Così è nato il Centro di cultura ebraica

Bice Migliau è stata la prima direttrice del Centro di cultura ebraica, creando una realtà unica in tutta Europa. A Riflessi racconta la sua avventura

Cara Bice, vorrei innanzitutto cominciare da te, e dalle tue origini familiari.

Bice Migliau

Provengo da una antica famiglia di origine provenzale, stabilitasi in Piemonte. Il cognome deriva dal paese di Milhaud”. Così ricordo di aver iniziato a compilare il ponderoso questionario del Joint inviatomi dalla Comunità di Roma per concorrere nel 1973 al ruolo di direttore del primo Centro di cultura ebraica. In realtà ero stanca di sentirmi chiedere, per via di quella “u” finale, se fossi sarda; poi seppi che quell’incipit al mio curriculum destò una forte impressione. I miei nonni erano tutti piemontesi, perché anche il ramo materno, i Pugliese, erano risaliti dalla Puglia in Piemonte in epoca angioina. Mio padre, Gino Migliau, commercialista, è stato il primo a nascere a Genova, dove sono nata anch’io e mio fratello Aldo, ingegnere, che ancora risiede lì con la sua famiglia.

Com’era Genova a quel tempo?

La comunità contava circa 800 persone; era una piccola comunità, relativamente attiva, con pochi giovani che tra loro certo si frequentavano, ma la città offriva scarsi sbocchi per il loro futuro, per cui la mia generazione è emigrata tutta, in Israele, o in altre città d’Italia. Vivere a Genova è stato comunque bello e formativo.

Che famiglia era la tua?

il matrimonio dei genitori di Bice

Sono figlia dell’immediato dopoguerra, nata nell’atmosfera della ricostruzione e del ritorno alla vita. I miei nonni paterni, Giuseppe Migliau e Bice Segre, di cui porto il nome, erano stati deportati, catturati per delazione da un gerarca fascista a Chiavari dove si erano rifugiati. Mio padre invece sì salvò perché nascosto da amici, e iniziò a elaborare il suo lutto collaborando con la DELASEM per il soccorso ai profughi e compilando le schede di tutti gli ebrei deportati da Genova, che oggi sono raccolte presso il CDEC, in un fondo che porta il suo nome. Mio nonno materno, colonnello Claudio Pugliese, dagli anni Trenta a Roma, era ufficiale di Stato maggiore dell’esercito, pluridecorato nella prima guerra mondiale. Salvò la famiglia nascondendola nei conventi: mia nonna Emma Torre, mia mamma Giuliana e la sorella Paola andarono al convento di S. Giuseppe, al Casaletto, lo stesso dove trovarono rifugio Lia Levi con la madre e la sorella. Mio zio Cesare fu ospitato dai Salesiani. Il nonno nel 1938 era stato allontanato dall’esercito a causa delle leggi razziali, entrò a far parte del comitato dei padri di famiglia che a Via Celimontana mise in piedi la scuola ebraica di emergenza che frequentarono i figli. La mamma me ne parlava sempre come di una scuola straordinaria perché i docenti erano di prim’ordine, trattandosi tutti di insegnanti universitari e di liceo, espulsi anche loro dagli atenei e dalle scuole. Nel primo dopoguerra, mio nonno divenne presidente della scuola ebraica. Quanto ai miei genitori, che si erano conosciuti attraverso parenti, furono sposati a Roma da rav Prato nel 1946.

rav David Prato (1882-1951)

Che aria si respirava in casa?

Nonostante questo passato alle spalle, i nostri genitori hanno sempre cercato di darci sicurezza e affetto, in un’atmosfera serena in cui la nostra identità ebraica si formasse solida e tradizionale; devo anche aggiungere che nella mia formazione ha influito molto Rav Aldo Luzzatto, z.l., che sapeva dialogare con i giovani in modo straordinario. Papà è stato per anni revisore dei conti dell’Unione e in casa arrivavano “Israel” e “La Rassegna mensile d’Israel”. Naturalmente, il mio percorso personale deve molto anche agli anni in cui frequentai il CGE, [Centro giovanile ebraico] e la FGEI [Federazione giovanile ebraica d’Italia]. La FGEI di allora, in particolare, fu un’occasione unica per noi giovani, perché a seguito dei campeggi, dei raduni e dei congressi avevamo amici in ogni città, girando l’Italia trovavamo ovunque ospitalità.

Il CGE di Genova, 1962. Bice è la seconda da destra

Il tuo arrivo, stabilirti a Roma, ti ha creato difficoltà, provenendo da una piccola realtà ebraica?

No, in realtà non ho avuti problemi, perché da bambina venivo spesso dai nonni a Roma, nella bella casa di Viale Liegi. Mia madre aveva ripreso gli studi e in quegli anni preparava gli esami per l’università e la tesi di laurea, perciò quando era occupata mi trasferivo dai nonni.

Mi parli dell’inizio del Centro di cultura ebraica? Innanzitutto: come ne diventasti la prima direttrice?

Potrei dire che non sono stata chiamata, ma mi sono scontrata con il Centro! Nel 1973, dopo una laurea in storia e un anno di studio in Israele, pensai di fare una ricerca sui giovani ebrei di inizio Novecento. Per cui venni a Roma, all’Unione, e sotto la vigilanza un po’ burbera di Augusto Segre, un grande maestro che indirizzava le ricerche, sfogliando i giornali, dividevo il tavolo di lavoro con un altro giovane, scambiandoci idee ed esperienze: era Mario Toscano. Ricordo che un giorno, mentre chiacchieravo con lui, sopraggiunse l’amico Riccardo Di Segni, che mi aveva invitato per la sua laurea rabbinica. Aveva in mano un foglio. “Sei tu quella che cercano”, mi disse. Rimasi interdetta, quando vidi che in mano teneva il bando per il direttore del futuro Centro pedagogico-culturale. Ricordo che pensai subito: “se mi prendono cambio il nome, perché con un nome così non si avvicinerà mai nessuno!”

Gli inizi del lavoro a Roma, 1974

Chi ti scelse per guidare il Centro?

Mi chiamò una commissione formata da Giuliano Orvieto, Sergio Sonnino, Sergio Di Veroli e Aldo Sonnino. Il Centro, per nascere, sarebbe stato supportato dal Joint, che aveva come programma quello di formare nuovi servizi comunitari. Dopo questo colloquio, Saul Meghnagi, a quel tempo direttore del Kadimah, mi disse che Alfonso Di Nola mi voleva conoscere. Era allora un noto antropologo, un punto di riferimento per la comunità. Sai, lui sapeva valorizzare la cultura ebraica in prospettiva scientifica. Insomma, sostenni un colloquio di circa due ore con Di Nola, parlammo di ebraismo e cultura ebraica; il giorno dopo mi arrivò la lettera: ero stata assunta. Così mi spostai a Roma, la mia seconda città.

Com’era la comunità in quegli anni?

(continua a pag. 2)

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