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Un Rav romano in meridione

Rav Cesare Moscati, dopo una carriera spesa quasi per intero a Roma, è da poche settimane rabbino capo di Napoli, la comunità che copre tutto il meridione, una terra in bilico tra problemi e opportunità

Rav Moscati, lei è un rabbino molto noto a Roma, e da poco ha assunto le funzioni di rabbino capo di Napoli. Per cominciare, ci vuole parlare un po’ di lei?

rav Moscati è rabbino capo di Napoli dallo scorso settembre

Sono nato a Roma il 19 dicembre 1952, quindi ho da poco compiuto 70 anni. Come si dice, l’importante è non sentirli…Ho iniziato a studiare a 13 anni, e ho raggiunto il primo livello di grado rabbinico a 23 anni, poi mi sono sposato – era il 1977, avevo 25 anni – e dal matrimonio sono nati 4 figli, 1 maschio e 3 femmine; di loro, tre sono in Israele da molti anni, anche la più piccola dovrebbe sposarsi presto, e speriamo arrivino altri figlioli. Al momento ho 5 nipoti di cui 3 in Israele.

Che attività ha svolto a Roma?

Ho lavorato alla Cer come rabbino dal 1977, cominciando al Tempio spagnolo. Poi sono diventato rabbino maggiore nel 1987, a 30 anni, e ho insegnato alle scuole medie ebraiche, ho fatto parte del Bet din, e ho insegnato anche alla scuola rabbinica. Dal 2017 sono in pensione, pur continuando a collaborare con la Cer, sia all’Ufficio rabbinico che nelle sinagoghe. Dal 1° settembre scorso sono a Napoli, come rabbino capo della città.

Come mai ha preso la decisione di lasciare Roma dopo tanti anni?

rav Moscati, Giulio Di Segni e Roque Pugliese accendono l’Hannukkià a Bova Marina pochi giorni fa

Roma in effetti è la più grande comunità d’Italia, con circa 13.000 iscritti, dove sono nato e cresciuto, e dove ci sono ormai molte attività culturali e cultuali. Napoli invece ha circa 200 iscritti, calcolando tutto il meridione. È però una bellissima comunità, sebbene i servizi siano pochi. Trovo spettacolare la cordialità dei napoletani e soprattutto degli ebrei di Napoli, qui ho trovato molto calore. Dieci anni fa, ad esempio, sono stato a Verona, dove però è molto più difficile coinvolgere il centinaio d’ebrei iscritti. Qui a Napoli, nonostante i numeri, se si vuole si riesce a fare tantissimo. La presenza di un rabbino è perciò fondamentale. Io sono sempre qui dal venerdì alla domenica e per i moadim, faccio inoltre lezioni on line e in presenza. Inoltre ci sono le funzioni, le cene e i pranzi sociali, sia di sabato che di festa, l’accoglienza ai turisti americani e israeliani; riconosco in questo al rav Ariel Finzi, che mi ha preceduto, di avere preso contatti con gli studenti israeliani dell’università, che altrimenti rischiano di fare gruppo a parte, e che invece vengono da noi i venerdì sera per mangiare, parlare, studiare cantare. In tal modo si crea atmosfera più unica che rara.

Il tempio della comunità ebraica di Napoli

Che programma si è dato per il suo rabbinato?

Avvicinare più persone, e non escludere nessuno. È fondamentale il coinvolgimento. Ci sono iscritti che non partecipano, dovremo cercarli noi. Anche solo per chiacchierare, non per forza di Torah e religione; soprattutto con i ragazzi, che sono i più difficili da avvicinare. Certamente parlare di religione è importante, ma credo che vada fatto successivamente, dopo aver creato un legame. E poi non dimentichiamo il rapporto con l’esterno, che resta fondamentale. Per il momento ho avuto contatti con la realtà cattolica, non ancora con quella islamica, spero di riuscirci. La domenica di Hanukkà ci è venuto a trovare l’arcivescovo di Napoli, Battaglia, e presto credo che ricambierò la visita. Infine, c’è tutto il meridione, su cui Napoli ha giurisdizione.

