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Viviamo ancora con i veleni del Novecento

Giovanni De Luna, nel suo ultimo libro, traccia le linee di un secolo tragico in cui, riconosce, molti giudizi espressi si sono rivelati sbagliati. A cominciare da quelli su Israele

Professor De Luna, nel suo ultimo saggio, “Ciò che resta del 900”, lei definisce il secolo scorso come un brutto secolo. È stato davvero così brutto?

Giovanni De Luna, storico dell’Italia contemporanea

Sì. La bruttezza deriva dalla carica di violenza che ha espresso: due guerre mondiali, l’uso della bomba atomica, la Shoah. In totale, nei vari conflitti, si sono registrati decine di milioni di morti, come non era mai accaduto nelle epoche precedenti. La cosa secondo me peggiore che ci ha lasciato in eredità il secolo scorso è che questa violenza è entrata nei nostri comportamenti quotidiani. È diventata una risorsa per il potere politico, come il nazismo e il fascismo hanno dimostrato. Ma è diventato uno strumento anche per regolare i conti nelle nostre vite private, per fare carriera in maniera “gangheristica”, come troppe fiction (penso alla serie Peaky blinders su Netflix) ci mostrano ogni giorno. È un brutto lascito, perché la violenza del ‘900 si è incuneata nella nostra vita quotidiana ed è ora un’eredità difficile da smaltire.

Oggi siamo davvero immuni dal rischio di ripetere gli stessi errori?

Purtroppo non siamo assolutamente immuni, perché la violenza ha contaminato tutte le grandi idee del ‘  900. Lo Stato, o il Partito, sono grandi categorie che hanno subito una profonda torsione a causa di quanto accaduto. Prenda la guerra. Oggi non assistiamo praticamente più a scontri fra Stati sovrani. La guerra, anche dove sembra più tradizionale, come sul fronte ucraino, in realtà si combatte quasi sempre in modo asimmetrico.

l’ultimo libro di De Luna (Utet)

Che cosa intende?

Le guerre del ‘900, combattute fra Stati sovrani, iniziavano sapendo che ad un certo ci sarebbe stata una pace, un trattato che avrebbe ristabilito un equilibrio. Oggi non è più così, la violenza si produce spesso contro Stati, ma è opera di soggetti che non hanno sovranità. Pensi ad al Qaeda o all’Isis. Pensi ai curdi. Pensi, da ultimo, a Hamas che attacca Israele. Si è rotto il nesso fra lo Stato, la sua sovranità, e la guerra. Ciò avviene sia verso il basso, con una privatizzazione della guerra: penso al battaglione Azoff, o al gruppo Wagner, composto per lo più da mercenari. Ma pensiamo anche a queste nuove figure di soldato-kamikaze del terrorismo islamico. Mentre i giapponesi nella seconda guerra mondiale si sacrificavano in quanto protesi degli aerei che pilotavano, dunque sempre in un contesto di guerra fra due potenze sovrane, qui invece abbiamo singoli individui che offrono il loro corpo come arma. La privatizzazione della guerra opera anche verso l’alto: è il caso ad esempio dell’ONU, che dopo il 1989 ha visto triplicare i propri interventi militari sostituendosi agli Stati nazionali. Tutto diventa più instabile e incomprensibile.

la serie tv Peaky Blinders

Lei scrive come alla vigilia della prima guerra mondiale la società europea vivesse in una bella époque pensando di aver trovato un equilibrio di lungo periodo. Oggi non crede che stiamo vivendo un’esperienza simile, in cui ha la bella époque nata dopo la fine del comunismo è durata fino al 2001, cui sono seguite grandi turbolenze: finanziarie, militari, pandemiche?

Sono d’accordo. C’è in effetti un parallelismo fra il periodo che va dal 1900 al 1914 è quello che va dal 1989 al 2001. Dopo la fine del comunismo e la caduta del muro di Berlino ci sono stati storici, come Fukuyama, che avevano predetto la fine della storia, ossia il trionfo di un unico modello, quello del capitalismo occidentale, che si sarebbe imposto in tutto il mondo, dal momento che non c’erano più blocchi contrapposti. Qualcun altro si era spinto fino a predire una sorta di pace universale, all’insegna del mercato e della globalizzazione fondato sull’incremento delle ricchezze individuali. Poi, di colpo, il 2001, con l’attacco alle Torri gemelle, ha dimostrato la fragilità di chi pensava di aver vinto la guerra fredda. Gli Stati Uniti sono stati colpiti nel loro territorio da un’azione di violenza parabellica, realizzata da gruppi di individui. Quello che mi colpisce di più di questo primo scorcio del ventesimo secolo è che guerra e violenza sono diventate endemiche. Nel 900 si poteva sperare che, cessata una guerra, si sarebbe aperto un periodo di pace. Oggi assistiamo a continui focolai di guerra, come se la guerra fosse una realtà ricorrente nel nostro orizzonte. È una situazione che mi sgomenta.

il parlamento europeo

Come giudica lo stato di salute delle democrazie europee?

La situazione non è buona. Sebbene nel mio libro termini con una perorazione a favore della democrazia, mi rendo conto che la sua difesa oggi si è fatta molto difficile.

