Eugenio Colorni: uomo del passato, attualissimo oggi

È da poco in libreria “Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita” (Giuntina), scritto da Massimiliano Coccia. Gli abbiamo chiesto di pararcene

Nella tua biografia su Eugenio Colorni, scrivi che «è insieme antichissimo e modernissimo». Chi era Eugenio Colorni?

Massimiliano Coccia

Era un ragazzo di 35 anni che scelse di combattere il fascismo e il nazismo, che scelse di esserci contro ogni tentativo disperato. Antichissimo, perché aveva un’idea quasi classica della dignità, del coraggio, della responsabilità personale; modernissimo perché intuì prima di molti altri che il nazionalismo avrebbe distrutto l’Europa e che il futuro sarebbe passato attraverso una federazione europea. In lui pensiero e vita coincidono sempre: non c’è distanza tra il filosofo, il militante clandestino, l’uomo, il padre, il federalista. È questo che colpisce ancora oggi.

Nel suo testamento scritto a Melfi nel 1943, parlando alle figlie, scrive che è necessario «considerare l’amore come la cosa più seria ed importante della vita». È una frase che colpisce, perché non si crederebbe che a scriverla sia stato un antifascista durante la guerra.

il libro di Coccia, in uscita in questi giorni per Giuntina

Le lettere a sua moglie Ursula Hirschmann così come i ricordi dei suoi amici ci restituiscono un uomo che fa della tenerezza e dell’amore il suo motore esistenziale. Colorni era inquieto, pieno di passione per l’uomo e il suo destino. Anche dopo mesi di lavoro intorno alla sua figura ci sono aspetti che mi commuovono.

Nel testamento c’è anche una traccia di quello che poteva essere, quando si rivolge a Geymonat, raccomandandogli i suoi scritti: quale sarebbe stato il suo contributo al pensiero scientifico e filosofico?

Era uno studioso fuori scala rispetto alla sua generazione. Si occupava di Leibniz, di epistemologia, di matematica, di fisica teorica, fu il primo in Italia a studiare la psicoanalisi. Nei suoi appunti e nelle lettere a Geymonat si intravede un lavoro molto avanzato sul rapporto tra scienza e filosofia. La sua morte interrompe una delle grandi possibilità intellettuali del Novecento italiano ma il suo lavoro è stato essenziale per lo sviluppo della ricerca filosofica europea.

Il suo nome è legato al Manifesto di Ventotene, scritto con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, il progetto un’Europa federata e in pace. Quale fu il contributo di Colorni al Manifesto?

Ventotene

Colorni fu decisivo. Non soltanto nella discussione teorica con Spinelli e Rossi, ma soprattutto nel trasformare quell’intuizione in una proposta politica concreta. Scrisse la prefazione clandestina del Manifesto e ne comprese immediatamente la portata storica: l’idea che il fascismo non fosse un incidente della storia italiana, ma il prodotto del nazionalismo europeo.

Quando viene arrestato, nel 1938 a Trieste, è identificato e accusato di antifascismo anche in quanto ebreo. Quando conta la sua identità ebraica nel suo percorso intellettuale e politico?

Il fascismo lo perseguita anche come ebreo, crea una campagna diffamatoria sulla stampa qualche giorno prima che Mussolini annunci a Trieste la promulgazione delle leggi razziali. In Colorni non c’è mai chiusura comunitaria: la sua risposta all’antisemitismo è universalista, europea, profondamente politica.

Cugino dei fratelli Sereni, che rapporti ha con il sionismo?

la targa posta nel luogo dove fu colpito Colorni

Ha una breve stagione di adesione al sionismo socialista, proprio per il rapporto che lo lega ai Sereni, ma senza mai aderire a una visione esclusivamente nazionale. La sua vera patria politica resta l’Europa democratica e federale.

Descrivi il socialismo di Colorni come un pensiero intellettuale che «diffida delle illusioni spontaneistiche, di quella retorica delle masse che cancella il ruolo della mediazione politica». Viene da pensare al tempo di oggi, alla politica attuale.

Moltissimo. Colorni diffidava della retorica delle masse e delle scorciatoie populiste. Aveva capito che senza mediazione politica, cultura democratica e senso delle istituzioni la rabbia collettiva può facilmente trasformarsi in autoritarismo. È una lezione molto attuale in un tempo che spesso scambia la semplificazione per partecipazione.

Eugenio Colorni

A leggere la sua biografia si resta colpiti dal suo spessore intellettuale e morale, come quella di molti altri morti per la libertà. Tu stesso scrivi di «Possibilità interrotte». Viene sempre il rimpianto che, se fossero vissuti, questo sarebbe stato un Paese migliore.

Si, l’orrore della guerra e del totalitarismo è proprio questo, privare il mondo con la violenza di intelligenze e personalità in grado di migliorare le cose. Ma oggi Eugenio Colorni ci parla ancora e ci invita ancora a prendere parte, a studiare, ad essere originali e accurati nell’analisi per incidere davvero nel tempo che ci è dato vivere.

 

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