Nostra madre, una principessa che danza per le calle di Venezia

Virginia Gattegno (1924-2022) è stata una delle ultime testimoni della Shoah. A Riflessi viene ricordata dalle figlie, Raffaella e Donatella

Raffaella e Donatella, vorrei innanzitutto ringraziarvi molto per questa opportunità, concessa a me e ai lettori, di poter conoscere un po’ di più vostra madre, Virginia Gattegno, scomparsa lo scorso febbraio. Vorrei cominciare da una domanda semplice, forse un po’ banale: che persona era vostra madre?

Donatella: il suo carattere credo che abbia accompagnato, in modo diverso, le varie fasi della sua età, come poi è naturale per tutti. Le varie fasi della vita di nostra madre hanno infatti influito molto su di lei; mi riferisco agli anni in cui ha lavorato, a quelli della pensione e infine a quello della vecchiaia e della casa di riposo, abbastanza lungo, quasi 16 anni. Per come l’ho osservata io, mi è sembrato di vedere una crescente apertura di mia madre, anche affettiva. Prima, all’inizio, è stata una donna molto concentrata sul suo lavoro – è stata maestra elementare –, sulle preoccupazioni quotidiane. Con la pensione l’ho vista più leggera. Nel frattempo aveva cominciato a fare visita alle scuole, e questo le procurava anche periodi di grosso malessere psicofisico. Ecco perché credo che probabilmente gli ultimi anni sono stati i più sereni e hanno contribuito a renderla più dolce e affettuosa.

Virginia Gattegno
Virginia Gattegno e alcuni suoi ex allievi, 5 anni fa

Raffaella: mentre mia sorella parlava, mi sono resa conto per la prima volta che dei miei primi 20 anni, vissuti con nostra madre, ho avuto una visione diversa da Donatella, più piccola di me di 12 anni; gli anni seguenti, che hanno coinciso con la mia uscita di casa, sono stati vissuti più da lei con nostra madre.  Quando mio padre è mancato, nel 1964, con me adolescente e mia sorella piccina, nostra madre ha avuto la necessità di tornare a lavorare. L’ingresso nel mondo del lavoro come maestra ha fatto sbocciare le sue capacità didattiche.  A 19 anni mi sono sposata, ed è stata mia sorella ad accompagnarla da quel momento in poi. Per cui io ricordo soprattutto gli anni ‘50, quando emigrammo nel Congo belga; nell’Italia del dopo guerra mancava lavoro per mio padre. In Africa c’era la sorella di nostra madre, Lea, anche lei sopravvissuta al campo, che aveva sposato un vedovo con un’attività lì. Le due sorelle si sono così ritrovate, fino al 1958. Lì mia madre ha potuto vivere un periodo “sereno”, perché in realtà gli europei, avendo una posizione privilegiata, andavano da colonialisti. In casa avevamo un aiuto domestico, avevamo una bella casa con giardino, il sabato sera i grandi andavano al cinema, noi cugini stavamo assieme a casa. Ho un ricordo sereno, di una buona vita. Questo può averla aiutata a dimenticare il campo. Certo, è anche vero che le due sorelle avevano una inquietudine sotterranea. Al punto che mia madre, dopo qualche anno, ha premuto per tornare in Italia con me, precedendo mio padre di qualche mese. Questa sua inquietudine l’ha inseguita tutta la vita. E forse l’abbiamo ereditata. Per esempio anche io ho avverto il bisogno irrazionale di cambiare casa, di cambiare posto.

Virginia Gattegno con sua figlia Donatella

Mi colpisce che, parlando del passato di vostra madre, voi usate la parola “campo”. Cosa conoscete di quella storia?

D: nostra madre e la sua famiglia sono stati deportati da Rodi, nel luglio del 1944, fino il luglio del 1945. Suo padre è morto di polmonite a Rodi, a 51 anni, mentre i 2 fratelli, Alberto di 18 anni e Michele di 4, la madre Marcella Luzzatto e la nonna paterna Sara, la mamma di Shalom, non sono tornati. Dopo la liberazione [di Auschwitz, n.d.r.] a gennaio, lei e sua sorella sono rimaste infatti 6 mesi coi russi. Pesavano 30 kg l’una. Poi c’è stato il viaggio di ritorno. Essendo nata il 31 luglio 1923, nostra madre ha fatto due compleanni, dei 21 e dei 22 anni, durante il viaggio verso e da Auschwitz.

