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Ha Bait: parlano i candidati-2

Riflessi presenta i candidati della lista Ha Bait. Oggi conosciamo Giordana Terracina, Alberto Di Consiglio (Baby) e Alessandro Gai

Giordana Terracina

Giordana, ci racconti di che ti occupi nella vita?

Dopo una laurea in giurisprudenza mi sono dedicata agli studi sulla Shoah diplomandomi al Master Internazionale di II Livello in Didattica della Shoah con il professor David Meghnagi, con una tesi sulla storia della deportazione degli ebrei libici in Italia e poi a Bergen Belsen durante l’occupazione fascista. Successivamente ho collaborato con la Fondazione Museo della Shoah di Roma e ho continuato a pubblicare ampliando l’ambito delle mie ricerche. Nel 2021 ho pubblicato sul quotidiano Il Riformista dei nuovi documenti sull’attentato alla Sinagoga del 9 ottobre 1982 approfondendo anche qui con ulteriori pubblicazioni le mie ricerche sul terrorismo palestinese. Mi sono diplomata alla Scuola di Alta Formazione Politica presso l’Istituto Luigi Sturzo e attualmente sono iscritta all’ultimo anno di dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Tor Vergata.

Perché hai deciso di candidarti con Ha Bait?

Con un figlio iscritto al secondo anno in scienze umane presso il liceo ebraico Renzo Levi e con il mio volontariato presso la Comunità in tema di sicurezza ho ritenuto che la scelta di candidarmi potesse rappresentare un ulteriore passo per mettere le mie competenze al servizio dei miei correligionari nel limite delle mie possibilità. Un esempio per mio figlio nella direzione del mettersi al servizio del prossimo in pieno spirito ebraico.

il cortile della scuola, a Roma

Hai mai svolto impegni nella nostra comunità?

Oltre al volontariato in materia di sicurezza ho avuto modo di collaborare con la Comunità per le mie competenze come studiosa della Shoah, attivandomi oltre che in alcune mostre presso la Fondazione Museo della Shoah di Roma anche con progetti inerenti alle stesse tematiche.

Secondo te di cosa ha bisogno la nostra comunità per migliorare?

Mi piace immaginare la mia Comunità più unita, più solidale e soprattutto più accogliente verso i propri iscritti e verso il contesto sociale in cui si sviluppa.

Una volta eletta quali sono i punti del programma di Ha Bait che ti impegneresti ad attuare in prima persona?

È difficile scegliere con un programma così ben articolato e ponderato anche perché ogni punto racchiude un po’ tutti gli altri. Non ci può essere accoglienza se non c’è cultura e rapporti con la politica nazionale, così come non ci può essere informazione o inclusione e scuola. Davvero non saprei però certo forse le mie competenze mi portano più verso la cultura e la politica.

***

Alberto Di Consiglio

Alberto, ci racconti di che ti occupi nella vita?

Mi chiamo Alberto Di Consiglio, sono nato e vissuto in “Piazza” per 27 anni, ero Agente di Commercio e da qualche anno sono in pensione. Il mio tempo è dedicato al volontariato in campo ebraico, ne parlerò più avanti.

Perché hai deciso di candidarti con Ha Bait?

Non avrei mai pensato di candidarmi, ma negli ultimi anni ho assistito ad un crescendo di divisioni, intolleranza e a una gestione comunitaria verticistica. I social hanno ampliato un fenomeno che covava da molto tempo, mi sembra che nessuno sia intervenuto in maniera adeguata. Chi aveva gli strumenti per intervenire si è defilato e non ho mai sentito dire “ora basta”. Solo vaghi sussurri durante le festività ebraiche, un generico “volemose bene”. Ha Bait si presenta per cercare di porre fine a queste divisioni. Per questi motivi alla richiesta di presentarmi, ho accettato.  Ci sono ambienti che credono di rappresentare la verità assoluta, pensano che le istituzioni siano “casa loro” e non la casa di tutti. Questo può portare consenso, ma nella realtà abbiamo una comunità divisa, estranei che convivono nella stessa istituzione. Questo per me, per la mia storia anche famigliare è inaccettabile.

Hai mai svolto impegni nella nostra comunità?

