Il nazista con la valigia

45 anni fa Herbert Kappler, condannato per le deportazioni e le stragi nazisfasciste a Roma, ottenne un provvedimento di scarcerazione. La comunità ebraica di Roma insorse. Ricordiamo quei tre giorni che segnarono una profondo cambiamento nella percezione dell’ebraismo italiano da parte delle istituzioni.

Il nazista in valigia: Kappler

nelle immagini che seguono: manifestazioni contro la scarcerazione di Kappler

Il colonnello Herbert Kappler durante l’occupazione nazista di Roma fu responsabile di numerosi crimini; per gli ebrei romani fu il simbolo stesso del male assoluto: fu infatti lui, assieme ad altri, uno dei maggiori responsabili del ricatto dei 50 kg d’oro, del saccheggio degli archivi della comunità, del rastrellamento del 16 ottobre 1943 che portò alla morte 1022 uomini, donne e bambini e di altre centinaia di ulteriori deportazioni nei mesi successivi, ma anche della strage delle Ardeatine e della deportazione dal Quadraro di oltre 1000 uomini, di cui tornarono appena la metà.

Dal comando di Via Tasso, sede della Gestapo, assieme al suo assistente Erich Priebke, Kappler brutalizzò l’intera città al punto che quel luogo, Via Tasso, divenne per antifascisti, partigiani, ebrei luogo di tortura e morte.

Alla fine della guerra Kappler fu catturato dagli alleati e consegnato alle autorità italiane che lo processarono al Collegio Militare, lo stesso luogo dove fece radunare gli ebrei catturati il 16 ottobre prima di essere deportati ad Auschwitz. Fu condannato all’ergastolo e inviato al carcere militare di Gaeta, dove rimase fino ai primi mesi del 1976 per essere poi trasferito all’ospedale militare del Celio, perché gli era stato diagnosticato un tumore al colon.

Novembre 1976: il tentativo di scarcerazione

Nel frattempo, la Germania Federale si apprestava a concedere all’Italia un sostanziale aiuto finanziario. Forse questo spiega perché ad inizio novembre i giudici militari stabilirono che Kappler poteva lasciare il Celio, ma non l’Italia. Era invece ovvio che avrebbe lasciato il paese, e infatti la stessa Germania si affrettò a chiederne per motivi umanitari il ritorno a casa.

A quel punto, però, la reazione della intera comunità ebraica fu vigorosa e inaspettata, cogliendo di sorpresa sia la politica che la magistratura militare, obbligandola a una veloce retromarcia.

Io la vissi personalmente e posso perciò affermare che si trattò di una rivolta morale e di popolo senza precedenti. Mai era infatti accaduto che per la liberazione di un criminale nazista in Europa migliaia di persone per tre giorni marciassero per la città, “assediando” le sedi istituzionali come il Parlamento o l’ospedale militare.

Si trattò di una vicenda che dopo 45 anni va ricordata in tutti i suoi aspetti: la Germania che non aveva fatto ancora in conti con il suo passato, e così neppure l’Italia – in quegli anni “distratta” da altre emergenze, come il terrorismo rosso e nero, gli anni di piombo – il bisogno di liquidità in Marchi del nostro paese, i servizi deviati che gestirono poi la fuga di Kappler, e su tutto ciò le ferite ancora sanguinanti dell’ebraismo romano.

La rivolta della comunità ebraica: prima tappa, il 14 novembre.

Appresa la notizia della imminente liberazione, domenica 14 novembre la Comunità ebraica indì una marcia silenziosa che sarebbe partita dall’altezza della Fao alle Fosse Ardeatine, aderì l’Anfim (Associazione nazionale famiglie italiane martiri) ed alcuni esponenti politici. Ad aprire il corteo il sindaco Carlo Giulio Argan, Rav Toaff, il presidente della Comunità ebraica di Roma Fernando Piperno; a seguire, migliaia di persone, in gran parte ebrei. Anche se importante, il corteo era ancora troppo poco per alcuni abituati ad agire con fermezza, come i ragazzi del movimento creato da Pacifico Di Consiglio, conosciuto come “Moretto”, che da 1967 garantiva non solo la sicurezza delle istituzioni, ma era sempre pronto a mobilitarsi in sostegno di Israele, per gli ebrei nell’Unione Sovietica, o per fronteggiare l’antisemitismo di sinistra e di destra. Bisognava farsi sentire sia dai magistrati militari che dalla politica.

Moretto conosceva da tempo un infermiere del Celio. I due si incontrarono per sapere se fosse vero che Kappler si trovasse al Celio e in che reparto. Avute le informazioni chieste, con i ragazzi del gruppo si concordò una strategia.

Al termine della marcia silenziosa ci ritrovammo così tutti all’interno del Sacrario delle Fosse Ardeatine, in un silenzio assordante. All’improvviso, la moglie di uno dei 335 martiri – Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo – iniziò ad urlare: “Ossa innocenti sorgete e vendicatevi!”. Era “Zia Emma”, rimasta vedova e con una bimba piccola.

A quel punto la commozione si trasformò in rabbia; era il segnale che aspettavamo.

Uno dei ragazzi invitò tutti a smettere di pregare ed andare al Celio. Accadde tutto in breve tempo. I primi si posizionarono davanti l’ingresso del Celio, poi arrivarono centinaia di persone. I carabinieri, presi di sorpresa, chiusero il portone principale, ma al grido di “Kappler boia!” una porta laterale cedette alla pressione delle persone e a decine entrarono all’interno. Molti sapevano dove andare, ma i carabinieri, arrivati ormai in forze, armi in pugno ordinarono di uscire da quella zona militare.

Nel frattempo erano arrivati decine di giornalisti, di politici ed altre centinaia di persone. Era il caos. Un ufficiale dei carabinieri chiese di liberare gli ingressi o avrebbero caricato, dopo una breve trattativa l’accordo fu trovato: entrarono solo in due a verificare che Kappler fosse ancora lì dentro, e con l’impegno di rimanere in silenzio e di non fare gesti. Entrarono Rosetta Stame, figlia di uno dei martiri, e Marco Di Segni, fratello della moglie di Moretto. Dovettero attendere quattro ore, perché bisognava aspettare l’avvocato di Kappler.

Alla fine, li fecero avvicinare a una stanza e aprirono. Kappler era seduto su di una sedia, vitreo in volto, temendo che per lui si mettesse male. Usciti i due testimoni, furono accerchiati dai giornalisti che volevano sapere dell’incontro. La folla rimase a piantonare davanti l’ospedale fino a tarda notte, quando esponenti politici assicurarono che il prigioniero sarebbe rimasto dove era.

Il corteo del 15 novembre

Il giorno dopo partì dal Portico di Ottavia un enorme corteo, questa volta intenzionato a raggiungere il Parlamento. E così per tutta la notte si lavorò per preparare cartelli e organizzare il servizio d’ordine per la manifestazione, che non era stata autorizzata.

Il corteo si incolonnò la mattina del 15 verso il lungotevere, deciso di raggiungere Montecitorio, ma fu bloccato dalla polizia. Costretti a tornare indietro, si formò allora un sit-in attorno la Sinagoga, che si prolungò fino a tarda sera.

Sembrava finisse lì, invece era la prova generale per quello che sarebbe successo il giorno dopo.

(continua a pag. 2)

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