Alberto, come nasce in te l’idea di fare cinema e di diventare regista?

Nasce per assicurarmi un posto fisso. In realtà è stata la mia famiglia a obbligarmi. Quando ero al liceo sognavo altre occupazioni che di certo non mi avrebbero garantito la stessa sicurezza economica. Avvocato, notaio, medico o addirittura economista… le classiche fantasie adolescenziali di chi ancora non ha capito come gira il mondo. Guardandomi indietro, mi fa tenerezza quell’ingenuo ragazzo che sperava di mantenersi senza dipendere dalle produzioni cinematografiche.

Oltre che regista sei sceneggiatore e scrittore; quale ruolo preferisci, e perché?

La regia è senza dubbio ciò che mi diverte di più. La scrittura è subentrata successivamente. Scrivere un romanzo è un’attività solitaria, e sebbene questo abbia dei vantaggi, è molto faticoso arrivare fino alla fine senza deprimersi (soprattutto se si è depressi anche prima di iniziare a scrivere’ ). Il vantaggio della scrittura però è che per metterla in pratica, non servono i milioni necessari a fare un film, quindi in un certo senso si è molto più liberi. Allo stesso tempo, non c’è nessuno su cui si può scaricare la responsabilità se poi il romanzo viene male e questo può essere un problema. Anche i miei progetti cinematografici partono dalla scrittura, ma quando si butta giù il soggetto del film o della serie che si vuole girare, lo sviluppo dell’idea coinvolge sempre altre persone ed è certamente un lavoro più stimolante. La regia vera e propria è la fase più adrenalinica. Un mix di stress così grande che ti porta a non chiudere occhio per settimane e allo stesso tempo di un divertimento e una gioia difficili da descrivere. Per godersela davvero credo sia comunque necessaria una certa dose d’incoscienza e megalomania

È difficile farsi strada nel mondo del cinema? Quali ostacoli hai incontrato e dovuto superare?

Proiettori, cavi elettrici, carrelli, macchine da presa, cavalletti’ Il mondo del cinema è pieno di ostacoli. Per questo è importante fare molta attenzione quando si cammina su un set.

Sia il film “Pecore in erba” (2015), con il quale hai ottenuto un successo di critica e di pubblico e la candidatura come migliore regista esordiente ai David di Donatello, che il libro “Olocaustico” (Giuntina, 2019), trattano il tema dell’antisemitismo e del negazionismo, con un’ottica molto ebraica, quella dell’ironia. Pensi che la situazione in Italia imponga un impegno maggiore da parte di tutti, per combattere il fenomeno? Con l’ironia si possono ottenere i migliori risultati?

Non credo necessariamente che un determinato registro sia più efficace di un altro. L’ironia e più in particolare la satira, sono il linguaggio che mi è più familiare quando si tratta di affrontare certi argomenti. Penso che quando si parla tanto di una cosa, prima o poi questa tenda a svuotarsi di significato, spesso senza che ce ne aggiorniamo. Credo che un linguaggio basato sul paradosso, l’iperbole, e in senso più esteso sul ribaltamento della realtà, a volte possa aiutarci a riappropriarci di una visione più obiettiva. Il vero problema è che per parlare di certi temi, inevitabilmente ci si scontra con l’imperante politically correct di quest’epoca. Se da una parte i social network hanno dato voce anche a chi sostiene posizioni criminali e pericolose, dall’altra, sembra che non esistano più argomenti di cui si possa parlare senza che qualcuno si offenda o provi a censurarci. La satira forse è uno dei pochi mezzi rimasti per destreggiarci in questo campo minato, anche se di sicuro non se la passa molto bene. Credo che una società in cui non è più consentito scherzare in modo intelligente dei problemi che la riguardano, sia una società che sta pericolosamente perdendo la sua libertà. Insomma, la sensazione è che ci stiamo avvicinando velocemente al punto in cui non si 7 1313 potrà più dire un caz{CENSORED}

Ritieni che l’identità ebraica possa influenzare il tuo modo di metterti dietro la macchina da presa?

È inevitabile. Sebbene non sia osservante e frequenti poco l’ambiente, la mia educazione e i riferimenti culturali con cui sono cresciuto influenzeranno sempre quello che faccio e il modo in cui vedo le cose. Orson Welles diceva: ‘In Italia per trenta anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano cinquecento anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto’ L’orologio a cucù!’. Temo che questo non c’entri assolutamente nulla con la domanda, ma è da un sacco di tempo che volevo usare questa citazione in un’intervista!

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi prossimi progetti?

Credo che porti male. Ma in effetti difficilmente potrebbe andare peggio di così’ In cantiere ci sono diverse cose. Un film, un nuovo libro e anche una serie Tv. Il problema è che, almeno nel cinema, negli ultimi anni è diventato molto difficile riuscire a realizzare i propri progetti. Il Covid in un certo senso ci ha dato il colpo di grazia. L’obiettivo al momento è di riuscire a concludere qualcosa prima della prossima pandemia. In alternativa, punterei su qualche attività con maggiori garanzie, tipo quella delle sigarette elettroniche.

Grazie Alberto, a questo punto, se abbiamo capito bene, non ci resta che augurarti di riuscire a mantenere un po’di libertà e non farti fagocitare troppo dai red carpet e dai Festival!

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