Si vive così
Cronaca di un giorno quotidiano di guerra a Tel Aviv
Mi ero svegliata tardi, rilassata e contenta.
L’ultimo allarme era stato verso l’una e quando ho aperto la porta del mamad ci ho trovato dentro il marito di mia nipote, tornato durante la notte. Evviva.
Poi mi sono riaddormentata in pochi secondi, tirandomi su la coperta pesante e il cuscino cilindrico da allattamento che uso per leggere a letto.
A volte, nella notte, mi sembra che sia la testa di Avraham. E lo stringo a me.
Ormai sono più di due mesi da quando se n’è andato e non ho avuto neanche il tempo di soffrire davvero per la sua mancanza. Al contrario, non faccio che ringraziarlo.
Primo, di essersene andato in tempo perché questa guerra – come tutte le guerre – non si addice ai vecchi e ai malati.
Secondo, di avermi aiutata, con la sua malattia, a trovare una casa con ascensore, mamad e terrazza dove poterci trasferire.

Alla fine sono arrivata qui senza di lui. Ma questa casa nuova che ho affittato è stata la mia salvezza.
Qui mi sento protetta. Grazie al mamad.
Che poi sarebbe la stanza in cemento armato senza finestre sull’esterno, per proteggere da missili, schegge e attacchi chimici, dove ho sistemato un telefono fisso, una radiolina, acqua, datteri e cioccolatini. Il premio che mi concedo ogni volta che esco da un allarme ancora viva e vegeta.
Il nostro mondo ormai si divide in tre categorie: chi ha il mamad, chi non ce l’ha, ma almeno ha un rifugio, e chi non ha nulla. Questa è la nostra nuova geografia sociale.
E il pericolo è grande. Il numero di missili balistici lanciati nella nostra direzione è enorme. Quelli a grappolo fanno ancora più paura: si dividono in piccole bombe di due o tre chili che arrivano ovunque. C’è chi per proteggersi si è trasferito nelle stazioni sotterranee della metropolitana, come durante il Blitz su Londra, la massiccia campagna di bombardamenti tedeschi sulla capitale britannica tra il 1940 e il 1941, durata 57 notti consecutive, che causò oltre 40mila vittime civili e gravi distruzioni, senza riuscire a piegare la resistenza del Regno Unito. Altri dormono nel parcheggio sotterraneo del Habima, il Teatro Nazionale di Israele, qualcuno ci ha piantato una tenda per dormire con la famiglia, il cane e il gatto.
Durante il giorno c’è tempo per trovare dove ripararsi. La notte è un’altra storia. Gli anziani in gran parte rimangono semplicemente a letto. “Quel che sarà sarà”, mi ha detto un conoscente incontrato nel rifugio del supermarket.
Stamattina, convinta fosse una giornata fortunata e non sapendo bene cosa fare di tanta grazia, sono scesa in pigiama a prendermi il giornale – rigorosamente Haaretz – dalla buca delle lettere.
Poi, fidandomi del mio intuito – che però sbaglia nel cinquanta per cento dei casi – mi sono fatta la doccia e lavata i capelli. Secondo un indice delle scommesse l’orario giusto sarebbe alle 16, in punto. Ma a chi viene in mente di lavarsi a quell’ora?
Alle 10:05 ero di nuovo nel mamad. Tutta bagnata e sgocciolante. Appena in tempo.
Non si sa mai quando fare la doccia. Si sbaglia sempre.
Per sapere dov’è caduto il missile chiamo la mia amica Neri, che ha il cane e ogni giorno lo porta nel famoso giardino dei cani a fare i suoi bisogni. Lì arrivano tutte le informazioni.
Per ora, dice il tam-tam degli amici, non ci sono feriti. Ma i danni ci sono, eccome. In otto luoghi diversi.
I pezzi dei missili intercettati arrivano dall’atmosfera a velocità altissime e provocano distruzioni enormi. Così ci spiegano. Io non ci capisco molto, ma non posso fare altro che crederci.
Poi arriva il messaggio di mia figlia: “Stiamo bene. Non preoccuparti”.
Solo allora capisco che una delle case colpite è vicino alla sua.
Davvero non se ne può più.
Giovedì scorso Netanyahu, l’uomo che ci ha portato a questa realtà, concludeva la sua conferenza stampa ringraziando la moglie e i figli che – ha detto – gli danno “una forza immensa” e pagano un grande prezzo personale.
Ma quale prezzo? Uno è a Miami, gli altri non si sa dove diavolo siano.
Di sicuro vivono super protetti mentre milioni di israeliani passano i giorni e le notti nei rifugi, nei parcheggi sotterranei o in qualunque luogo protetto riescano a trovare.
Da quando è iniziata la guerra lo si vede pochissimo in pubblico. È persino comparso in uno dei suoi video registrati per dirci che è vivo, e che le voci sulla sua morte sono premature.
A guardarlo dà l’impressione di un uomo che si sta sbriciolando. Invecchiato di colpo.
Sperava che la guerra gli avrebbe portato nuovi voti. Ma i sondaggi non migliorano, la grazia per il suo processo si allontana e le elezioni si avvicinano.
Perdere sarebbe un disastro per lui. Vincerle ancora una volta sarebbe un disastro per noi, per Israele.
Mentre scrivo arrivano le immagini del luogo colpito vicino a casa di mia figlia. La persona che era nel mamad si è salvata. La casa è distrutta.
Per quanto tempo ancora dovremo vivere così?
Qual è l’obiettivo di questa guerra?
E di quella con il Libano?
E degli attacchi dei coloni contro chi vive nei territori occupati?
E dell’evento in cui è stata uccisa da agenti in incognito un’intera famiglia di palestinesi: padre, madre, due figli?
Davvero vogliono trasformarci in una nuova Sparta?
E rovinarci la reputazione?
Il Paese è ancora sotto shock. Ma qualcosa inizia a muoversi.
Ieri un gruppo di giovani dell’high-tech ha comprato il Canale 13, un’importante emittente tv privata, c’è chi vede nella nuova proprietà l’occasione per rilanciare un’informazione più autonoma.
Non più solo proteste: anche azioni.
Perché la vera minaccia per questo governo è una sola: che si sappia la verità.
Cosa è successo davvero il 7 ottobre.
Chi ne è responsabile.
E chi oggi sta saccheggiando lo Stato per comprare consenso politico.
Sta iniziando a far buio quando viene a trovarmi la mia amica Ketty. È stanca. La sua casa è stata colpita da un missile. Ora vive in albergo.
– Come fai a resistere? le chiedo.
– Non ci crederai ma ciò che più mi aiuta a star relativamente bene è dare una mano alle donne dei villaggi vicino a Hebron, risponde.
– Cerchiamo di proteggere gli abitanti dalla violenza dei coloni. Da donna a donna, da essere umano a essere umano.
– Domani porteremo dolci per la festa di Eid, alla fine del Ramadan.
– Come sai anche tu, con i tuoi datteri e i tuoi cioccolatini, mi dice.
– Il dolce dà energia.
– E in questi giorni di energia ne abbiamo tutti disperatamente bisogno.
Altro che energia. Soprattutto abbiamo bisogno di persone come Ketty, che con coraggio e determinazione, in giorni così difficili e in situazioni così complicate riescono ancora ad aiutare chi soffre più di noi.
Si è fatto buio pesto. Sono le 23.
Prima di andare a letto ancora due allarmi. Speriamo siano gli ultimi.
Per oggi.
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