L’attacco all’Iran non salverà Bibi

Sergio Della Pergola spiega gli effetti della guerra sulla politica interna israeliana

Sergio, come si vive nella terza settimana di guerra?

Sergio Della Pergola, professore emerito all’Università di Gerusalemme, è statistico e saggista di fama internazionale. E’ specializzato in demografia dell’ebraismo nel mondo e in Israele (Foto: E. Salman)

In una condizione di continua incertezza in cui anche gesti quotidiani, come uscire a fare la spesa,  farsi una doccia, diventano  un problema. Cerchiamo di valutare quando arriverà il prossimo allarme, e cosa possiamo fare tra un intervallo e l’altro.

Ci aiuti a capire che significa vivere sotto il continuo rischio di un attacco missilistico?

Il pericolo varia innanzitutto secondo la parte del Paese in cui si vive. Qui a Gerusalemme gli attacchi sono al momento meno intensi, perché l’Iran utilizza missili balistici i quali, quando vengono intercettati, disperdono frammenti lunghi anche diversi metri, che quindi rischiano di produrre danni sulla moschea di Al Aqsa nonché sui quartieri abitati dalla popolazione araba. In altre parti di Israele la situazione invece è diversa e gli attacchi sono più numerosi e continui. Dipende anche dal tipo di missile che viene utilizzato. Ce ne sono alcuni che contengono fino a 500 chili di esplosivo, altri che hanno una quantità minore, ma suddivisa in una pluralità di bombe che esplodendo coprono un raggio fino a 15 km. Il risultato è che Israele ha avuto già 12 morti e oltre 3000 feriti. Senza contare i danni alle case. Ma è vero che solo due dei morti erano in un rifugio, peraltro con la porta aperta. Rinchiudersi bene è decisivo per salvarsi la vita.

Che succede quando siete avvisati dell’arrivo di un missile?

Israele vede già 12 vittime e oltre 3000 feriti per gli attacchi iraniani

Utilizziamo un’applicazione che ci dà due tipi di avvisi. Il primo arriva circa otto/nove minuti prima della caduta del missile, e ci raccomanda di avvicinarci ad un rifugio. Il secondo arriva insieme al suono delle sirene, e avverte che l’impatto si verificherà entro novanta secondi, sperando naturalmente che la contraerea lo abbatta prima. In questo modo la maggioranza della popolazione ha la possibilità di chiudersi della camera blindata dell’appartamento o di scendere nel rifugio condominiale nel palazzo in cui vive, o altrimenti avvicinarsi ad un rifugio collettivo in una strada vicina, a Tel Aviv a esempio nelle stazioni della nuova metropolitana. Questa protezione però non è mai assoluta, dobbiamo ricordare che non solo ci si può trovare in luoghi all’aperto privi di tutela, ma che le abitazioni costruite prima del 1960 sono prive di rifugio, e lo stesso vale per quelle costruite illegalmente in molti villaggi beduini. Questo genera anche polemiche, perché i vari governi non hanno mai davvero predisposto un piano edilizio per dotare le abitazioni più vecchie di una difesa efficace contro gli attacchi aerei. Infine, bisogna ricordare che molte persone sono ancora in attesa non solo dei rimborsi per i danni subiti la scorsa estate, nella guerra dei 12 giorni contro l’Iran, ma addirittura i danni subiti dall’attacco di Hamas dell’ottobre del 2023. Anche qui la burocrazia non scherza.

La guerra sembra non andare bene come sostenuto da Trump. In Israele si commenta l’andamento del conflitto?

Le valutazioni sulla guerra inevitabilmente finiscono per essere un giudizio su Netanyahu. Il fatto che abbia guidato il Paese negli ultimi vent’anni comporta – è inevitabile – che il giudizio sulla situazione attuale sia ricondotto agli anni precedenti. Quanto agli analisti, oggi ritengono che il governo non abbia previsto con precisione come avrebbe reagito l’Iran all’attacco, ma questo vale anche per Trump. Il risultato è che alla terza settimana la guerra è ancora in corso, con gravissimi danni alla parte nemica. Ma l’Iran, e anche Hezbollah in Libano, dimostrano di avere ripristinato un arsenale missilistico in grado di colpire Israele, nonostante i toni trionfalistici con cui anche il governo israeliano aveva commentato la guerra dello scorso giugno: è evidente che le valutazioni fatte allora peccavano per ottimismo. L’Iran sta dimostrando di avere armi a sufficienza per attaccare anche tutti i Paesi del Golfo. Nonché la Turchia e Cipro.

