L’editoriale
Aspettando la Liberazione
Mentre scriviamo, Israele e tutta la diaspora si preparano a celebrare le date più solenni del calendario civile israeliano: Yom Ha-zikkaron, stasera, che ricorda tutti i caduti per le guerre di difesa dello Stato, e Yom Hatzmaut, domani, il Giorno dell’indipendenza. Tutto questo nella settimana che conduce il nostro Paese alla Festa del 25 Aprile, la Liberazione dal nazifascismo grazie agli Alleati e alle forze partigiane.
Dunque, guerra e pace si intrecciano nella storia di Israele e dell’Italia, due Paesi legati più di quello che la cronaca sembra negare (basti pensare ai legami culturali e ideali tra il Risorgimento italiano e il pensiero socialista con il movimento sionista nato nella seconda metà dell’Ottocento).
Eppure, mai come ora la distanza tra Roma e Gerusalemme è stata così ampia. Il governo italiano, che per due anni era rimasto in silenzio mentre a Gaza la guerra asimmetrica tra Idf e Hamas distorceva grevemente il principio di proporzionalità a danno dei palestinesi, si è affrettato a protestare vivamente con l’ambasciatore israeliano per l’incidente – in verità molto maldestro e facilmente evitabile – che ha impedito al cardinale Pizzaballa di recarsi al Santo Sepolcro per la Domenica delle palme; e la stessa premier Meloni la scorsa settimana ha comunicato, en passant in una fiera dedicata al vino, che l’Italia non ha rinnovato l’accordo militare con Israele.
Le amicizie, soprattutto quelle sbandierate ma che nascono per interesse, durano finché è in piedi l’interesse; l’attuale governo italiano, ancora stordito dalla sconfitta referendaria, ci ha messo molto poco a cambiare punto di vista, pensando forse che mostrare la faccia severa verso Israele potesse arrestare la perdita di consenso. Ne prendiamo atto, senza per la verità essere molto sorpresi.
Del resto, il mondo va avanti lo stesso. Purtroppo, in una direzione che non sembra avvicinarci alla pace, da tutti invocata, ma che le destre al comando, negli Stati Uniti come in Israele, non sembrano essere così impazienti di raggiungere.
Viviamo ormai da troppo tempo in uno stato di guerra permanente, che certifica il tramonto di un’intera epoca, quella costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Da ultimo, dopo il 7 ottobre e l’attacco feroce e assassino di Hamas, in Medio Oriente è in corso il tentativo più radicale di riequilibrio, in cui lo scontro tra Israele e l’Iran, per tanti anni condotto dalla dittatura degli ayatollah per procura, sembra essere arrivato a una fase nuova.
In troppi avevano però fatto male i conti e si erano illusi che le sirene della destra che ululano a Washington con il pieno plauso del governo israeliano fossero suoni di pace. La guerra all’Iran si sta dimostrando maldestra e controproducente, dunque sbagliata, al punto che lo Stretto di Hormuz, che abbiamo scoperto vitale per la nostra vita quotidiana, è saldamente controllato dai pasdaran. Mentre il regime iraniano, benché colpito duramente, è ancora al comando, pronto ad avviare una nuova ondata repressiva dentro il Paese.
Come troverete all’interno di questo numero di Riflessi, lo stato di guerra in corso chiama a una grande responsabilità tutti gli attori democratici in campo (Usa e Israele) e anche quelli che nel campo non ci sono, per divisioni e mancanza strategica, ossia i Paesi europei.
Giuseppe Sarcina ci racconta come l’Europa assista balbettando alla crisi che la colpisce direttamente, e chissà se prima o poi sarà capace di voltare le spalle ai tanti “patrioti” che scimmiottano una sovranità fasulla, per imboccare sul serio la via di una maggiore coesione e forza in politica estera.
Ma è soprattutto da Michael Ascoli, rabbino romano trasferitosi ad Haifa, che arrivano le parole più accorate e più lucide sul rischio morale che corre Israele.
Per noi ebrei della diaspora è forse la realtà più dura da ammettere, ed è per questo che rav Ascoli sferza le nostre coscienze. In Cisgiordania si assiste ormai a un progetto avanzato per realizzare un’annessione de facto, che passa attraverso violenze quotidiane, da ultimo sostenute dalla Knesset con una legge emergenziale, un mostro giuridico per i nostri standard, che prevede la pena di morte automatica per chi verrà riconosciuto essere un terrorista palestinese. Michael Sierra, giovane giurista italo-israeliano, ci spiega i dettagli della legge e come probabilmente essa verrà fermata dalla Corte suprema; ciò non toglie che, sul piano morale e del diritto, la legge è un altro passo verso quella “democratura”, un regime ibrido con le forme della democrazia ma con l’animo della dittatura, che Netanyahu vorrebbe realizzare per restare al governo.
Israele, che è ancora una democrazia, risponderà a questo progetto in autunno, tornando al voto. Confidiamo che, nel momento più buio, possano emergere voci sensate, come quella che vi proponiamo di Michael Tsur, non a caso esperto di negoziati, le quali riconducano Israele nell’alveo dei paesi pienamente democratici.
Per noi ebrei della diaspora, restano una convinzione e una speranza. Che tutti i caduti per la difesa di Israele non avrebbero voluto un Paese così diviso e un governo così estremista. E che gli israeliani di oggi sappiano liberare la democrazia da ogni pericolo interno ed esterno con decisione, senza alterare lo stato di diritto.
Buon Yom Hatzmaut e buona Festa della Liberazione a tutti noi.
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