Editoriale

Gli effetti collaterali della guerra

Mentre domenica scorsa Donald Trump sorrideva al servizievole Gianni Infantino e osservava distratto la finale della Coppa del mondo di calcio, a oltre novemila km di distanza l’Iran aveva da poche ore colpito una base americana in Giordania, provocando la morte di due soldati e il danneggiamento di numerosi aerei impiegati per le azioni militari contro i pasdaran.

Calato il sipario e spente le luci della ribalta è dunque la vita quotidiana quella con cui abbiamo a che fare; la vita al tempo di Trump e dei suoi alleati è fatta di lustrini e fuochi d’artificio, ma poi finisce sempre per restituire disordine e nuove guerre.

A cinque mesi dal conflitto che sarebbe dovuto durare al massimo “Two weeks” (Trump dixit), è ormai chiaro che quello con l’Iran è uno scontro destinato a mantenersi a lungo, senza che al momento sia possibile prevederne la conclusione.

Il conflitto riguarda da vicino anche Israele, senior partner degli Usa. Le analisi elaborate da una sponda all’altra dell’Atlantico convergono nell’indicare in Benjamin Netanyahu il principale sostenitore dell’intervento militare. Tuttavia, anche lui, come Trump, appare incapace di gestire la guerra: svanito il miraggio del regime change, il potenziale bellico dell’Iran non è stato intaccato, il rischio nucleare non è diminuito, l’intera area è lontana da aver riacquistato una qualche forma di stabilità, come dimostrano i continui scontri scoppiati mentre è in corso l’ipotetica tregua di 60 giorni.

Soprattutto, le previsioni appaiono incerte. Ora che si conosce la data delle prossime elezioni israeliane – il 27 ottobre, appena tre settimane dopo il terzo anniversario della strage compiuta da Hamas – è probabile che il conflitto diventerà uno strumento di propaganda elettorale, e che il livello della tensione con Theran salirà, al punto che molti danno per probabile un nuovo intervento militare israeliano. Tuttavia risulta evidente che nessuno sforzo militare, per quanto imponente, può essere risolutivo verso un regime spietato e dittatoriale come quello iraniano, che però controlla un territorio così vasto che è impensabile poterlo sconfiggere con i soli attacchi dal cielo.

In più, un nuovo scontro diretto tra Israele e Iran avrebbe effetti imprevedibili, per molti analisti “collaterali”, che però non possono essere trascurati. Innanzitutto quelli sulla popolazione israeliana. Gli israeliani, si sa, sono un popolo coriaceo, con un fortissimo sentimento di unità nel momento del pericolo, e dunque potranno affrontare una seconda fase di attacchi iraniani: ma a che prezzo? E, soprattutto, in base a quale strategia?

Se per von Clausewitz la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, oggi con Trump e Netanyahu la formula appare drammaticamente rovesciata nel suo contrario: si fa la guerra perché non si ha alcuna idea su come uscire dal conflitto e assicurare la sicurezza del proprio Paese per mezzo della politica.

E così la guerra è destinata a proseguire, almeno fino a novembre, quando si voterà anche negli Stati Uniti per il rinnovo parziale dalla Camera e del Senato.

Nel frattempo, a noi europei, e agli ebrei della diaspora in particolare, tocca nostro malgrado occuparci anche di altri effetti collaterali.

Non più di una settimana fa si è parlato di un format apparso su Google per “mappare” (nel 1938 si sarebbe detto: censire) gli israeliani in vacanza in Italia. Il format è stato ritirato, e il Global Sumud Moviment (l’organizzazione a sostegno dei palestinesi formata da associazioni e attivisti di 56 paesi) ha negato di essere coinvolto nell’operazione. Sarà. In ogni caso, è almeno dal maggio del 2025 che si susseguono in Italia episodi ostili verso israeliani ed ebrei, come tutti i presidenti delle ventuno Comunità ebraiche italiane possono testimoniare.

Ecco un altro effetto collaterale della guerra: vecchio e nuovo antisemitismo si uniscono e si rafforzano, un intero gruppo sociale e un’intera nazione sono considerati colpevoli di crimini ascritti loro in base a un giudizio sommario che prevede solo un esito: la condanna. È  un sentimento di ostilità quello che avvertono gli ebrei italiani che dura da troppo tempo. Al momento gli episodi di antisemitismo sono tutti condannati dalle varie forze politiche, eppure il fenomeno non diminuisce; anzi, la proposta di remigrazione caldeggiata dalla destra radicale ci riporta a un passato in cui era lecito colpevolizzare e colpire un numero indistinto di persone, accomunate solo dalla fede religiosa, la provenienza geografica o il colore della pelle, e accusarle tutte di colpe non provate. Nel 1938 fece così il fascismo con gli ebrei (ma prima c’era stata la legislazione razziale in Africa), privandoli prima dei diritti, poi dei beni e infine delle vite. Oggi assistiamo da un lato a tentativi di boicottaggio di Israele e a censimenti ostili, e dall’altro a forme più  meno camuffate di razzismo.

Da entrambi i lati, si avverte l’odore del pregiudizio che un Paese democratico non può tollerare.

 

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Una risposta

  1. L’ antisemitismo in Italia, purtroppo sempre latente, è fortissimo, odioso e prevaricante. Terribili le parole de “La tregua” sulla memoria. E’ il momento della solidarietà e dell’impegno

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