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Chanukkà: il collegamento tra la festa e Giuseppe e i suoi fratelli*

 Durante Chanukkà leggiamo sempre (parte del)la storia di Giuseppe: che collegamento fanno i nostri maestri? Rav Gianfranco di Segni ci fornisce alcune indicazioni

La festa di Chanukkà, durando otto giorni, include sempre uno Shabbat e a volte due. In questi due sabati si leggono rispettivamente le parashot di Va-yèshev e di Mikkètz, entrambe incentrate sul rapporto fra Giuseppe e i suoi fratelli e le disavventure di Giuseppe in Egitto (Bereshit capp. 37-44). Quest’anno è stata la volta di Va-yeshev, che capita più raramente rispetto a Mikkètz. Come è noto, i nostri Maestri, antichi e contemporanei, si sono sempre esercitati nel ricercare collegamenti fra il contenuto della parashà e ciò che succede nella settimana in cui la si legge e anche con i fatti dei nostri tempi. Che rapporto c’è fra Chanukkà e la storia di Giuseppe? E magari anche con quanto sta accadendo i questi giorni difficili?

Nel Talmud non c’è un trattato dedicato a Chanukkà, come invece c’è per la festa di Purim (il trattato Meghillà): forse perché Chanukkà è una festa più tarda rispetto a Purim, o forse anche perché i Maestri non nutrivano molta simpatia per la dinastia degli Asmonei-Maccabim (che erano kohanim), dato che univano il potere religioso-spirituale con quello politico.

Le regole di Chanukkà sono discusse all’interno del trattato Shabbàt, nel cap. 2 (Bammè madlikin), dedicato all’accensione dei lumi del sabato. Nell’ambito della digressione su Chanukkà, che occupa circa tre fogli, è riportato il seguente insegnamento:

Rav Kahanà disse che Rav Natàn ben Manyumi spiegò a nome di Rabbi Tanchùm: Il lume di Chanukkà che sia stato posto al di sopra di venti ammòt (braccia; circa 10 metri) non è valido […]. E inoltre disse Rav Kahanà che Rav Natàn ben Manyumi spiegò a nome di Rav Tanchùm: Perché è scritto “E il pozzo era vuoto non vi era acqua” (Bereshit 37:24)? Dal momento che è detto che “era vuoto” non so forse che non c’era acqua? Ma il testo ci vuole insegnare che non c’era acqua nel pozzo, però c’erano serpenti e scorpioni (Talmud Bavlì, Shabbat 21b-22a).

Giuseppe gettato nel pozzo

Il pozzo di cui si parla è quello in cui Giuseppe fu scaraventato dai suoi fratelli, che volevano liberarsi di lui per vendicarsi del fatto che aveva riportato al padre Giacobbe maldicenza nei loro confronti e anche perché, come dimostrato dai sogni che Giuseppe raccontava, voleva ergersi sopra di loro. C’è da aggiungere che secondo i commentatori né Reuven, che consigliò di gettare Giuseppe nel pozzo per poi salvarlo, né i fratelli che materialmente lo gettarono sapevano della presenza di serpenti e scorpioni (Bereshit 37:20-24; vedi Rashì e il commento Torà Temimà di Barukh Halevi Epstein, 1860-1941, a Bereshit 37:24).

In ogni caso, ecco trovato un collegamento fra Chanukkà e la parashà di Va-yeshev: la spiegazione del versetto sul pozzo riferita da Rabbì Tanchùm è accostata alla norma sull’altezza del lume di Chanukkà insegnata dallo stesso Maestro. Ma il collegamento è solo questo, una mera vicinanza di due insegnamenti? A Rabbì Tanchum sono attributi anche altri insegnamenti, perché dunque alla norma su Chanukkà viene accostata proprio la spiegazione sul pozzo?

Spiega Rabbi Meir Simcha HaKohen di Dvinsk (1843-1926), nel commento alla Torà Mèshekh Chokhmà, che il motivo dell’accostamento dei due insegnamenti di Rabbi Tanchum è che in entrambi i casi si parla di una salvezza avvenuta per miracolo: a Chanukkà i pochi, deboli e male armati ebrei furono salvati dal tentativo dei greco-siriani di dominarli religiosamente e culturalmente, e questa salvezza, già di per sé un’indicazione che era stata guidata dal Cielo, fu accompagnata da un miracolo sovrannaturale (l’olio sufficiente per un giorno durò ben otto giorni); nel caso di Giuseppe gettato nel pozzo, il giovane si salvò miracolosamente nonostante ci fossero serpenti e scorpioni.

Giuseppe venduto dai fratelli

Il Mèshekh Chokhmà riporta un altro passo del Talmud, dal trattato Berakhot, in cui si dice nella Mishnà (la componente più antica del Tamud) che: “Colui che vede un luogo in cui avvennero miracoli al popolo d’Israele dice: Benedetto sia Colui che fece miracoli ai nostri padri in questo luogo” (Mishnà, Berakhòt cap. 9:1; nel Talmud, Berakhot 54a). Questa berakhà è molto simile a quella che recitiamo a Chanukkà e a Purim: “Benedetto sia Colui che fece miracoli ai nostri padri in quei giorni, in questo tempo”. Il Talmud aggiunge che anche le singole persone alle quali sia accaduto un miracolo in un certo posto sono tenute a recitare la benedizione quando passano nello stesso posto.