Il regime change non è alle viste. Cosa cambia per Israele? La guerra continuerà ad ogni costo?

Bisogna riconoscere che in tutte le scuole militari probabilmente sarà studiato l’attacco del 27 febbraio, con cui nelle prime ore del conflitto Israele e gli Stati Uniti sono stati capaci di decapitare il vertice politico e militare iraniano. Detto questo, i fatti oggi ci dimostrano che in un Paese di quasi cento milioni di abitanti, il cambio di regime si è dimostrato irrealizzabile, perlomeno con i soli combattimenti aerei. Se guardiamo del resto ai precedenti storici, come l’Italia, la Germania o il Giappone, risulta evidente che il cambio di regime si ottenne innanzitutto con truppe terrestri che occuparono il territorio, controllandolo. In quei Paesi poi esistevano una classe politica precedente all’instaurazione delle dittature e una cultura politica di lungo corso, che consentirono di selezionare, anche se con compromessi di vario tipo, una nuova classe dirigente in grado di avviare la democrazia al posto della dittatura. Tutto questo in Iran oggi non c’è.  Fin dal colpo di stato del 1953 contro il nazionalista Mossadegh, prima della rivoluzione di Khomeini del 1979, la Persia era una monarchia assoluta con una forte influenza della polizia segreta SAVAK e molta dipendenza dai grandi gruppi petroliferi. Questo spiega la difficoltà oggi di individuare un gruppo dirigente diverso dagli Ayatollah e dalle Guardie rivoluzionarie. Il figlio dello Shah, Reza Ciro Pahlavi, non sembra possedere grande carisma. Da qui, tra l’altro, si misura anche una carenza nella capacità di analisi politica israeliana.

Khamenei, ucciso il 27 febbraio, e il presidente dell’Iran Pedaskhian ai funerali di leader di Hamas di Haninieh

Quale?

Anche nel 1982 Israele si convinse della possibilità di creare un governo non ostile in Libano, coi Maroniti di Bashir Gemayel. Il progetto si rivelò una tragica illusione. In Israele manca una vera cultura politica in grado di fare previsioni attendibili sulle reazioni dei nostri avversari e di sviluppare e anticipare iniziative di ampio respiro politico. Direi che questa è la lacuna principale del pensiero politico israeliano non solo oggi, ma fin da quel momento discriminante che era stato l’assassinio di Izhak Rabin.

Altri fronti sono il Libano e la Cisgiordania. Si prefigura il tentativo della destra di realizzare la Grande Israele?

Occorre distinguere i due fronti. In Cisgiordania si verificano episodi vergognosi, come quello di un gruppo di poliziotti di confine che, temendo di subire un attacco terroristico, ha aperto il fuoco contro dei civili palestinesi, sterminando un’intera famiglia. Ancora più grave è la serie di violenze che giovani israeliani, sbandati e criminali, compiono ogni giorno a danno della popolazione palestinese in Cisgiordania con l’assenso e la copertura del ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir e del ministro delegato alla Cisgiordania Smotrich. E tutto ciò grazie alla tolleranza di Netanyahu, costretto a giustificare queste violenze, e di fatto connivente per rimanere in sella al governo. Simili comportamenti vanno assolutamente condannati e puniti. In Libano il discorso è completamente diverso perché assistiamo ad un pericolo concreto per la sicurezza nazionale. Hezbollah continua ad essere una minaccia per la popolazione israeliana. Ciò rende inevitabile intervenire su tutto il territorio a sud del fiume Litani, ma anche a nord, per bonificare quella terra ed evitare che possa continuare a essere una fonte di pericolo di morte immediato per centinaia di migliaia di israeliani, e di disturbo perpetuo per milioni.

qui e sotto: esplosioni al confine tra Israele e Libano

Saresti favorevole a una occupazione indefinita del Sud del Libano?

No. Credo che un’occupazione del Libano sarebbe alla lunga negativa, come il passato ha già dimostrato. Occorre tuttavia intervenire perché Hezbollah non possa più minacciare Israele. Se ci fosse la cultura politica di cui ti dicevo prima, che invece manca, Israele dovrebbe sfruttare l’occasione storica offerta dal presidente libanese Joseph Aoun di arrivare a un accordo, che porterebbe anche al riconoscimento di Israele da parte del Libano, e che potrebbe servire a disarmare Hezbollah. Ma temo che l’attuale governo israeliano si lascerà sfuggire questa occasione.

Netanyahu si potrà avvantaggiare della guerra in vista del voto?

