva con una pianificazione frettolosa, senza considerare che il loro avversario si preparava da almeno dieci anni, e  ha avuto cura di costruire le proprie fabbriche di armi in modo da poter resistere ai profondi attacchi ricevuti.

Chi sono i fornitori della tecnologia e dei materiali necessari per costruire armi così letali?

il drone shahed

Per rispondere alla domanda bisogna non sottovalutare che la Repubblica islamica ha una capacità ingegneristica e una conoscenza scientifica che raggiunge livelli molto alti. I droni shahed, che produce in grandi quantità, sono ormai uno strumento imitato e riprodotto un po’ in tutto il mondo, così come i suoi temibili missili. Né bisogna dimenticare che il popolo persiano ha una lunga tradizione di matematici e fisici, e che tale tradizione è stata impiegata nelle industrie militari. Quanto al know how tecnologico, questo arriva prevalentemente dalla Russia, e nelle ultime settimane sembra che anche la Cina abbia provveduto a rifornire di materiali l’Iran, soprattutto per quel che riguarda le contromisure elettroniche e i sistemi di guida molto sofisticati. Del resto, l’Iran è da oltre decenni sotto embargo, e quindi ha sviluppato una rete sommersa di approvvigionamento un po’ in tutto il mondo.

Quanto è concreta la possibilità, oggi, che l’Iran si doti di armi nucleari?

I bombardamenti subiti lo scorso anno hanno certamente distrutto una parte dei depositi e dei laboratori utilizzati per l’arricchimento dell’uranio, ma non sono riusciti a eliminare completamente le risorse iraniane. L’ipotesi, pure studiata, di realizzare un blitz per sequestrare e sottrarre l’uranio all’Iran è stata abbandonata, perché l’operazione sarebbe stata enormemente rischiosa, in quanto avrebbe richiesto un grande impiego di uomini in un territorio ostile nei pressi di grandi centri abitati, e gli Stati Uniti in questo momento dimostrano la loro incapacità anche di assicurarsi il controllo di piccole isole dello stretto di Hormuz. Quanto alla possibilità che l’Iran lavori davvero per dotarsi di un’arma nucleare, la risposta va data considerando una questione più generale.

Quale?

l’Iran è uno dei principali produttori di droni militari

Viviamo un momento storico in cui non soltanto l’Iran, ma molti altri Paesi stanno valutando seriamente la possibilità di dotarsi di un’arma nucleare. Questo perché oggi appare l’unica vera deterrenza per evitare di essere attaccati o coinvolti in uno dei tanti conflitti aperti sulla scena internazionale. Non è un caso che lo stesso Giappone, che pure ha vissuto la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, stia valutando questa possibilità, così come Corea del Sud, Polonia, Finlandia, Svezia, tutti Paesi che cercano l’arma nucleare o comunque alleanze con Paesi che possano offrire loro l’ombrello nucleare. È uno scenario terribile, ma molto reale.

È vera la stima che gli Stati Uniti sono a corto di missili da impiegare su Hormuz?

Sicuramente l’impiego di armi di attacco e di contraerea in questi mesi è stato molto elevato, e ora se ne paga il prezzo. C’è stato un profondo errore di sottovalutazione. Né gli americani né in generale il mondo occidentale sono preparati al nuovo tipo di conflitto, sia in Medio Oriente che in Ucraina. Da tempo abbiamo perso dimestichezza con il concetto di guerra totale e di conflitto ad alta intensità, come invece si è verificato nelle prime settimane della guerra all’Iran, quando gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver colpito circa 30.000 obiettivi e dove, all’opposto, l’Iran si stima abbia utilizzato oltre 1.000 missili balistici che hanno comportato un altissimo utilizzo di armi antiaeree. Questi mesi di conflitto, anche in Ucraina, ci dimostrano come la nuova tecnologia sappia produrre armi con la stessa efficacia di quelle conservate negli arsenali dei Paesi occidentali, ma con costi molto minori e tempi di produzione molto inferiori. A fronte di tale consumo di armi convenzionali, la loro sostituzione avviene con ritmi molto più lenti, perché il ciclo di produzione richiede tempo. Oggi si stima che per ripristinare le scorte precedenti allo scoppio della guerra con l’Iran ci vorranno dai tre ai quattro anni. Si comprende dunque che l’utilizzo delle armi di ultima generazione crea un condizionamento strategico nei conflitti futuri. Da questo dispendio di armi gli Stati Uniti escono più indeboliti anche perché il loro principale competitor, la Cina, rimanendo ferma ha visto spostare il raffronto con Washington nettamente a proprio favore.