D: mia madre ha rimosso il passato. Per esempio ha sposato un non ebreo. Mio padre Ugo (veneziano) e mia madre si sono conosciuti a Rodi. Lei si era trasferita lì da Anzio con la famiglia nel ‘36, in quanto il padre Shalom aveva accettato l’incarico di direttore della scuola ebraica di Rodi. Per lui, nato a Salonicco, rappresentava una sorta di “ritorno a casa”. Rodi, come sappiamo, all’epoca era italiana e sotto il governo fascista. Mio padre vi capitò soldato, durante la guerra (presumo tra il ‘42 e il ‘43), incontrò Virginia e iniziò la loro storia d’amore. Si frequentarono abbastanza a lungo. Poi, con l’armistizio le cose precipitarono e mio padre fuggì da Rodi verso la Turchia consegnandosi agli inglesi. L’anno dopo mia madre fu deportata con la famiglia e i due innamorati sembravano destinati a non rivedersi più.

soldati tedeschi a Rodi

Quando mia madre tornò da Auschwitz a Rodi non aveva più nessuno, per questo decise insieme alla sorella Lea di andare dagli unici parenti rimasti a Roma. Una volta arrivata si vide consegnare delle lettere di mio padre che aveva cercato in tutti i modi di rintracciarla e sapendo che a Roma vivevano alcune zie, le aveva contattate chiedendo notizie di Virginia e della sua famiglia. Virginia e Ugo quindi si ritrovarono, mia madre si trasferì definitivamente a Venezia (di cui si innamorò non appena scesa dal treno) e nel dicembre del ‘47 si sposarono. Quindi non credo che mia madre abbia sposato un gentile per rimuovere il passato, semplicemente lo aveva già conosciuto. Sicuramente la vita con mio padre e con la sua famiglia, con cui mia madre aveva un ottimo rapporto, ha fatto sì che potesse accantonare per un po’ il dolore e i traumi del passato, ma di certo non li aveva rimossi.

una foto di Virginia da giovane

R: per sposarsi con un cattolico si è dovuta impegnare a educare i figli nel cattolicesimo, perché così credo le sia stato richiesto per avere il nulla osta.  Mamma ci ha sempre detto che ci ha battezzato per difenderci da tutto ciò che comportava essere ebrei.

Cosa è rimasto dell’identità ebraica di vostra madre, nelle vostre vite?

D: potrei dire che non è entrato nulla, ma in realtà io ho potuto respirare un po’ di ebraismo grazie ai cugini di mia madre, della famiglia Luzzatto. La nostra nonna materna infatti era sorella del papà di Amos Luzzatto, per cui con i Luzzatto siamo cugini diretti.

R: nella vita di nostra madre è stata fortemente presente sempre una cappa di pesantezza riguardo al campo. L’insonnia dalla mamma, me la ricordo benissimo. Da piccole si faceva piano per non svegliarla, la mattina eravamo attente a capire se durante la notte aveva riposato o no. L’insonnia l’ha sempre inseguita, si percepiva in lei qualcosa di non detto. Col tempo poi qualcosa ha anche raccontato; cose difficili, alcune delle quali, sul campo, non le ho mai dette a nessuno.

Quando ha cominciato a raccontare?

R: noi sapevamo del numero tatuato, della sua famiglia, della deportazione, ma niente altro. Tanti sentimenti ci impedivano di chiedere, e come tanti altri lei non parlava. Sono venuta a conoscenza della sua storia quando ha cominciato a parlare nelle scuole.

D: tra gli anni ‘80 e ‘90, forse per effetto del film “Schindler’s list”; fu proprio in quel periodo che finì in ospedale per esaurimento. Tutti volevano intervistarla e lei non si è mai tirata indietro nonostante la fatica. Ad un certo punto è stato troppo.

Cosa si prova ad avere come genitore un testimone della Shoah?

Virginia con le figlie Raffaella e Donatella

R: io ho vissuto meno questo periodo, perché come ho detto ero già uscita di casa. Però certo qualcosa ti rimane dentro. Ricordo per esempio una sera, dopo il teatro – io ho lavorato in teatro molti anni – quando mi sono trovata in tavolata con molte persone, e ho colto due persone accanto a me che parlavano dei campi con formula dubitativa… ho avuto subito una forte reazione, molto dura, sono entrata nella conversazione e sono stata violenta, battendo sul tavolo le stoviglie, dicendo che la famiglia di mia madre era tutta rimata lì, nel campo, senza tornare. Questa reazione spunta ogni volta che vengono nominati i campi. Credo che il compito di mia sorella e mio sia ora di portare avanti questa fiaccola, ora che nostra madre non c’è più.

