Eisenkot può sconfiggere Bibi
In vista del voto del 27 ottobre, cominciamo ad esaminare i protagonisti della campagna
Dopo l’attacco all’Iran del 28 febbraio e la tregua firmata a giugno da Trump, ora sembrano riacutizzarsi gli scontri tra Usa e Iran. Come osserva l’evoluzione del conflitto Israele?

Al momento Israele non partecipa ai nuovi scontri armati fra Stati Uniti ed Iran. Non è detto che tale precauzione derivi solo da indicazioni degli Stati Uniti, che non vogliono nuovamente allargare il conflitto. C’è da considerare che la guerra avviata il 28 febbraio contro l’Iran ha prodotto effetti pesanti nel Paese. A differenza degli attacchi mossi da Hamas e da Hezbollah, le armi iraniane sono molto più potenti e pericolose. L’effetto di oltre un mese e mezzo di guerra è stato che la popolazione civile ha subito molte vittime e ingenti sono stati i danni alle cose. In generale, il conflitto ha logorato a fondo la società israeliana, e benché Israele abbia inferto duri colpi al regime dei pasdaran, è un dato oggettivo, evidenziato da tutti i maggiori analisti, che questa volta lo Stato maggiore dell’esercito e i servizi segreti hanno suggerito molta cautela prima di schierare nuovamente Israele. Va poi considerato che esercito e servizi segreti hanno sempre avvertito dei rischi che Israele avrebbe affrontato attaccando l’Iran, un Paese enorme, con una popolazione molto numerosa, il che non avrebbe assicurato un regime change al momento dell’attacco.
Oggi qual è il giudizio israeliano sulla presidenza Trump? L’asse tra i due Paesi è ancora forte?
La firma della tregua ha prodotto una reazione di grande sorpresa e di grande delusione in tutto Israele. È stato quasi una forma di shock, molti l’hanno vissuta come un tradimento, realizzato da Donald Trump, che in Israele è stato per lungo tempo da molti adulato o comunque guardato con rispetto e gratitudine. Non dobbiamo dimenticare che è stato grazie alla pressione di Trump che si è arrivati alla liberazione degli ostaggi superstiti a Gaza rapiti il 7 ottobre. Oggi quel sentimento di gratitudine si è molto attenuato, anche se alcuni commentatori di estrema destra hanno attribuito la decisione della tregua non direttamente a Trump, ma a Steve Witkoff e Jared Kushner (l’insolito e potentissimo duo di diplomatici privati a cui il presidente statunitense ha affidato la gestione delle crisi internazionali più delicate, n.d.r.) sostenendo senza fornire prove che abbiano agito dietro richiesta del Qatar: tutto pur di non incolpare Trump. In ogni caso, mi sembra che Israele non abbia più la fiducia illimitata in Trump che aveva fino a qualche settimana fa.

Tra poche settimane si voterà in Israele, poi negli Usa. Un elemento interessante è il forte malcontento degli ultraortodossi verso i loro leader politici, perché non sono riusciti a garantire loro per l’ennesima volta l’esenzione dal servizio militare; ciononostante il governo Netanyahu abbia approvato due leggi d’urgenza: la Legge Fondamentale sullo Studio della Torah, che eleva lo studio dei testi sacri a “valore fondamentale dello Stato”, nel tentativo di dare una copertura quasi costituzionale a chi sceglie la via religiosa anziché la leva, e il Blocco degli arresti per i renitenti (e per le quali i partiti centristi e laici hanno presentato ricorso all’Alta Corte). Sono inoltre seguite numerose proteste in piazza. A questo punto, cosa dicono le previsioni e i sondaggi?
Stanno emergendo due tendenze interessanti. La prima è la progressiva ascesa di Gadi Eisenkot, che in base a uno degli ultimi sondaggi avrebbe un seggio in più di Netanyahu. Eisenkot non è un personaggio molto mediatico, ha però dei vantaggi: la grande esperienza militare, l’essere un volto nuovo nella politica israeliana, l’avere origini sefardite (è di famiglia marocchina), aver suscitato un profondo impatto emotivo e il rispetto dell’opinione pubblica per aver perso in combattimento nella striscia di Gaza il figlio più giovane, Gal, e due nipoti in guerra. Dunque, potrebbe essere la figura a cui guarderanno molti elettori che vogliono il cambiamento della situazione, ma al tempo stesso vogliono avere garantita la sicurezza di Israele) Al momento, è possibile che i tre partiti religiosi che storicamente hanno sempre ricevuto il voto dagli ultraortodossi perdano seggi. D’altra parte, questo potrebbe significare che ieri i loro elettori si rivolgeranno verso le ali più radicali ed estreme, ossia verso Ben Gvir e Smotrich.
Negli ultimi mesi Bennett era dato per favorito vincitore, ora si parla di Eisenkot. Si può prevedere che strada presterà Israele con la guida dell’uno e dell’altro?