Il Midrash Tanchumà (che secondo il Mèshekh Chokhmà è stato composto dallo stesso Rabbi Tanchùm citato sopra) cita il viaggio di Giuseppe e i suoi fratelli per andare a seppellire la salma del padre Giacobbe a Hebron, nella Me‘aràt ha-Machpelà (“Grotta delle coppie”), a fianco di Abramo e Sara, di Isacco e Rebecca, e di Lea (Bereshit 49:29-33; cap. 50). Al ritorno in Egitto, dice la Torà, “i fratelli di Giuseppe videro” (senza specificare cosa videro) e dissero: “Forse Giuseppe ci serberà rancore e ci ricambierà tutto il male che gli abbiamo fatto” (ivi 50:15). Cosa videro i fratelli? Dice il Midrash: Videro che Giuseppe si era fermato presso il pozzo in cui l’avevano gettato. I fratelli pensarono che Giuseppe stesse meditando come vendicarsi di loro, dato che il padre non c’era più e a cui sarebbe sicuramente dispiaciuto un tale dissidio, ma invece Giuseppe stava benedicendo il Signore che lo aveva salvato da una fossa “infestata da serpenti e scorpioni” (Midrash Tanchumà, BereshitVaychì, 17; Bereshit Rabbà 84:16 e 100:8, trad. in italiano a cura di Rav Alfredo Ravenna, Utet, Torino 1978, pp. 703 e 862, di prossima riedizione presso la Giuntina).

L’uso di recitare una benedizione per uno scampato pericolo grazie a un miracolo è all’origine dei Purim Sheni (secondi Purim) o Purim locali, ossia festeggiamenti di singole comunità o famiglie per essersi salvati da disgrazie come calamità naturali o più spesso da assalti da parte di gruppi ostili agli ebrei. Se ne contano circa cento nel mondo, di cui più di un terzo in Italia, un altro terzo nel resto d’Europa e altri 25 nei paesi del Mediterraneo meridionale e orientale e del Medio Oriente, Israele inclusa. A Roma festeggiamo tre di questi Purim Shenì: il Mo’ed di Piombo, il 2 Shevat, e altri due di origine tripolina, Purim Sherif (23 Tevet) e Purim Burgul (29 Tevet), entrati in uso dopo l’arrivo degli ebrei libici in conseguenza della Guerra dei Sei giorni. Il motivo per cui sono chiamati Purim (e non Chanukkà) è che durano un solo giorno e perché in genere ricordano uno scampato pericolo fisico, e non culturale come quello ricordato a Chanukkà.

quest’anno Chanukkà cade in un momento cruciale per Israele

Per concludere, c’è un altro interessante collegamento tra la parashà di Va-yeshev e la festa di Chanukkà. Durante l’accensione dei lumi, almeno secondo l’uso italiano e sefardita, si recita il salmo specifico per Chanukkà, il Salmo 30 (Mizmòr shir chanukkàt ha-bàyit le David). In questo “canto per l’inaugurazione della Casa (di D-o)”, al versetto 4 David ringrazia il Signore perché “mi hai fatto rivivere dall’essere sceso nella fossa (bor)” (traduzione mia). Il termine bor è lo stesso usato per il pozzo in cui fu sprofondato Giuseppe. E ancora: al versetto 10 David esclama: “Che vantaggio (bètza’) ci sarebbe dalla mia morte (lett. “mio sangue”, bedamì)?”, le stesse parole dette da Yehudà per salvare Giuseppe, sprofondato nel pozzo senza cibo né acqua, quando suggerisce ai fratelli di venderlo alla carovana di Ismaeliti che si stava avvicinando: “Quale vantaggio (bètza’) ne trarremo se uccideremo nostro fratello e ne nasconderemo la morte (“il suo sangue”, damò)? Orsù, vendiamolo agli Ismaeliti…” (Bereshit 37: 25-28). E così fecero.

Non a caso il più famoso fra i Maccabei era Yehudà. (Se poi Yehudà, fratello di Giuseppe, debba o possa essere lodato per quanto disse e fece, o piuttosto rimproverato, è un’altra storia).

 

Con la speranza e la preghiera che tutti coloro che sono stati gettati nelle fosse e nei tunnel di Gaza possano presto tornare “in vita”, sani e salvi, alle loro famiglie.

(Tratto dalle derashot tenute al Tempio Bet Eliyahu-Parioli e all’Oratorio Di Castro di via Balbo nella settimana di Chanukkà 5784, in memoria di mia madre Dely Di Segni Grünwald z.l., mancata sette anni fa dopo aver acceso il terzo lume di Chanukkà 5777).

*in copertina, vignetta di Gay Morad per Yediot Ahronot

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