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Film Jeanne Dielman

Nel rituale, la perfezione

Chantal Akerman, regista ebrea, è stata riconosciuta da una rivista del settore come autrice del film migliore di sempre. Carlo Schalom Hintermann ci spiega il perchè

Ha suscitato grande scalpore, anche per diverse dichiarazioni “eccellenti”, la nomina di Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman come migliore film di tutti i tempi per la rivista inglese Sight and Sound.

Io credo che tutte le classifiche, soprattutto quelle che ripercorrono un arco di tempo così ampio, siano profondamente svilenti.

Fanno di un film una macchina da competizione, come ci fosse un traguardo da raggiungere ogni volta che ci si mette dietro la macchina da presa. Mi piacerebbe, paradossalmente, che il film migliore di tutti i tempi non fosse altro che la somma esatta di tutti i film mai fatti, un’unica infinita visione, forse troppo ampia per essere mai vista.

In questo caso il clamore è stato suscitato dal presunto politically correct che ha animato la scelta: una regista donna, un film tutto incentrato su una figura femminile, un cast tecnico composto all’80% da donne, cosa del tutto pionieristica per il 1975, hanno di realizzazione del film. Cosa rimane allora del film stesso, lontano dalle polemiche, in alcuni casi autorevoli, come quella lanciata da Paul Schrader?

La regista Chantal Akerman
La regista Chantal Akerman

Rimane un gesto artistico puro, quello di filmare il rito. La stessa Chantal Akerman in diverse interviste ha dichiarato che l’esposizione dei gesti quotidiani della protagonista, interpretata dalla straordinaria Delphine Sayrig, non sono altro che l’esposizione di una ritualità. Quella ritualità che rende accettabile qualsiasi vita, anche quella di una donna che si prostituisce come una dimensione domestica, un ménage in cui il tempo scorre assecondando appunto un rituale.

Questa punteggiatura esistenziale, fatta di gesti quotidiani, che Akerman riprende con straordinaria meticolosità lungo una durata di duecentoventicinque minuti, per stessa ammissione dell’autrice, affonda le sue radici nella ritualità ebraica. Una ritualità testimoniata dal nonno, proveniente dai villaggi dell’Est Europa, persa poi completamente dalla generazione successiva emigrata in Belgio, in una famiglia composta soprattutto da donne. L’osservare la scansione quotidiana delle preghiere, i gesti legati alle festività, gli oggetti come attori del rito tanto quanto le persone, secondo Chantal Akerman hanno lasciato una impronta indelebile nella famiglia anche quando una vita del tutto laica si è sostituita a quell’originaria adesione religiosa.

In un certo senso una forma di religione laica, dove gli oggetti non erano più la coppa per il kiddush, il siddur, la menorah o la mezuzah ma il ferro da stiro, una ciotola in cui impanare le cotolette, il thermos in cui conservare l’acqua calda. Il modo in cui quegli oggetti vengono messi in opera, non è che un rito, che scandisce gli orari di un’esistenza, e nel fare questo regala un senso di pace. Il film allora può essere letto come una liturgia femminile, che tiene insieme paradossi e opposti, come la maternità e la prostituzione.

Per questo forse solletica anche la vis polemica di chi vorrebbe “ben altri film” come miglior film di tutti i tempi, in fondo questo atteggiamento è ancora espressione della paura verso il femminile, non a caso molte delle polemiche sono espresse da uomini. Un femminile non piegato alla visione maschile, sconvolgente perché capace di contenere gli opposti e di esprimere appunto una ritualità. La liturgia probabilmente non sarebbe stata così incisiva se non si fosse dispiegata in una durata estesa, sospendere il tempo, in fondo questo è il senso del rito: dedicarsi a qualcosa fuori del tempo, plasmare il proprio tempo al di là del tempo corrente, del tempo socialmente imposto. In una frase “andare contro il tempo”, attraverso la sua regolamentazione, una regola privata che può solo obbedire a una intima necessità. In questa ottica non vedo niente di male se alcune scelte riflettano la temperie culturale in cui viviamo. Non credo sia il frutto di provocazioni ma di una sensibilità plastica, che muta.

Guarda il Trailer del film

Se quindi una liturgia femminile viene ritenuta come un segno talmente importante da rappresentare il miglior film di tutti i tempi, forse al momento è necessario che sia così.

Forse serve lasciarsi prendere per mano da una donna ebrea, consapevole delle proprie origini, ma totalmente immersa nel flusso della vita, capace di anticipare quello che sarebbe diventato per alcuni un pensiero dominante. Credo che la serenità nell’accettare questo porti proprio invece a non essere dominati e a considerare le classifiche come un’espressione in fondo fatua, capace però di farci riflettere almeno per un tempo determinato. Questa attenzione improvvisa su Chantal Akerman non può che obbligarmi a fare un parallelismo con un’altra straordinaria regista ebrea, Ruth Beckermann. Pochi giorni fa si è svolta una retrospettiva completa al Filmmaker Festival di Milano, seguita poi dalla proiezione dei suoi ultimi tre film a Roma e a Palermo in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia.

La regista Ruth Beckerman
La regista Ruth Beckerman

Nel suo ultimo film, Mutzenbacher, Ruth Beckermann ribalta completamente il rapporto uomo donna, chiedendo a una serie di uomini di leggere le pagine di quello che è considerato il romanzo più controverso sul desiderio femminile, espresso dalla sua protagonista, la prostituta Josefine Mutzenbacher. Ne esce uno dei ritratti più arguti della mascolinità. Ecco, mi sembra una grande conquista che due registe e donne ebree mettano a soqquadro l’universo maschile e lo facciano con un candore che nasconde una forza straordinaria, era proprio l’ora, con buona pace dei polemisti.

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