Non possiamo più ignorare il disagio giovanile nelle nostre comunità
Rav Ariel Di Porto, a lungo educatore nelle scuole ebraiche, esamina la realtà dei giovani ebrei italiani
Caro Ariel, l’episodio avvenuto a Roma lo scorso 25 aprile, con il ferimento di una coppia di iscritti all’Anpi da parte di un giovane della nostra comunità, ha colpito molto l’opinione pubblica italiana e anche la nostra. Tu hai lavorato per molti anni nelle scuole ebraiche. Qual è la tua impressione, in generale, sulle nuove generazioni della nostra comunità?

Ho insegnato nelle scuole ebraiche a Roma e Torino per circa vent’anni, e ho visto una trasformazione reale, non solo percepita. I ragazzi di oggi sono sempre più connessi e sempre più soli. Sono capaci di scorrere migliaia di contenuti al giorno e sempre meno capaci di stare con un testo difficile, con una domanda che non ha risposta immediata, con il silenzio. Non è un giudizio morale: è una condizione culturale che riguarda un’intera generazione, ben oltre le nostre scuole. La sociologia parla da anni di “società liquida”, in cui i legami sono più fragili, i punti di riferimento meno stabili, e gli individui più esposti alla pressione del presente. I social network hanno accelerato questa dinamica, e l’ingresso delle intelligenze artificiali nei percorsi di studio la rende ancora più complessa. Le scuole ebraiche hanno però una risorsa che molte scuole non hanno: una tradizione che ha sempre fatto della domanda — la domanda vera, scomoda, insistente — il suo metodo pedagogico fondamentale. Il nostro compito è riattivare quella tradizione come strumento vivo per aiutare i ragazzi a non perdersi nella frammentazione del mondo digitale. E naturalmente farlo senza caricarli di un’ansia insostenibile: devono sentire la propria identità ebraica come una risorsa, non come un peso.
Periodicamente si discute se anche le nostre scuole siano attraversate da tensioni derivanti da bullismo, omofobia e in generale intolleranza verso chi esprime idee diverse dalle proprie. È davvero questo un tema che dovremmo porci, o secondo te è un falso allarme?

Non è un falso allarme. Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo non risparmiano nessun ambiente educativo, nemmeno quelli più piccoli o apparentemente più “protetti”. Sarebbe un errore pensare che la comunità ebraica sia immune per definizione, solo perché condivide una storia di persecuzione. Quella storia non ci rende automaticamente più empatici: ogni generazione va educata da capo. La nostra tradizione conosce bene questo rischio. Il concetto di ona’at devarim — il divieto di ferire con le parole — è considerato dalla halakhà più grave, per certi versi, del danno materiale, perché tocca la persona nella sua interiorità. La dignità di ogni essere umano non è un’astrazione: è una norma pratica, che deve plasmare il clima di una classe, di un corridoio, di un gruppo WhatsApp. È su questi fondamenti che si costruisce una scuola davvero inclusiva, non solo su dichiarazioni di principio.
Tutto il peso di questo impegno cade sulla scuola?

No. La scuola non può fare questo lavoro da sola. Le famiglie hanno una responsabilità primaria e insostituibile. Non basta affidare i figli all’istituzione e pretendere che ne escano formati. I ragazzi imparano il rispetto anzitutto guardando come gli adulti in casa si trattano tra loro, come parlano degli altri, come reagiscono a chi è diverso. Se a casa si ironizza sui deboli, si deride chi è diverso, si commenta con cinismo la sofferenza altrui, la scuola può fare poco. La coerenza educativa fra famiglia e scuola non è un auspicio, è una condizione necessaria. L’UCEI ha avviato percorsi specifici in questa direzione, coinvolgendo psicologi e operatori educativi insieme alle famiglie, perché nessuno si senta escluso o stigmatizzato — né per la propria sensibilità, né per le proprie domande, né per il proprio percorso di vita.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, le comunità ebraiche italiane avvertono una generale ostilità da parte della società italiana. Gli episodi di antisemitismo sono in aumento, e le notizie che arrivano dal Medio Oriente non aiutano a rasserenare il clima.
È diventato molto difficile essere ebrei oggi in Italia. Fino a non molto tempo fa, quando i turisti mi chiedevano dell’antisemitismo nel nostro Paese, rispondevo che era un fenomeno tutto sommato contenuto. Dopo il 7 ottobre abbiamo assistito invece a una crescita marcata di episodi di ostilità, di discorsi d’odio, di banalizzazione della violenza. Ciò che colpisce non è solo la quantità, ma la qualità: lo sdoganamento progressivo di stereotipi sempre nuovi, l’equiparazione distorta fra Shoah e altri eventi storici, la riduzione degli ebrei italiani a “emissari” di un governo straniero, la sovrapposizione fra critica politica e delegittimazione di un’intera minoranza.
Qual è il ruolo che assume un Rav in una situazione così difficile, dentro e fuori le comunità?