Pochi giorni fa è stato fatto un sondaggio sul gradimento delle figure che stanno conducendo questa guerra. È risultato che il capo dell’aviazione ha ottenuto 8, il capo di Stato maggiore 7,5, Netanyahu 5,5 e il ministro del Tesoro, Smotrich, 3,5. Questo dato rende bene l’idea di come la guerra non stia spostando consenso a favore di Netanyahu e del suo governo. Per quanto riguarda il voto per il rinnovo della Knesset, si potrebbe andare alle elezioni anticipate se il 31 Marzo non verrà approvato il bilancio. Non credo però che questo succederà, anche perché i partiti religiosi hanno accettato di posticipare a dopo il voto sul bilancio la legge per esonerare i loro ragazzi dal servizio militare, dimostrando cha la coalizione vuole rimanere aggrappata alla zattera del potere fino all’ultimo momento. Dunque è probabile che si voterà alla fine di ottobre come previsto. Non credo invece che la guerra possa ritardare di molto il voto. Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, si andò al voto solo con un paio di mesi di ritardo.

Quali sono le previsioni?

Naftali Bennett e Yair Lapid, due tra i leader dell’opposizione a Netanyahu

Nei sondaggi l’attuale coalizione di governo, che conta 68 membri, non supera i 50 seggi sui 120 del Parlamento israeliano; dunque, da lungo tempo rappresenta la minoranza del paese, anche se il Likud detiene il maggior numero di seggi fra tutti i partiti. L’opposizione sionista all’attuale governo si stima potrà ottenere circa 60 seggi su 120, ma qui c’è il problema dei 10-12 seggi che prenderanno le liste arabe. Se una maggioranza alternativa a quella attuale potrebbe esserci solo ottenendo il voto dei partiti arabi, è possibile che il Likud si confermi il partito con il maggior numero di seggi; in tal caso Netanyahu potrebbe giocare la carta del governo di minoranza di ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni. Ci sarebbe un’alternativa, ossia che il voto dei deputati arabi sia sufficiente a far nascere un nuovo governo, e che subito dopo le liste arabe si sfilino.  Il nuovo governo, appena costituito, resterebbe in carica, in attesa di nuove elezioni, ma sarebbe guidato da qualcuno diverso da Netanyahu. La realtà è che la politica israeliana assomiglia oggi a una palude in cui anche le migliori speranze rischiano di affondare. L’opposizione deve assolutamente cambiare marcia, darsi una struttura meno frazionata, più compatta, e creare una formazione di maggioranza relativa in grado di assumersi la guida del paese, con un chiaro programma di ricostruzione nazionale.

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2 risposte

  1. In risposta al Prof. Della Pergola:

    Premetto che un’intervista di questo tenore dà eccezionale manforte ai pro-Pal. Il professore vive a Gerusalemme e non si rende assolutamente conto che il 90% degli Occidentali, italiani compresi, odia Israele, e la percentuale aumenta di continuo; criticare pubblicamente sui giornali esteri il governo israeliano e Netanyahu in un’epoca così deleteria per Israele è da suicidi: fa più danni della propaganda di Al Jazeera e dei Fratelli Musulmani. È il solito vecchio masochismo ebraico auto-fustigante. Non dimentichiamoci che molte delle famiglie massacrate il 7/10 erano proprio di quegli israeliani di Sinistra che tanto amavano gli arabi da cui sono state trucidate.

    1) Sia Trump che Bibi non hanno mai dichiarato che l’obiettivo fosse il cambio di regime di Teheran, bensì la neutralizzazione definitiva delle sue capacità offensive, nucleari e tradizionali. Il cambio di regime era solo auspicato, e Bibi ha sempre dichiarato che sarebbe spettato soltanto agli iraniani; la guerra lo avrebbe potuto aiutare ma il resto avrebbero dovuto farlo i cittadini iraniani. L’attacco mirava a distruggere le potenzialità militari dell’Iran: nessuno ha mai parlato di voler individuare un gruppo dirigente golpista o altro: Reza Pahlavi non è mai stato invitato da Washington o Gerusalemme a costituire un governo di indipendenza nazionale, è sempre restato ai margini della scena. In questo non c’è nessuna carenza di analisi politica da parte di Netanyahu, ma un totalmente diverso obiettivo, dettato da differenti cause scatenanti l’attacco.

    2) Nessuno ha mai parlato di inviare truppe a terra, tanto meno nel Paese. Non è certo nemmeno chi si invieranno ora lungo lo Stretto di Hormuz.