Eppure, anche in passato le democrazie sono state criticate.

Sì. Per la mia formazione politica e professionale, anche la difesa della democrazia è stato un riconoscimento che ho trovato faticoso fare.

Perché?

Giulio Andreotti, più volte Presidente del Consiglio, incontra Yasser Arafat

Negli anni ’70 non mi consideravo un sincero sostenitore di quella democrazia; anzi. Il fatto è che quelli erano gli anni in cui pensavamo, noi di sinistra, che la democrazia in cui vivevamo fosse un disvalore, perché la associavamo a uno Stato che contestavamo. Lo Stato era infiltrato dai servizi segreti deviati, dalla P2, da Gladio; lo Stato era complice della strage di piazza Fontana. Invece, col senno di poi, devo dire che la nostra è stata una democrazia vera, perché nata dall’impegno della lotta partigiana tra il 1943 e il 1945. Con il tempo quindi ho riscoperto e rivalutato le passioni che avevano alimentato la democrazia.

Che democrazia è la nostra?

La nostra democrazia, nata il 2 giugno del 1946, è la reazione più autentica contro il totalitarismo fascista, basato sulla forza, sul razzismo, sulla violenza e l’aggressività; tutti mali spazzati via con la vittoria della Resistenza. Noi questo, a quel tempo, non l’avevamo capito. Venendo ad oggi, solo se riscopriremo le passioni civili alla base della nostra democrazia potremo salvarla. La democrazia, infatti, non è un regime come un altro, non è una semplice formula di governo che può essere declinata in versione tecnocratica ed efficientista. Questo è il rischio che invece stiamo correndo, che la democrazia sia soltanto una formula esteriore, tant’è che leggiamo formule come “democrature” o “democrazie illiberali”, vere contraddizioni, ossimori. Che però segnalano una tendenza pericolosa. Sono perciò preoccupato per il futuro dell’Europa, perché uno degli errori commessi dalle istituzioni europee negli ultimi anni e di gestire la democrazia europea puntando solo all’efficienza, ma senza dare peso alla sostanza.

Carlo Ginzburg in una sua intervista ha affermato che “il fascismo ha un futuro davanti a sé”. È d’accordo?

Benedetto Croce, filosofo liberale

Sì. Vede, le grandi interpretazioni storiografiche del fascismo proposte dall’antifascismo sono tre. Per la prima, elaborata da Benedetto Croce, il fascismo è stata una semplice parentesi, aperta nel 1922 è chiusa nel 1945, quindi di per sé irripetibile. Per la seconda lettura, dovuta agli storici di sinistra e in particolare i comunisti, il fascismo è nato come espressione della classe capitalista, dunque una volta rotto il legame fra capitalismo e fascismo, quest’ultimo avrebbe smesso di essere pericoloso. Infine, c’è la terza lettura, che io ritengo colga nel vero. È la lettura di Piero Gobetti, secondo cui il fascismo è l’autobiografia della nazione. Mi sembra l’interpretazione più efficace, perché attraverso il fascismo emergono e prendono forza le tare genetiche del nostro paese: un insieme di conformismo, obbedienza, violenza, che tutte insieme preparano il terreno alla dittatura.

Come evitare di vedere ritornare, sia pure in diversa forma, il fascismo?

Piero Gobetti, intellettuale liberale ucciso dai fascisti

Il fascismo vince quando si abdica alle individualità, ci si allinea al conformismo della maggioranza. L’antifascismo è stato innanzitutto la riconquista della propria sovranità individuale, l’opposizione al motto mussoliniano del “credere, obbedire e combattere”. L’antifascismo fu la scintilla della democrazia in quanto le persone riacquistarono il senso della propria autonomia. Per questo oggi sono preoccupato. Perché vedo un ritorno al conformismo, vedo il ritorno del familismo, vedo un forte crisi che spezza i legami sociali nello spazio pubblico della cittadinanza.

Nei tempi che viviamo, soprattutto nelle ultime settimane, abbiamo registrato un aumento dei gesti e dei comportamenti contro Israele contro gli ebrei. Lei come giudica questo ritorno dell’antisemitismo?

Mi lasci dire che ho riflettuto molto su me stesso e sulla mia generazione. Anche io, quando ero giovane, come molti a sinistra ero schierato nettamente a fianco dei palestinesi. A distanza di decenni, tuttavia, assisto al totale fallimento di quegli ideali. Oggi, chi si dichiara a favore del popolo palestinese, non grida più “Palestina libera”, ma “Allah Akbar”. Si tratta di una sconfitta clamorosa perché invece di puntare a una rivoluzione sociale ha preso piede il fondamentalismo religioso.

Proclamazione Stato Israele
Ben Gurion proclama la costituzione dello Stato di Israele (17 maggio 1948)

Questo mi induce a essere molto perplesso sulla nostra capacità di analisi nel passato, e mi domando dove abbiamo sbagliato. Inoltre, ho anche valutato che tutta la nostra opposizione a Israele, tendeva a passare sotto silenzio un altro sentimento che pure avevamo, che era invece di ammirazione. Israele, per noi che sostenevamo l’importanza della politica su ogni cosa, era infatti la realizzazione dei nostri ideali, la dimostrazione che si poteva cambiare la natura degli uomini. Israele era riuscita, con il sistema del kibbutz, a realizzare il socialismo senza stato, socialismo senza Stalin e senza Unione sovietica. Oggi credo che neanche questo avevamo capito allora.