lo stretto di Hormuz, uno dei punti di maggiore tensione geopolitica oggi

Nel frattempo, la Turchia, il Pakistan e l’Arabia Saudita hanno siglato un accordo di muta difesa. Quanto sono concreti i rischi di un allargamento del conflitto? Gli Stati Uniti, alleati di questi quattro Paesi, possono prevenirlo?

Tutto ciò che è accaduto in Medio Oriente dopo il 7 ottobre 2023 ha completamente sconvolto gli equilibri precedenti, al punto che oggi non si sa né quando né in che modo si ricomporranno. È perciò difficile fare previsioni sul futuro dell’area. La Turchia da tempo persegue una politica di media potenza regionale, vagheggiando il sogno di ricostituire l’estensione dell’originario impero ottomano; ciò la porta inevitabilmente a competere con Israele. Attualmente nell’area assistiamo a territori dove la sovranità è contesa: pensa alla Siria, o al Libano. In Siria l’Iran non ha praticamente più capacità di manovra, anche in Libano si è fortemente ridotta, ma questo non ha comportato una maggiore stabilizzazione in quei Paesi, semmai il contrario. Il “patto della Mecca”, tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan ha fondamentalmente due ragioni. La prima è difensiva. Anche la Turchia e l’Arabia Saudita sono Paesi che cercano uno scudo nucleare e il Pakistan, unica nazione musulmana a possedere l’arma nucleare, è ciò che serve alle loro esigenze. La seconda ragione è geopolitica. Il patto della Mecca si candida a essere alternativo agli accordi di Abramo, avviati sotto la prima Presidenza Trump, ma oggi di fatto congelati.

Questo ci porta direttamente a valutare il ruolo e le azioni di Israele nell’ultimo triennio. Che giudizio ne dai?

I fatti dimostrano che questi tre anni hanno allontanato da Israele quei Paesi in precedenza disponibili a raggiungere un accordo. Penso all’Arabia Saudita, se vuoi anche al Qatar, seppure sia stato sempre più distante da Israele; penso all’Egitto, che fino a poco tempo fa era in forte competizione con la Turchia, e oggi si allea con essa. Questi movimenti dimostrano che i Paesi arabi che non si fidano di Israele sono aumentati. Il patto della Mecca, che unisce le risorse economiche dell’Arabia Saudita, la capacità militare della Turchia e la popolazione dell’Egitto, costituisce una seria fonte di preoccupazione per Israele, perché di fatto rischia di essere accerchiata.

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato un patto di mutua assistenza militare

Come se ne esce?

Israele deve comprendere che non può esserci soltanto una risposta armata alle minacce subite e al terrorismo di Hamas. Prima o poi occorre tornare all’azione diplomatica.

Netanyahu può essere la persona giusta per aprire questa strada?

Lui è il problema. La sua decisione di condurre una guerra come quella contro Hamas degli ultimi tre anni ha generato quella profonda sfiducia di cui parlavo prima. Naturalmente non si può dimenticare la violenza efferata di Hamas, e la condanna del terrorismo deve essere totale. Ma Israele deve comprendere che la sola azione militare mina la possibilità di instaurare rapporti pacifici con gli altri Paesi dell’area.  La Turchia prima del 7 ottobre era già in concorrenza con Israele per l’egemonia dell’area,  mentre Arabia Saudita ed Egitto sono invece Paesi con cui sarebbe stato possibile ipotizzare una alleanza, ma oggi queste nazioni voltano le spalle a Israele. Poiché Israele è una democrazia, occorrerà attendere il voto del 27 ottobre per comprendere se vuole cambiare il modo con cui ha affrontato la violenza terroristica in questi ultimi anni.