    3) Contrariamente da quanto asserito dal professore, tutto il mondo ha visto che Israele ha avuto un’eccellente visione politica in grado di distruggere quella che fino a pochi mesi prima era considerata la maggiore potenza del Medio Oriente, ridicolizzandone la forza militare. Dopo 12 ore i cieli sopra l’Iran erano in totale dominio israeliano e americano. All’opposto da quanto scritto dal professore, sono state perfettamente anticipate le reazioni dell’avversario sia militarmente sia come intelligence sul campo, eliminando chirurgicamente centinaia di altissimi esponenti e vertici iraniani, mentre prosegue senza sosta l’abbattimento di migliaia di siti bellici. Nessuna guerra nella storia è mai durata poche settimane, e nessuno ha mai detto che sarebbe stata breve né facile, bensì che sarebbe durata il necessario per vanificare le pericolosissime minacce iraniane.

    4) Anticipare iniziative di ampio respiro politico è proprio ciò che sta facendo Netanyahu ridisegnando l’intero Medio Oriente non solo tramite la distruzione dei gruppi militari responsabili di decenni di morti israeliane, ma anche intessendo una preziosissima rete di rapporti commerciali, politici e diplomatici con gli altri Paesi, limitrofi e no; non ultimo l’India, alleato fondamentale di un miliardo e trecento milioni di persone, che sta implementando gli Accordi di Abramo con ulteriori patti e relazioni bilaterali. Oggi si annuncia anche la realizzazioni di nuovi accordi con l’Arabia Saudita per bypassare lo Stretto di Hormuz tramite oleodotti via terra dal deserto arabico fino ai porti Israeliani. In Libano la situazione è complicata dall’essere il Paese in balia della popolazione sciita molto presente nelle compagini politiche e istituzionali, ma anche qui Netanyahu sta facendo il possibile per difendere le sue popolazioni con iniziative potenti e coraggiose.

    5) È assai sbagliato continuare a chiamarla Cisgiordania, nome inventato dagli arabi occupanti nel 1948. Il territorio si chiama Samaria e Giudea, e appartiene alla terra israeliana dalla dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917, dalla Conferenza di Sanremo dell’aprile 1920, dalla League of Nations Mandate for Palestine del 16/9/1922, e dalla costituzione dello Stato di Israele del 14/5/1948. Tutte cose ben note al professore. Ancor più grave è usare il termine “palestinesi”, accreditando una nazionalità e un’identità inventata da Arafat negli anni ’60 per genti arabe straniere da lui fatte emigrare in questi territori da Egitto, Siria, Giordania, Iraq, Libano; territori poi liberati dall’occupazione araba nel 1967 ma tuttora di fatto ancora occupati dagli arabi. Il termine “palestinese” appartiene soltanto all’identità israelitica e perciò israeliana.

    6) In ogni Paese del mondo esistono criminali e imbecilli. Stigmatizzare solo le sporadiche violenze di teppisti israeliani sui corrispettivi clan beduini in Samaria e Giudea è arbitrario e ingiusto. Diventa, poi, colpevole quando si passino sotto silenzio i CENTO anni di violenza dei clan beduini di questa regione contro le comunità ebraiche.

    7) Contrariamente a quanto afferma il professore, la cultura politica di Netanyahu gli ha permesso di avere una perfetta visione anche sul Libano. Da un lato è vano immaginare, come auspica il professore, che il governo libanese abbia la forza di opporsi da solo alle pressioni degli sciiti, che sono circa metà della popolazione libanese, e di conseguenza alle violenze di Hezbollah, proxi dell’Iran; tuttavia, proprio in questi giorni, grazie alla fermezza militare israeliana anche oltre il fiume Litani, il presidente libanese ha accettato gli interventi di Gerusalemme come necessari, mentre Macron ha chiesto formalmente che il Libano riconosca lo Stato di Israele e ponga fine al dominio di Hezbollah.

    8) Gettare discredito sul governo israeliano nella stampa internazionale proprio in questo momento storico appare un’operazione ideologica autolesionista. Semmai sarebbe opportuno compiere una vera analisi storico-politica su come i governi di Sinistra israeliani dopo il 1967, alla liberazione dei territori occupati dagli arabi, abbiano blandito gli stessi movimenti arabi evitando la deportazione delle genti straniere da Samaria, Giudea e Striscia di Gaza, impedendone la piena identità israeliana, e facendo incancrenire la situazione che ha permesso ad Arafat di inventarsi il falso storico di una Palestina araba.

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