D: questo passaggio di testimoni io l’ho già preso. È difficile riassumere in una parola. Non posso negare che spesso l’ho vissuto e lo vivo ancora come un peso che mi sono trovata senza sapere perché. Durante l’adolescenza si mischiava alle complicazioni tipiche di quell’età. A volte sbandieravo il mio essere ebrea” con orgoglio e spavalderia. E totale incoscienza. A scuola ho anche vissuto qualche episodio di antisemitismo che ha contribuito a far crescere la mia consapevolezza che la discriminazione nei confronti degli ebrei non si era esaurita con la Shoah.

il libro di Matteo Corradini dedicato alla vita di Virginia

Per quanto riguarda mia madre, diciamo che vivendo più da vicino le sue tante esperienze di interviste e interventi nelle scuole e ovunque la chiamassero, ho assorbito un po’ alla volta la trasformazione che stava avvenendo in lei. La consapevolezza dell’importanza di quello che stava facendo cresceva così come stava crescendo nella coscienza civile.  Ho amici insegnanti che mi hanno invitato a parlare nelle scuole, quando lei era già in vita. Lì ho compreso la difficoltà di parlare e di raccontare. Ho tentato di immaginare cosa sia stato per nostra madre, ogni volta che raccontava la propria personale esperienza. Credo di avere compreso la sua difficoltà. Naturalmente cono state anche esperienze belle. Ad esempio, a Verona dopo aver parlato con due classi, quando i ragazzi invece di fare l’intervallo sono venuti tutti da me per farmi altre domande. Questo mi ha emozionato molto e mi ha dato una grande senso di speranza. È importante la speranza in mezzo a tanto negazionismo.

Avete figli? Come trasmettete loro il passato di vostra madre?

R: ho avuto due figli e una nipote, ora trentenne. Sono sempre molto colpiti dal passato dalla nonna. Invece l’ebraismo non ha fatto parte della mia vita, così come non ne ha fatto parte il cristianesimo; credo che questo mio essere in una sorta di zona neutrale mi abbia arricchito. Penso anche all’effetto degli anni in Africa, dove l’ambiente razzista e colonialista, verso i neri, gli ebrei, gli italiani, e dove i bianchi si sentivano una razza eletta, salvo insultarsi fra loro. Questo passato m’ha aiutato a tenermi fuori dagli estremismi, mi sento una cittadina del mondo. Ho viaggiato e ho vissuto realtà diverse, in cui ho capito che essere razzisti è una follia, e che il cuore deve rimanere aperto a quello che ci viene incontro.

Amos Luzzatto (1928-2020) era parente di Virginia Gattegno

D: io non ho figli, e se devo essere sincera a me è mancata l’immersione nella vita ebraica. Ne ero attratta, e in parte anche respinta. In generale i dogmi non fanno per me, però col tempo ho compreso l’importanza delle tradizioni, perciò francamente ne ho sentito la mancanza. Il fatto che frequentassi casa Luzzatto deriva anche da quello. Sentivo che mi mancava qualcosa, mi sentivo una specie di cane sciolto. In realtà mi ritengo proprio un cane sciolto, lontano, appunto dai dogmi di qualsivoglia religione. Ma l’ebraismo non è solo religione, anzi. È un modo di essere, pensare, vivere. Pure se nel mondo ha molteplici forme ed espressioni.

Virginia Gattegno
Foto di famiglia per i 96 anni di Virginia Gattegno

A Venezia la comunità sta diventando esigua, dispersa e divisa. Ci sto ancora molto riflettendo, alle mie origini. L’identità ebraica è qualcosa che mi appartiene, che sento mia. Forse se avessi avuto dei figli avrei dato loro possibilità di frequentare l’ambiente ebraico, e poi di fare le loro scelte. Sicuramente avrei raccontato loro di mia madre e della Shoah. Questo lo posso dire con certezza.

Un’ultima domanda: che ricordo vi ha lasciato vostra madre?

D: vedo mia madre che balla, come mia sorella anche lei era molto amante della danza. La musica è l’eredità che si è sempre portata dentro e che ha trasmesso a noi figlie. Per lei era anche fonte di consolazione oltre che di semplice ascolto. Spesso tornavo a casa e trovavo un disco che suonava Mozart o Gershwin o Frank Sinatra. E poi ricordo le sue distrazioni, le sue disattenzioni, come lasciare la macchinetta del caffè sul fuoco.

Virginia a Venezia

E ricordo che aveva spesso battute salaci e taglienti. Era una donna fuori dagli schemi, portava in sé leggerezza e pesantezza assieme.

R: ricordo due cose.  Ricordo i momenti in cui mia madre era distratta, e quelli al contrario in cui era vigile e molto vicina. Era leggera nel suo modo di camminare, con lo sguardo vago nel nulla, come se fosse altrove. Mio marito la chiamava l’imperatrice, e noi due eravamo le ancelle, mentre lei incedeva per le calle di Venezia.

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