Credo ancora in Trump (e Netanyahu)
Moris Mottale, esperto di relazioni internazionali in Medio Oriente, individua nel conflitto tra Iran e Israele la chiave di quel che accade nell’area
Professor Mottale, all’inizio di luglio abbiamo assistito ai funerali della guida Khamenei in Iran e alle celebrazioni dei 250 anni di indipendenza americana. Dopo la firma degli accordi di un accordo preliminare in Svizzera (il memorandum understanding, risultato del negoziato, che si è tenuto in Svizzera, nelle località di Ginevra, Bürgenstock e Lugano), quale dei due paesi può dire di aver vinto la guerra avviata il 28 febbraio da Usa e Israele?

Innanzitutto, direi che la guerra non è affatto finita, come dimostrano anche queste ultime ore. In Svizzera è stata firmata soltanto una tregua di una battaglia molto più lunga. Del resto, l’Iran non è cambiato dopo l’attacco di febbraio. Anche in queste settimane ha continuato una durissima repressione interna che sta producendo migliaia di assassinii nella popolazione civile.
Se volessimo provare a fare un bilancio, che giudizio dà di questi ultimi mesi?
La dirigenza iraniana certamente è riuscita a convincere la popolazione di aver resistito agli attacchi americani e israeliani, e perciò di aver vinto la guerra. Lo stesso errore di prospettiva colpisce anche gli europei, e in generale i paesi musulmani. Per rendersene conto, basta leggere la stampa francese, italiana, turca e araba.
Lei invece ritiene che la guerra finora abbia segnato una vittoria per gli Stati Uniti e Israele?
Per gli Stati Uniti il fronte mediorientale è solo uno dei tanti scenari di guerra in cui si trova impegnato. Se vogliamo esprimere un giudizio più ponderato su quel che sta avvenendo in Medio Oriente, dovremmo considerare, ad esempio, che al momento l’Opec non è più in grado di determinare il prezzo del petrolio e che gli Stati Uniti, dopo il loro intervento in Venezuela, oggi traggono grandi vantaggi dal petrolio e fanno grandi profitti. Inoltre, l’intervento in Venezuela e quello a danno dell’Iran ha posto problemi all’importazione di petrolio da parte della Cina. Il conflitto in Medio Oriente va quindi visto in una prospettiva globale. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti oggi sono in grado di condizionare gli approvvigionamenti di petrolio cinesi, così come quelli russi. Direi quindi che è perlomeno affrettato affermare che gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra con l’Iran. Anche il giudizio sul presidente Trump, che in Europa è fortemente negativo, credo sia superficiale. Ritengo che le decisioni da lui prese non siano il frutto di sbalzi d’umore, come spesso viene accreditato in Italia, ma il risultato di attente riflessioni effettuate nel suo staff e dalla difesa, in cui operano professionisti. In ogni caso, per rispondere ancora alla sua domanda, direi che il costante aumento dei titoli del mercato azionario americano dimostra che certamente gli Stati Uniti non possono considerarsi gli sconfitti di questa guerra.

A suo avviso la firma degli accordi a Washington tra Israele e Libano può davvero pacificare il confine a nord di Israele?
Il tentativo di raggiungere un accordo tra Israele e Libano è vecchio di circa quarant’anni. Negli anni ’80, infatti, venne firmato un accordo che avrebbe portato alla pace, ma che il regime siriano sabotò, attraverso l’assassinio del presidente libanese Gemayel. Successivamente l’Iran cominciò a infiltrarsi in Libano e da allora ne condiziona ogni decisione, grazie alla presenza militare di Hezbollah e alla politica di un partito filoiraniano nel Parlamento libanese. Hezbollah, e per suo tramite l’Iran, sono i più intransigenti avversari di una vera pace fra il Libano e Israele. Se non si rimuoverà questo impedimento, sarà difficile raggiungere una vera pace fra i due paesi.
Il presidente Herzog ha dichiarato all’inizio della tregua che un accordo che consenta all’Iran di continuare ad armarsi non è buon accordo per Israele. Condivide questo giudizio?
Fin dagli anni ’70, sotto la guida di Golda Meir, Israele stato sempre consapevole che i propri interessi non coincidono esattamente con quelli degli Stati Uniti. Così è ancora oggi, e Netanyahu ne è consapevole. In ogni caso, il conflitto con l’Iran ha dato finora molti vantaggi a Israele.
Quali?

Ad esempio, la sua industria bellica è in piena espansione. Sul piano diplomatico e militare, Israele ha stretto accordi con gli Emirati arabi e con il Bahrain, assicurando loro una sicurezza militare e di intelligence. Ancora, il riconoscimento del Somaliland nel Corno d’africa consente a Israele di avere un alleato in quella parte strategica del mondo. Del resto, anche su questo punto la competizione che emerge è tra Israele e la Turchia. Direi, in generale, che spesso in Europa non è facile rendersi conto di tutte le dinamiche internazionali in corso, per una sorta di forte miopia ideologica.
Cosa intende?
L’Europa si illude che, prima o poi, si possa raggiungere la pace fra le nazioni. Al contrario, io ritengo che non possa esistere una vera pace, e che piuttosto dobbiamo abituarci a periodi di tregua tra un conflitto e l’altro. Oggi viviamo una fase di conflitto a cui noi europei non eravamo più abituati. Invece, in Europa, pur di inseguire la pace, si è disposti anche a far finta di non vedere la spietatezza del regime iraniano nei confronti della sua popolazione.
Da alcuni giorni sono ripresi i bombardamenti americani verso obiettivi iraniani, cui è seguita la risposta del regime dei pasdaran. Dunque, la guerra e di nuovo alle porte?

È possibile, ma la realtà è che nessuno può prevederlo con certezza. Tutto dipenderà anche dal voto di novembre in America. Anche qualora Trump dovesse perdere le elezioni di metà mandato, tuttavia non ingigantirei la sua sconfitta. In fondo, è accaduto spesso che un presidente americano, sia democratico che repubblicano, sia stato sconfitto nelle elezioni di mid-term. Una sconfitta di Trump non significherebbe automaticamente un cambio nella politica estera degli Stati Uniti.
Infine, c’è la questione di Gaza, di cui non si parla quasi più.
A Gaza Hamas c’è ancora, e tenta costantemente di controllare il territorio. Hamas continua a essere un alleato fondamentale per l’Iran e per tutti coloro che sono nemici degli Stati Uniti. Questo spiega il ritardo con cui finora registriamo la gestione della ricostruzione a Gaza. Per comprendere quale sarà davvero il futuro di Gaza occorre capire cosa succederà in Iran.
Mi sembra di capire che per lei l’Iran è il vero ostacolo a un possibile equilibrio nell’area.
Dal 1979, l’anno della rivoluzione islamica che portò al potere e alla cacciata dello Scià, la rivoluzione islamica non ha mai rinunciato al suo obiettivo: la distruzione del mondo anglo americano e la distruzione di Israele. L’obiettivo non è mai cambiato. Se non si rimuoverà il regime iraniano, non potrà esserci equilibrio e pace in Medio Oriente.
Leggi tutto il numero: Riflessi luglio-2026