È una questione complessa, quella del Sud.

il mikvè di Siracusa

Sì, ci sono problematiche complesse, da quello che sto vedendo. Al sud ci sono pochissimi iscritti, sparsi su un territorio vasto, e c’è la necessità di avere rapporti con le istituzioni locali e le altre comunità religiose. Sono andato a Siracusa, dove c’è il mikve più antico. Assieme a Giulio Di Segni [vice presidente UCEI e delegato per il meridione, n.d.a.], pochi giorni fa siamo andati a Reggio Calabria, dove c’è il delegato di Napoli, Roque Pugliese, e dove è stato organizzato un convengo sulla vita di Rashì, perché a Reggio è stata fatta la prima stampa dei suoi manoscritti, fondamentali per lo studio della Torà: pensi che la prima stampa del 1475 del suo commento è stata fatta a Reggio, e questo dimostra quanto nel meridione la cacciata degli ebrei successiva al 1492 sia stata dannosa.

Di recente, è stata pubblicizzata la nascita della comunità ebraica di Catania.

l’area dell’antica giudecca di Catania

Una comunità in realtà solo sulla carta, perché non riconosciuta né dall’Ucei né dall’ARI, che sono gli unici soggetti ad avere competenza. In effetti da Catania è nata una bella polemica…l’autoproclamato segretario della comunità, Triolo, ha voluto compiere un passo senza consultarsi con Ucei e ARI. Deve sapere che perché ci sia una comunità ebraica occorre anche una sinagoga, il minian, il cibo kasher, il mikve, un rav…. A Catania non c’erano queste basi. E allora Triolo si è rivolto a dei rabbini americani che gli hanno dato il consenso, però fuori da ogni rispetto delle regole.

Tuttavia, resta il problema del marranesimo.

la sinagoga di Trani, avamposto dell’ebraismo italiano al Sud

Occorre innanzitutto dire che individuare chi siano i marrani è abbastanza difficile. Non basta che ci siano persone molto vicine a noi, attratte dall’ebraismo. Certo, la cosa ci fa piacere, ed è vero che spesso hanno usanze familiari che senz’altro possono essere ricondotte al marranesimo; questo però non vuol dire che possono essere riconosciuti automaticamente ebrei. È complicato, bisogna accertare l’origine materna, se ci fossero documenti allora sarebbero automaticamente ebrei. Ma i documenti mancano. L’ebraismo, come sappiamo, non fa proselitismo. Non basta conoscere le regole, ma occorre poterle mettere in pratica. Al momento l’ARI ha deciso che le conversioni dove non c’è una comunità ebraica che garantisca lo shabbat e la kasherut non può farsi; è preferibile non convertire se mancano le basi. Certo dovremo seguire queste persone, ma al momento non si può fare altro. Oggi la questione halachicamente è un po’ ferma, il rabbinato di Roma e di Milano devono seguire le regole di Israele, e quindi se da lì ci sono veti, noi li eseguiamo, a meno che non ci siano casi particolari presentati al Bet din.

Mi parla delle somiglianze, o delle differenze, tra gli ebrei romani e quelli napoletani?

qui e sotto: rav Moscati durante Hannukkà

Le somiglianze sono maggiori delle differenze. Gli ebrei di Napoli sono vicini alla mentalità romana: sono ospitali, calorosi, disponibili. Poi conta anche una questione personale, io ho visto molta disponibilità e accoglienza che mi ha lasciato sorpreso; ciò non toglie che degli ebrei romani non posso che parlarne bene, perché anche loro sono sempre pronti ad aiutare e non si tirano mai indietro. Direi che a Roma c’è fratellanza, a Napoli c’è amicizia ed amore verso il prossimo.

Come vede l’ebraismo italiano?