In questo contesto, il ruolo del rabbino è duplice. All’interno della comunità, il suo compito non è rassicurare — la rassicurazione facile è spesso una forma di abbandono — ma aiutare le persone a trovare nella tradizione ebraica non una fuga dal mondo, ma una lettura profonda di ciò che accade. Rav Sacks (Jonathan Sacks, Rabbino, politico, accademico, scrittore, teologo, filosofo, uomo di pace e di dialogo, una delle autorità ebraiche più influenti dell’ultimo secolo, n.d.r.). del tutto nelle sue numerose opere ci ha insegnato che l’identità ebraica non si difende chiudendosi, ma aprendosi con consapevolezza. È questo lo spirito con cui bisogna stare accanto alle persone nella loro paura, senza alimentare né vittimismo né odio. Verso l’esterno, il rabbino diventa inevitabilmente un ponte. Ha il compito di presentare l’ebraismo come tradizione viva, plurale, radicata da millenni nella storia italiana — non come una realtà “importata” e riducibile all’attualità mediorientale. Il Jewish Ambassador Program della Conferenza rabbinica europea, che coordino per l’Italia, va esattamente in questa direzione: incontri diretti in scuole, università, contesti civili, perché l’antisemitismo si contrasta con la conoscenza e le relazioni personali, non con le dichiarazioni astratte. Il messaggio ai nostri ragazzi deve essere chiaro: la vostra identità ebraica non è un ostacolo, è una risorsa.
Anche se mettiamo da parte il rapporto con l’esterno, con la società civile, resta il fatto che le nostre comunità, perlomeno quella romana, mi sembra siano attraversate da continue tensioni interne, ormai da molti anni. Condividi questa impressione?

Condivido l’impressione. Roma è una comunità grande, plurale, storicamente abituata a una vita politica interna vivace, a volte troppo. E aggiungo: il dissenso interno non è una novità, né di per sé un male. Le nostre comunità hanno sempre discusso animatamente, di halakhà, di politica, di scelte istituzionali, ed è una ricchezza. Il problema non è il dissenso: è la qualità del dissenso, perché c’è una differenza enorme tra chi critica con argomenti fondati, assumendosi la responsabilità di quello che dice, e chi invece parla senza conoscenza, diffonde valutazioni infondate, fa danni reali a persone e istituzioni, e poi, quando viene chiamato a rispondere, si erge a vittima. Questo schema mi preoccupa, perché è disonesto e logora il tessuto comunitario in modo silenzioso ma profondo. La libertà di parola non è libertà dall’argomentare. La società più ampia non aiuta: viviamo in un’epoca di polarizzazione crescente, in cui i social network semplificano i temi complessi in slogan aggressivi e trasformano ogni divergenza in uno scontro identitario. Questo clima entra nelle nostre assemblee e nei nostri consigli tanto quanto nelle famiglie e nei parlamenti.
Quale potrebbe essere il modo per stemperarla e auspicare una maggiore coesione interna, soprattutto in tempi così difficili?
Sono convinto che la coesione non si ottiene azzerando il dissenso. Si ottiene imparando a dissentire meglio. E qui la nostra tradizione ha qualcosa di straordinario da insegnare. Il Talmud conserva le opinioni minoritarie accanto a quelle maggioritarie, le opinioni sconfitte accanto a quelle accolte come norma. Ellu weellu divrè Eloqim Chayim – queste e queste sono parole del D. vivente. È un principio epistemologico prima ancora che etico: la verità non appartiene a nessuno completamente, e chi pensa di averla tutta sbaglia di sicuro. Ma quella stessa tradizione ci dice che la controversia è benedetta solo quando è leshem shamayim, per il Cielo: cioè quando è motivata dalla ricerca del bene comune, non dall’interesse personale o dal gusto della polemica. Il modo più concreto per ridurre le fratture è lavorare insieme su qualcosa: un progetto nelle scuole, un’iniziativa per i giovani, un percorso formativo condiviso. Quando si condivide responsabilità concreta, le appartenenze di lista tendono a restare fuori della porta.
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