Pacifico Di Consiglio, “Moretto” ( a destra) insieme a Moshè Dayan

Ho iniziato a fare attività in ambito comunitario dalla fine degli anni ’60 inizio ’70. Seguivo il movimento che aveva creato mio padre conosciuto come Moretto: salvaguardia delle istituzioni, contrasto all’antisemitismo/sionismo, sostegno ad Israele. Allora era una comunità diversa, più coesa, persone tra loro diverse dal punto di vista sociale, culturale, laici, osservanti lavoravano e collaboravano assieme per il bene comune, si avvertiva il senso di unità. Ora non è più così. Voglio essere chiaro, se non ti adegui al pensiero dominante sei considerato un corpo estraneo.
Ora continuo il mio volontariato: Progetto Memoria, guida al Museo della Shoah a Casina Vallati, ho raccolto molte testimonianze video per il sito Memoriebraiche.it. ma anche per dei libri pubblicati sulle vicende resistenziali di mio padre che combatté sia i fascisti che i nazisti durante l’occupazione di Roma. Vicende che sono state portate anche a teatro…

Secondo te di cosa ha bisogno la nostra comunità per migliorare?

Ciò che ha bisogno questa comunità è far capire che non ci sono figli di un D.O minore, che tutti si debbano sentire parte di una collettività. Non possiamo fare progetti per avvicinare ebrei lontani quando chi era vicino si è sentito escluso e si è allontanato. Non ci sono “nemici interni” ma opinioni diverse che vanno rispettate.

Una volta eletto quali sono i punti del programma di Ha Bait che ti impegneresti ad attuare in prima persona?

la Casina dei Vallati, sede della Fondazione museo della Shoah di Roma

Se eletto vorrei occuparmi di Memoria, ciò che ho sempre fatto, non solo Shoah o gli anni bui delle leggi razziste, ma uno sguardo alla nostra storia, a ciò che era l’ebraismo romano nel secolo scorso, un mondo scomparso, che ho scoperto nelle decine di video interviste fatte per i progetti citati in precedenza. Ed anche uno sguardo ad un passato che per alcune forze politiche non passa e che emerge di continuo. Ne abbiamo avuto un esempio lampante tra marzo ed aprile dalla strage delle Ardeatine alla festa della Liberazione dal nazifascismo. Ricordare è fondamentale per gestite i rapporti con le istituzioni nazionali, che rimangono comunque di competenza dell’Ucei poiché coinvolgono tutto l’ebraismo italiano. Per tutto questo mi trovo in perfetta sintonia con Ha Bait.

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Alessandro Gai

 Alessandro, ci racconti di che ti occupi nella vita?

Sono Avvocato, in particolare mi occupo di proprietà intellettuale in uno studio legale internazionale a Roma.

Perché hai deciso di candidarti con Ha Bait?

Devo ammettere che Billy [Regard, capolista per Ha Bait, n.d.r.] ha giocato un ruolo fondamentale nella scelta di candidarmi con Ha Bait. Sono convinto che abbia le idee e le motivazioni giuste per apportare un cambiamento positivo a questa comunità. Il gruppo che si è venuto a formare è composto da persone oneste e competenti, credo sia veramente un bel progetto e questo mi ha convinto a candidarmi.

Hai mai svolto impegni nella nostra comunità?

Oltre a essere stato consultore in passato, sono stato chanich e bogher dell’Hashomer e sono stato residente nella Moishe House per oltre due anni. Queste esperienze mi hanno permesso di conoscere da vicino le esigenze e le dinamiche della nostra comunità, specialmente quelle legate ai giovani.

Secondo te, di cosa ha bisogno la nostra comunità per migliorare?

Penso che la nostra comunità abbia bisogno di un confronto costruttivo e rispettoso che manca da troppo tempo. Dobbiamo imparare a canalizzare l’energia di coloro che desiderano fare la differenza. Le singole energie sono fondamentali per costruire il benessere e il progresso della nostra comunità.

Una volta eletto, quali sono i punti del programma di Ha Bait che ti impegneresti ad attuare in prima persona?

Mi dedicherei in modo prioritario ai giovani, in particolare alla fascia di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Purtroppo, questa fase della vita è spesso trascurata, nonostante sia cruciale per il coinvolgimento attivo dei ragazzi nella comunità. Mi impegnerò per creare opportunità e spazi di partecipazione che permettano ai giovani di sentirsi parte integrante della nostra comunità e di non allontanarsi.

Leggi anche: Daniel Coen, Paola Abbina e Alan David Baumann (Fischer)

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