Trent’anni senza Rabin

Manuela Dviri racconta a Riflessi i suoi ricordi di quella notte, e come essa abbia cambiato Israele

Manuela, trent’anni fa veniva assassinato a Tel Aviv Yitzhak Rabin, il primo ministro premio Nobel per la pace con Yasser Arafat, il firmatario degli accordi di Oslo, ucciso per mano di un estremista israeliano, Ygal Amir. Quali sono i tuoi ricordi di quella sera?

Manuela Dviri è scrittrice, attivista, blogger

Eravamo stati ospiti da amici. Tornando a casa passammo per piazza dei re d’Israele, come si chiamava allora, oggi piazza Rabin. La folla radunata per una manifestazione di sostegno al processo di pace coi palestinesi , guidato da Rabin e Peres  era ancora lì, e li sentimmo cantare. Arrivati a casa fummo raggiunti dalla notizia del suo assassinio alla radio. A darla fu un mio amico giornalista, Arale Barnea. Ricordo che fu per me un momento di pieno sconvolgimento, mai mi sarei immaginata che un israeliano, un ebreo, avrebbe potuto uccidere Rabin. Ricordo le immagini dell’automobile con cui fu trasportato in ospedale, dove giunse in fin di vita e alle  23:14 morì. In quel momento è come se fosse terminata l’innocenza dell’intero paese, di certo la mia, che avevo scelto di vivere in Israele compiendo l’Alyà 27 anni prima. Non mi sono mai pentita della mia decisione, ma quella morte ha poi cambiato la mia vita per sempre; anche se non avrei mai potuto immaginare che poco dopo avrei pianto anche la morte di mio figlio [caduto in Libano, n.d.r.].

Qual è stato l’effetto sul paese?

In quel momento pensammo che fosse la più grande tragedia possibile, ma non potevamo immaginare che sarebbe stato l’inizio di un periodo peggiore. Che malgrado la disperazione che sembrava accomunare l’intero paese, la morte di Rabin avrebbe aperto la strada a Netanyahu . Ricordo bene quel periodo. Iniziarono in quegli anni, tra il 1993 e il 1996, gli attentati suicidi  terroristici di Hamas e della jihad islamica   contro gli accordi di Oslo. Peres, con cui successivamente ho avuto occasione di lavorare a un progetto che amo molto , si pensava sarebbe succeduto a Rabin, e invece sorprendentemente perse le elezioni del 1996. A vincere fu Netanyahu, l’uomo che poco prima della morte di Rabin si affacciò sorridente da un balcone mentre sotto di lui una folla di estremisti e fanatici inveiva contro il premier, rappresentato con la divisa da nazista. Netanyahu non ha mai condannato davvero quella folla, tra cui era presente il giovane Ben Gvir, oggi ministro responsabile della polizia in Israele. Vinse le elezioni sfruttando il panico e la paura e accusando Peres di cedere ai terroristi e di non saper proteggere i cittadini.

Si può mettere a confronto la situazione in Israele di trent’anni fa con quella che vive oggi il paese?

Rabin appena colpito viene portato in ospedale

L’orrore provato con la morte di Rabin è stato indescrivibile ma per me è stato ancora peggio scoprire, dopo, che la frase biblica “hai assassinato e anche ereditato” (ha razahta ve gam iarashta) era perfetta in questa situazione, che la tragedia  era stata strumentalizzata da parte di chi l’aveva come minimo stimolata. Anche l’orrore senza fine e la disperazione del  7 ottobre del 2023 di fronte alla violenza di Hamas è stato  l’inizio di un altro  orrore, simile  a quello di trent’anni fa. Non avrei mai immaginato che, dopo il 7 ottobre, Netanyahu avrebbe resistito al potere. In questi due anni si è dimesso il capo di Stato maggiore dell’esercito e il capo dello Shin bet, ma lui no. In questi due anni ha sempre dato la colpa agli altri per quello che ci è accaduto. E così non è stata colpa sua se Israele era indifeso il 7 ottobre, non è colpa sua se i soldi inviati dal Qatar sono arrivati ad Hamas e sono stati poi utilizzati per uccidere migliaia di israeliani. Non è colpa sua se quella mattina non lo hanno svegliato in tempo. A noi rimane il risultato della sua politica: una guerra terribile, senza fine, gestita nel peggiore dei modi, che ha rovinato la reputazione internazionale del paese, di cui lui continua a dichiararsi non responsabile.