In questo momento Bennet e il suo alleato Lapid sono in ribasso nei sondaggi. Bennett all’inizio era molto popolare nei settori più conservatori della società israeliana, ora sta perdendo consenso perché si sta riposizionando al centro dello schieramento, ad esempio dichiarandosi a favore dei matrimoni civili. D’altra parte, in un contesto in cui la componente religiosa si radicalizza, Bennet è destinato a perdere voti, inoltre, non ha il carattere di novità. In generale, tutti i partiti politici puntano a garantire la sicurezza di Israele, il segno evidente che il trauma del 7 ottobre non è stato superato.
Quindi non dobbiamo aspettarci nessuna novità sul settore di Gaza?
In Israele chiunque faccia una dichiarazione distensiva e prospetta una apertura di credito verso i palestinesi perde immediatamente consensi e voti. Anche su Gaza la gara è al rialzo, ossia tutti garantiscono che da lì non potrà più arrivare nessun pericolo per Israele. Le differenze, semmai, riguardano la gestione della Cisgiordania, dove è prevedibile, se Netanyahu non dovesse più governare, una limitazione delle forme di violenza messe in atto negli ultimi tempi dai coloni verso la popolazione palestinese. Piuttosto, è importante comprendere che dopo il 7 ottobre a essere mutata non è tanto la posizione dei vari leader politici, quanto l’intera strategia militare di Israele.
Cosa intendi?
Prima nel 7 ottobre era prevalente l’idea che nei confronti dei nemici di Israele occorresse una politica di contenimento e di deterrenza. In altre parole, occorreva attutire e ridurre i rischi. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha dimostrato che questa strategia è troppo rischiosa per la sicurezza di Israele. Di conseguenza, in questi quasi tre anni abbiamo assistito ha un approccio del tutto diverso. Oggi si ricerca non la semplice deterrenza, ma una profondità strategica dell’azione militare. A Gaza, in Siria e in Libano stiamo vedendo come l’esercito israeliano occupi intere aree di altri Paesi per eliminare la presenza di pericoli. Se alle prossime elezioni dovesse governare una coalizione diversa da quella attuale non credo che tale strategia verrebbe annullata, al massimo potremmo averne una attenuazione. Penso, ad esempio, che potrebbe essere possibile un ritiro dalla Siria, ma non da Gaza e non dal Libano, fino a quando Hamas ed Hezbollah rappresenteranno un pericolo per Israele.
Come viene giudicato Netanyahu dal suo Paese?

Al momento ha certamente delle possibilità di restare al governo. Naturalmente c’è una parte dell’elettorato e che lo indica come il principale responsabile dell’insicurezza che ha colpito Israele. D’altra parte, c’è una parte del Paese che vede in lui l’unico leader in grado di assicurare la sicurezza di Israele, bollando come pericolosi pacifisti di sinistra coloro che vi si oppongono. Ha tuttora una base elettorale solida e, come ho detto, potrebbe beneficiare anche della perdita di voti che subiranno i partiti ultrareligiosi. Inoltre è un politico molto esperto: per esempio, ha negato che l’attacco all’Iran volesse realizzare un cambio di regime, limitandosi a dire di aver voluto creare le condizioni perché questo avvenisse. Inoltre, sul piano interno, Netanyahu ha già cominciato a parlare della necessità di un governo di unità nazionale. Probabilmente sta cercando di comprendere se, venendo meno l’appoggio dei partiti ultrareligiosi, possa pescare al centro dello schieramento i seggi che gli serviranno per governare.
Qual è lo stato di salute dei partiti che si oppongono a Netanyahu oggi?

Di Eisenkott, Bennet, Lapid e Ganz ho già detto. In generale tutta l’opposizione rischia di vincere appena 61 seggi sui 120 della Knesset, il che la esporrebbe al rischio continuo di un capovolgimento di fronte. Ci sarebbero i partiti arabi a sostenere una simile maggioranza, ma alcuni leader (in primis Avigdor Liberman) si sono già espressi contro l’ipotesi di un accordo di questo tipo. L’unico a dichiararsi nettamente favorevole è stato Yair Golan, dei Democratici. Tuttavia, la sua posizione è tutto sommato minoritaria, anche perché alcune sue dichiarazioni durante la guerra, molto critiche verso l’azione militare di IDF, gli hanno causato una sensibile perdita di consensi.
A oltre mille giorni dal 7 ottobre, come ti sembra cambiato il Paese?
Israele è attraversato da sentimenti cangianti, prevalentemente negativi: rabbia, rassegnazione, timore. Ciononostante, sul piano economico Israele continua a mostrare segni positivi. In generale, tutto il Paese si è spostato su posizioni più conservatrici e radicali, potremmo dire di destra. La prospettiva di uno Stato palestinese è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico. In generale, la popolazione ha bisogno di sentirsi sicuro sul piano militare e della difesa. Questo avrà un grande impatto sul piano internazionale. Attualmente è stato raggiunto il risultato a Gaza: da lì non arrivano più missili contro Israele. Il prezzo pagato però è sostanzialmente il forte isolamento internazionale. Per non parlare dell’antisemitismo in risalita nella diaspora. Occorrerà vedere se il nuovo governo vorrà proseguire la politica di quello attuale o se ci sarà una maggiore attenzione alle richieste provenienti dalla comunità internazionale.
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