In generale, come valuti la posizione diplomatica che il governo Meloni sta tenendo sui due fronti aperti, quello russo-ucraino e quello mediorientale?

Si sta muovendo con una linea politica che cerca di mantenere al riparo il nostro Paese da tutti i rischi correlati al conflitto. E così, per quel che riguarda le relazioni con le monarchie del Golfo Persico, indispensabili per la nostra sopravvivenza energetica, è avvenuto qualcosa di inedito.

Cosa?

Giorgia Meloni e Antonio Tajani

Per la prima volta l’Italia ha inviato unità militari, caccia aerei, strumenti militari di grande precisione tecnologica, batterie contraeree, nel totale silenzio dell’opinione pubblica e senza un vero dibattito parlamentare. In questo momento in Arabia Saudita, in Kuwait, in Bahrain, negli Emirati Arabi, militari italiani sono al fianco di quei Paesi per difenderne lo spazio aereo in un teatro di guerra. Ma non se ne è data notizia, anche per evitare il rischio di una ritorsione iraniana. In Commissione Difesa sono pervenute note tecniche estremamente criptiche di cui l’opposizione, forse distratta da altre questioni, non è riuscita a comprendere la reale portata. Si può comprendere la profonda importanza di questa decisione solo che si consideri che, per quel che riguarda l’Ucraina, il governo italiano ha dichiarato più volte di essere indisponibile a mandare nostri militari, anche una volta raggiunto il cessate il fuoco.

E per quanto riguarda i rapporti con Israele?

uno degli ultimi libri di Di Feo, dedicato alle nuove armi usate nelle guerre moderne: i droni

Il governo italiano ha cercato di realizzare un equilibrio molto precario, da un lato mantenendo i rapporti con Israele, dall’altro mostrandosi in sintonia con l’opinione pubblica che, sia a destra che a sinistra, mostra una forte ostilità verso il governo Netanyahu. Ostilità, c’è da dire, cresciuta enormemente anche per gli episodi legati alla Flottilla, in particolare al trattamento che manifestanti italiani hanno subito da parte di esponenti del governo israeliano.

Queste due guerre che si protraggono dall’inizio del 2022 (in Ucraina) e dall’autunno del 2023 (con l’attacco di Hamas a Israele e il conflitto aperto a Gaza, in Libano, in Siria e infine in Iran) cosa ci dicono sulla fase storica che viviamo? Sono conflitti destinati a ridursi e trovare una forma di equilibrio, o davvero siamo entrati in un percorso ignoto, mai vissuto in Europa dopo il 1945?

In questo momento non è possibile immaginare il futuro, perché negli ultimi quattro anni e mezzo è stato stravolto ogni equilibrio geopolitico. Certo di sicuro è finita la stagione del diritto internazionale e degli organismi internazionali di mediazione. Quel che però mi preoccupa è proprio questo: sul piano internazionale, oggi non esistono luoghi e organismi di mediazione e di compensazione, in grado di immaginare una soluzione non militare ai tanti conflitti in corso. Questa assenza mi preoccupa più delle azioni militari. Da questo punto di vista colpisce la totale assenza di azioni diplomatiche da parte dell’Unione europea. Né possiamo tacere che la Presidenza Trump è del tutto inadeguata a svolgere tale ruolo, così come la Cina appare ancora molto riluttante ad assumersi questa responsabilità. Se non si riuscirà ad aprire un canale diplomatico per risolvere le crisi più gravi, come quella in Iran, in Ucraina, ma anche quelle in Africa, dove in Sudan e nell’area del Sahel si rischia di aprire guerre i cui effetti sono imprevedibili, allora dovremmo davvero preoccuparci.

 

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