È una bellissima domanda. Distinguerei tra comunità piccole, medie e grandi. Roma, ma anche Milano, ha una vita ebraica che si mantiene, si sviluppa e aumenta. Io ricordo che all’inizio, 50 anni fa, essere ebrei a Roma era difficile. Esisteva solo 1 macelleria kasher, oggi sono 15; c’era solo 1 ristorante, oggi oltre 20; c’erano solo 2 templi, oggi più di 15. Gli ebrei ortodossi si contavano sulla punta delle mani. Nelle comunità medie e piccole è molto diverso. Lì il problema della vita ebraica è enorme. A Napoli, come nella maggior parte delle altre, la comunità è formata da persone anziane, al tempio ci sono un paio di ragazzi e gli altri hanno oltre sessant’anni. In queste condizioni non si riesce a trovare compagne/i di religione ebraica e così i giovani tendono a emigrare. La comunità si impoverisce. Come risolvere questo problema? Forse dovremo far conoscere i nostri ragazzi, organizzando incontri, a Napoli o altrove. Anche in Israele e in Francia. Dobbiamo fare degli sforzi per creare delle famiglie ebraiche. Pochi giorni fa, ad esempio, 40 ragazzi sono venuti da Roma, una domenica. Li abbiamo ospitati e organizzato una visita della città. Vorremo continuare l’iniziativa a primavera, quando Napoli diventa una ambita meta culturale. Bisogna far conoscere la città e i nostri ragazzi, che sono pochi. Accettiamo ospiti da tutta Italia! Da Milano, per esempio. Possiamo organizzare visite e dintorni. Ne ho parlato con la presidente Schapirer e siamo d’accordo.

E il rabbinato italiano? Qual è il suo stato di salute?

una vista di Napoli, con piazza del Plebiscito in primo piano

Il rabbinato ha sempre avuto una crisi vocazionale, oggi però vedo che si sono molti ragazzi che studiano, il problema è che studiano per rabbini e poi non vogliono fare il rabbino! Si tratta di un compito impegnativo. Soprattutto se si vuole andare in altre comunità. Ci sono rabbini che non vogliono andare in “periferia”, specie se hanno mogli e figli, perché è dura crescere i figli dove non ci sono i servizi. Spero tuttavia che molti degli studenti di oggi potranno diventare domani dei rabbini.

Leggi anche:

le altre tappe del viaggio nel rabbinato italiano

3 risposte

  1. Shalom. Mi chiamo Eugenio Amato e faccio parte del gruppo palermitano di religione ebraica che ruota attorno all’ISSE, Istituto Siciliano Studi Ebraici.
    Da circa vent’anni ho frequentato la Sinagoga di Siracusa guidata da (Rav?)
    Stefano Di Mauro, il quale si è recentemente trasferito a Gerusalemme.
    Il mio albero genealogico è il seguente:
    Mia nonna paterna di chiamava pure Amato, quindi mio nonno e mia nonna si chiamavano entrambi Amato.
    Ho testimonianza di una mia zia Amato, di 92 anni, sorella di mio padre, la quale mi ha raccontato che nella famiglia del mio trisavolo si osservava il rito ebraico del funerale: drappi neri sugli specchi e isolamento totale.
    Mia nonna materna di chiamava Salomone e i suoi fratelli abitavano nel quartiere ebraico di Boston, negli Stati Uniti.
    Mi sembra rispondente al vero, secondo la tradizione ebraica, che i cognomi Amato e Salomone sono entrambi di origine esclusivamente ebraica.
    Ovviamente sono in grado di documentare tutto quanto detto.
    Io so leggere in ebraico e prego in ebraico.
    Desideravo sapere cosa devo fare per entrare a far parte, ufficialmente e formalmente, nella Comunità Ebraica.
    Toda. Shalom.

  2. “Dice il Midrash Rabbah: da un giusto a un altro giusto”
    Rav Moscati ha preso la cattedra di Napoli come Rabbino Capo, dopo il Maestro Ariel Finzi diventato Rabbino capo di Torino. Gli ebrei napoletani stanno vivendo con felicità questo anni, in cui stanno avendo guide eccellenti e benvolute. Non elenco i bravissimi predecessori, dico solo che ci riteniamo arrricchiti ogni volta di Toraah e traduzione. Oggi c’è sempre (bli neder) minian a shabat , e anche spesso a mincha di Shabat. Vi sono pranzi casher per chiunque voglia venire. Lezioni in zoom per gli ebrei di tutto il meridione.

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