Ma vede un rischio di antisemitismo?

fino al 7 ottobre Israele ha protestato contro il governo in carica. Da ultimo, sono tornati i cortei contro Netanyahu

Sono convinto che occorra distinguere fra chi critica Israele e chi mostra odio verso gli ebrei. Sono convinto che non ci sia coincidenza fra i due pensieri. Essere contro Netanyahu e il suo governo non vuol dire affatto essere contro gli ebrei, come hanno dimostrato gli stessi manifestanti israeliani che per 10 mesi prima del 7 ottobre hanno manifestato contro il loro governo. Purtroppo ciò che è avvenuto il 7 ottobre non fa che rafforzare la leadership di Netanyahu. Credo quindi che occorra tener distinto l’Israele che si oppone a Netanyahu dall’altra parte del paese che invece lo sostiene, spesso basato su un fondamentalismo religioso.

Ritiene che gli storici abbiano inquadrato a sufficienza i fatti del 7 ottobre nella storia dell’antisemitismo o c’è stata una sorta di incomprensione della violenza mostrata da Hamas?

il 7 ottobre un numero compreso tra 1200 e 1400 israeliani sono tati uccisi da Hamas

Io credo che non si debba mai decontestualizzare ciò che studiamo. Per questo ritengo che non sia corretto dire semplicemente che la violenza di Hamas del 7 ottobre è il risultato di un sentimento antisemita. Dobbiamo invece sempre ricordare gli errori commessi da Israele. Se ad esempio Netanyahu non avesse abbassato la guardia, non avesse sostenuto in questi anni Hamas contro l’ANP, il 7 ottobre non ci sarebbe stato. Se le relazioni fra israeliani e palestinesi non si fossero corrose fino al punto di non ritorno, il 7 ottobre non ci sarebbe stato. Dobbiamo quindi riflettere sugli effetti di questa guerra: se si distrugge completamente Gaza, cosa succederà quando la guerra terminerà? Temo che non sarà proponibile nessun modello di convivenza. Se penso all’Ucraina credo che prima o poi lì si possa trovare un equilibrio e anche una pace, se invece penso al Medio Oriente non riesco a individuare una possibile soluzione.

Si potrebbe obiettare, però, che se anche Israele domani cessasse la guerra e riconoscesse uno Stato palestinese, Hamas non smetterebbe di cercare la distruzione di Israele e l’uccisione degli ebrei.

A Gaza oltre 130 ostaggi sono ancora prigionieri di Hamas

È vero, sono d’accordo. Hamas in questo momento esprime una forma estrema di fondamentalismo che mi spaventa, perché la sua concezione del mondo è opposta alla mia. Tuttavia, non posso fare a meno di registrare come in tutti questi anni si sia lavorato per impedire la formazione di una classe borghese palestinese laica e liberale. Oggi i palestinesi hanno Hamas a Gaza e l’ANP in Cisgiordania: un sistema che punta al totalitarismo religioso da una parte e un sistema corrotto dall’altro. È un fallimento impressionante. Un tempo tra i palestinesi c’erano intellettuali di sinistra che sono stati costantemente boicottati a favore della corruzione e del fondamentalismo; perciò se guardo a quel che avviene oggi non posso che storicizzare e cercare di comprenderne le cause.

Il 900 è stato un secolo molto politico. Il XXI secolo si è aperto invece all’insegna del disimpegno e della sfiducia nella politica. Quale a suo avviso la formula che ci porterà verso un mondo migliore?

in Israele è forte il movimento per dare prevalenza alla liberazione degli ostaggi

Non saprei dirle. Nel momento in cui, nella parte finale del mio libro, propongo la democrazia come soluzione ai mali di questo secolo, sono anche consapevole dei suoi limiti. Noi ci orientiamo fra le macerie delle grandi idee novecentesche, che sono venute meno una dopo l’altra. Non c’è più né una fiducia nei partiti, come non c’è nello Stato, inteso come quello che organizzava un welfare mettendo al primo posto i bisogni dei cittadini; oggi, al contrario, mi sembra che lo Stato produca esclusione e emarginazione. Occorre certamente difendere la democrazia, ma dobbiamo essere consapevoli anche della sua grande precarietà. Spero, in definitiva, nei giovani, che sappiano trovare prospettive nuove. In Israele, ad esempio, seguo con attenzione il lavoro di Gabriele Segre, che mi dà la speranza, nelle sue riflessioni sul nuovo modo di costruire una convivenza, che le nuove generazioni possano trovare una strada diversa. Come diceva Vico, quelle che sembrano traversie possono dimostrarsi delle opportunità. Nei momenti di crisi acuta occorre ragionare sempre sulle opportunità. Per questo, anche se credo di non poter assistere a questo cambiamento, confido che esso prima o poi verrà realizzato.

 

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