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Roberto Arbib: una vita miracolosamente normale

Ariel Arbib, in un recente incontro a La Sapienza, ha ricordato la vita di suo padre, esempio della vita ebraica a Tripoli

Il 27 febbraio scorso si è svolto alla Sapienza un convegno sul tema: “L’Italia e gli ebrei nei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale”. Tra gli oratori, Ariel Arbib, socio di OR e vicepresidente della Deputazione Ebraica di assistenza.

Riflessi lo ha intervistato.

Caro Ariel,  il tuo intervento ha raccontato la storia di tuo padre Roberto Arbib z.l.; dopo una mattinata di dotte (e a volte tediose) conferenze storiche, ci hai offerto un momento di freschezza e cronaca “di prima mano”. Come nasce l’idea di questa testimonianza?

In un passato recente ho donato alla Fondazione Museo della Shoah un piccolo libro  curato da me e dai miei fratelli e che raccoglie le memorie di mio padre Roberto z.l., ed un fondo di fotografie degli anni ’20 e ’40 del secolo scorso. Marco Caviglia, della Fondazione, dopo una video intervista che gli avevo rilasciato per la videoteca del Museo, si è appassionato a questa storia e mi ha proposto di raccontarla, in forma di dialogo, in occasione di questo convegno. Naturalmente, ho accettato di buon grado. Mi rammarico solo di aver avuto a disposizione soltanto mezz’ora, del tutto insufficiente per raccontare la storia di una vita così intensa e dei 50 anni passati da mio padre in Libia.

Non abbiamo qui lo spazio per ripercorrere le vicende avventurose che portarono la famiglia Arbib in Italia, per le quali dovremo attendere gli atti del convegno… ma questo tuo libro è disponibile?

Anni fa ne facemmo stampare un migliaio di copie, che sono state tutte distribuite. Ma ho in programma di curarne una seconda edizione, ampliando i testi con ulteriori testimonianze ed inserendo anche fotografie inedite. È un progetto per il prossimo futuro.

Bene, attendiamo fiduciosi. Dunque: Roberto Arbib z.l. vincitore di concorso alle ferrovie italiane in Libia a 17 anni, fondatore e primo Presidente del Maccabi Tripoli, licenziato in tronco e privato dell’alloggio nel 1938, sfuggito ai pogrom del 1945 e 1948, venuto a Roma come tappa verso Israele e poi rimasto qui, Cavaliere del Lavoro nel 1980…  tipico ebreo libico, o piuttosto una vita straordinaria?

Direi abbastanza tipica. O meglio, distinguiamo: c’erano a Tripoli due “classi sociali”, gli ebrei della Hara, il quartiere ebraico più popoloso, che vivevano un ebraismo direi arcaico, e quelli del resto della città, più moderni ed integrati nella società contemporanea pur mantenendo assolutamente stretti tutti i dettami della Alachà. Ecco, mio padre ben rappresentava questa seconda categoria. Come Presidente e responsabile sportivo del Maccabi-Tripoli, nel 1935, papà condusse in Eretz Israel, allora Palestina mandataria britannica, circa 50 tra accompagnatori ed atleti di varie discipline sportive, per partecipare alle Maccabiadi che si svolsero ad aprile di quell’anno nello stadio di Ramat-Gan (Tel Aviv). Fu un vero miracolo per quei tempi.

Ci sono stati eventi che possiamo considerare “miracoli” che hanno permesso a tuo padre di sopravvivere in quegli anni turbolenti?

Durante il pogrom del 1945, che costò la vita a 133 ebrei, mio padre vide dalla finestra bruciare la casa della cognata. Uscì per portare soccorso, ma fu riconosciuto e rincorso per strada dai facinorosi arabi, che lo avrebbero sicuramente linciato.  In quell’occasione si salvò entrando dal portone spalancato di in una casa già saccheggiata e, scavalcando una catasta di mobili addossati ad una parete, riuscì a salvarsi saltando da una finestra. Questo è molto prossimo ad un miracolo!

Negli anni successivi al pogrom del’ 45 e prima dello scoppio dei disordini del secondo nel ‘48, mio padre si occupò, assieme ad altri, dell’organizzazione all’autodifesa di giovani tripolini e  delle prime Aliyot clandestine. In quegli anni circa 3000 giovani ebrei lasciarono per sempre la Libia alla volta di Eretz Israel. Solo dopo che gli inglesi nel ‘48 liberalizzarono definitivamente gli espatri degli ebrei, lui lasciò la Libia, nei primi mesi del ‘49, ma solo dopo aver provveduto a far  salire su di una nave diretta in Italia mia madre con i suoi figli e con quasi tutti i componenti delle loro due famiglie. Con lui arrivò poi a Roma tutto il mobilio della loro casa compreso un bellissimo pianoforte e tutte le masserizie. Niente fu lasciato alla mercé degli arabi, soprattutto le preziosissime foto, che sono state proiettate durante il convegno alla Sapienza.

Le tue figlie, ed i figli dei tuoi fratelli, condividono questo tuo interesse per la storia degli ebrei di Libia?

Questa è principalmente una mia passione; le mie figlie sono cresciute nelle tradizioni tripoline (ma anche romane, per via della mamma) e seguono e apprezzano, in particolare la cucina tripolina ! Augurandomi di trovare qualcuno a cui passare “la stecca” per ora io mi considero l’ultimo depositario dell’ebraismo libico nella mia famiglia.

 

2 risposte

  1. Bravo Ariel
    Benissimo, tenere accesa la fiaccola della memoria. Questa tua passione, oggi che siamo ultimi, diventa “missione”. Grazie di cuore ed un abbraccio. Daniele Fargion, alias Niccio.

    Grazie del tuo ricordo.

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