Facciamo chiarezza sui genocidi (e preserviamo la memoria)
Daniele Susini, storico, è uno degli ideatori del workshop che si terrà a Rimini il 10 settembre per parlare di genocidi. Gli abbiamo chiesto di parlarci degli obiettivi dell’incontro
Perché la necessità di questo workshop oggi?

A chi è diretto il workshop?
Principalmente agli insegnanti. Si tratta di un corso di formazione pensato per loro. Naturalmente, trovandoci a Rimini, i nostri lavori sono aperti anche alla cittadinanza e a chiunque sia interessato a parteciparvi.
Il workshop è orientato su uno studio comparato affidato a giuristi e storici. Ci sono tratti comuni ai genocidi? E quali sono i suoi elementi costitutivi?

Per gli addetti e gli studiosi è facile classificare i casi di genocidio?
Occorre comprendere che episodi così estremi richiedono un paziente lavoro di ricerca e di studio. Basta riflettere che, ad esempio, i primi studi sulla Shoah cominciarono a essere pubblicati circa 20 anni dopo che quei fatti si erano compiuti. Quindi mi sembra evidente che periodi così lunghi di approfondimento non sono compatibili con i tempi della politica e quelli dell’attenzione dell’opinione pubblica.
Qual è il compito dei giudici in materia di genocidio? E quale quello degli storici? I due linguaggi si sovrappongono o sono diversi?

Ritengo che si tratti di linguaggi diversi ciascuno dei quali si addentra in un terreno ancora piuttosto inesplorato. Naturalmente lo storico ha maggiori margini di interpretazione rispetto al giudice o al giurista; le sue prove, per così dire, sono diverse da quelle che possono essere fatte valere in un’aula di tribunale. A esempio, mentre esiste una giurisprudenza la quale ritiene che a Srebrenica [sede nel 1993 di eccidio di migliaia di musulmani da parte di forze paramilitari serbe, n.d.r.] si configuri un’ipotesi di genocidio, sul piano storico questa interpretazione lascia molti dubbi, vari storici infatti parlano più che di genocidio di atto genocidario. Questo perché uno dei temi da chiarire per lo storico è se possano esistere genocidi delimitati territorialmente, con riferimento cioè soltanto a una porzione di popolazione rispetto all’intera comunità.
Se vediamo quello che è successo dopo il 7 ottobre, è possibile individuare un genocidio da parte di Hamas e un genocidio da parte di Israele?
La mia opinione è che in nessuno di questi due episodi, molto diversi fra loro, si sia realizzato un genocidio. Il 7 ottobre abbiamo assistito ad un attacco programmato con logica militare, sebbene poi compiuto con mezzi anche improvvisati. Si è trattato di un’operazione che non può essere paragonata neppure a un pogrom, che ha caratteristiche diverse. Certo però possiamo dire che, sebbene l’azione di Hamas non si configuri come un genocidio, ha tuttavia mostrato una caratteristica genocidaria, in quanto le vittime, nella la quasi totalità, sono state perseguite in quanto ebrei, quindi appartenenti ha una identità collettiva definita. Tutte le vittime, compresi i non ebrei, sono state uccise per il loro essere ebrei o per essere vicino, quindi assimilabili a loro. Per quanto riguarda la risposta militare di Israele, direi innanzitutto che il giudizio va espresso al momento in cui parliamo, perché si tratta di un’azione non ancora terminata. Dagli elementi in nostro possesso direi che neppure in questo caso ci troviamo di fronte ad un genocidio, ma a un attacco prolungato nei confronti di una popolazione ristretta in un luogo chiuso. Per questo, credo che a Gaza siano stati compiuti dei gravi crimini di guerra. Anche in questo caso, va segnalato che alcune dichiarazioni di esponenti del governo israeliano sono state caratterizzate da un’impronta fortemente violenta, in cui è emerso un razzismo biologico, nonché la volontà di creare a Gaza un territorio inospitale per i suoi abitanti. Per questo, forse non va esclusa neanche l’ipotesi della pulizia etnica. Ritengo, però, che allo stato attuale non si sia manifestato quell’intento genocidario presso le forze militari che è invece l’elemento che caratterizza ogni genocidio.
Come giudichi il dibattito pubblico e quello politico sulla guerra a Gaza?
Assisto alle discussioni e alle polemiche pubbliche con un sentimento di forte avvilimento. La parola genocidio viene oggi utilizzata quotidianamente in una specie di derby politico, in cui i sostenitori del genocidio si confrontano con chi risponde accusandoli di antisemitismo. Tutte e due le accuse vengono sostenute per sopraffare la parte avversa. Il risultato è un confronto di bassa qualità che ha prodotto ulteriori danni, inquinando non soltanto il dibattito pubblico, ma anche lo studio della Shoah, confondendo piani e politiche diverse. Uno degli effetti collaterali, per così dire, di questa strumentalizzazione è che si è messe a rischio la memoria della Shoah e il Giorno della Memoria. Senza contare gli attacchi gravi e personali che figure come Liliana Segre hanno subito e subiscono. La politica sembra aver abdicato al proprio ruolo, lasciando spazio a influencer o cattivi politici che utilizzano parole che andrebbero maneggiate con cautela come arma politica.
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