Non è possibile dunque avere un po’ di fiducia per il futuro di Israele?

È bene che siano tornati gli ostaggi vivi, e speriamo che tornino presto anche tutte le salme di quelli morti. Tuttavia non posso dimenticare che il paese per questo ha pagato un prezzo molto alto. Oggi Israele non è più una democrazia del tutto indipendente e autonoma, ma rischia di essere una specie di protettorato americano, dove il governo non è più indipendente. Quanto a Netanyahu, è ormai evidente che ogni sua mossa è finalizzata non al bene del paese, ma solo a conservare il suo potere. Netanyahu ai miei occhi è un essere miserabile, un uomo che manderebbe a fuoco l’intero paese pur di salvare la propria casa.

Come giudichi la situazione prodotta con la tregua imposta da Trump?

Omri Miran, uno degli ultimi ostaggi liberati, con sua figlia

Mi sembra una specie di miracolo, se penso all’intransigenza che Netanyahu ha mostrato per circa due anni. Senza Trump oggi staremo sicuramente peggio, non avremmo riavuto gli ostaggi e saremmo ancora in guerra. Io rappresento quella parte di popolazione che ha visto i propri figli e nipoti prendere le armi e andare in guerra, e penso che sia orribile l’idea che nei prossimi anni Israele continuerà a essere in guerra, come ha dichiarato Netanyahu quando ha paragonato il paese a una nuova Sparta. Trovo questa idea semplicemente spaventosa. Per questo spero che la forza che il paese ha mostrato in questi due anni riesca ad avere effetti anche in futuro. La verità è che oggi Netanyahu ha timore di finire come Olmert o Katzav, che hanno scontato una pena in carcere, o come Sarkozy, che in Francia la sta scontando. Netanyahu sa quello che ha fatto, in parte lo sappiamo anche noi, ed è per questo che teme i processi.

Quali sono le possibilità che Netanyahu possa perdere il governo alle prossime elezioni?

Protesta a Tel Aviv contro Netanyahu

I sondaggi ci dicono che molto difficilmente  riuscirà a formare una nuova coalizione e che anche quella attuale è  debole. La maggioranza è spaccata perché i partiti haredim, gli ultra religiosi, si oppongono a che i loro figli prestino servizio militare considerando più importante lo studio della Torah, una bella ingiustizia, direi. Finisce che mentre i nostri figli vanno a combattere e a morire, c’è una parte di Israele che rifiuta di servire il paese in guerra. Arrivano a dichiararsi ostaggi di Israele, quando vengono arrestati perché renitenti alla leva. Si tratta di parole scandalose, se confrontate con gli ostaggi che sono stati due anni nelle mani di Hamas.

Le tue parole descrivono anche un paese e una società profondamente divisi. Cosa servirebbe per realizzare una riconciliazione?

Innanzitutto un nuovo governo. Possibilmente un governo appoggiato anche dai partiti arabi, in ogni caso una coalizione ampia, che comprenda sia la sinistra che il centrodestra. Io spero in un miracolo come questo.

Possiamo chiudere questa intervista con delle parole di speranza?

1° novembre 1994, Tel Aviv. Una folla ricorda i 30 anni dall’assassinio di Rabin

Malgrado tutto resto ottimista. Malgrado la profonda spaccatura che oggi viviamo in Israele, rimane di fondo una grande solidarietà fra di noi, una solidarietà che nessuno ci potrà togliere. Negli ultimi tre anni siamo scesi sempre in piazza, prima contro la riforma giudiziaria e poi contro questa guerra. Non ci siamo mai arresi. Abbiamo cercato di aiutare le famiglie degli ostaggi. Non posso però dimenticare che uno dei frutti del conflitto è l’odio nei nostri confronti che si respira In Occidente. Questo è un altro frutto avvelenato di Netanyahu: avere scatenato nuovamente l’odio contro gli ebrei. E per quel che riguarda la mia Italia, lasciami dire che sono ancor di più amareggiata, perché le tante manifestazioni contro Israele che nel resto d’Europa possono in qualche modo giustificarsi con la presenza di un’alta percentuale di popolazione immigrata dal Nordafrica che vi partecipano, in Italia sono state invece alimentate per lo più da ragazzi italiani. Questa guerra ha scatenato nuovamente i peggiori sentimenti del paese, non contro un governo, ma contro un intero popolo.

 

Leggi l’intero numero di novembre: Riflessi numero 7 novembre 2025

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