Maccabiadi: una gara che dura una vita

Le Maccabiadi rappresentano un bagaglio di esperienza che, per i ragazzi di tutto il mondo che vi partecipano, resterà loro impresso per sempre

È terminata ieri la partecipazione ufficiale della squadra italiana di basket alle Maccabiadi (quella del calcio invece ha ancora alcune gare del suo girone).

Ho avuto la fortuna di aver potuto seguire le ultime due partire della squadra, finalmente in Israele dopo le restrizioni dovute alla pandemia; mi piace, al termine di questi pochi giorni, provare a mettere per iscritto alcuni pensieri, brevi e frammentati come non possono essere altrimenti.

Di cosa sono le Maccabiadi, di quello che rappresentino per Israele e per gli ebrei della diaspora, probabilmente è bene lasciare parlare gli esperti; è evidente lo sforzo del paese di mostrarsi come un modello di vita possibile per le decine di migliaia di ragazzi che stanno vivendo questa esperienza, molti dei quali, è probabile, ritorneranno qui nei prossimi anni, stavolta per sempre, per aver deciso di fare l’Alyà.

Quanto a noi, sarà bene attendere, con un po’ di impazienza, che i nostri ragazzi ritornino a casa per capire, attraverso le loro parole e i loro occhi, cosa sia stata per loro questa esperienza.

Italia e Argentina, dopo la gara

Adesso è ancora presto per provare a fare un bilancio. Finite le gare, infatti, non finiscono le Maccabiadi. In realtà c’è ancora moltissimo da fare. Le Maccabiadi non vedono solo l’impegno in campo, ma soprattutto quello da svolgere fuori: il programma fittissimo di impegni prevede altri sei giorni di appuntamenti, visite, escursioni, e naturalmente feste e incontri tra atleti di tutto il mondo.

Insomma, quando ritorneranno a casa i nostri atleti, come li ritroveremo?

Chi ha partecipato alle passate edizioni, anche a distanza di molti anni, ricorda ancora in modo vivido la propria esperienza. Credo che per un ebreo della diaspora, tanto più appartenente a una piccola comunità come quella italiana, questa immersione nella realtà ebraica di Israele e di tutte le altre comunità del mondo sia il bagaglio più prezioso e “pesante” da portare a casa.

nell’immagine: i paesi coinvolti nelle Maccabiadi

I nostri ragazzi avranno poi modo con calma di elaborare questi giorni così intensi – “un giorno qui vale almeno come sette”, mi raccontava mio figlio, cercando di spiegare l’insieme di sensazioni provate appena arrivato –, ritornando con la mente e con il cuore, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, a tutto quello che gli sta accadendo ora, immersi in un’atmosfera di festa e piena di stimoli, unica, certamente mai provata finora.

Sarà, questo loro bagaglio, l’eredità più preziosa. Dentro metteranno le gare, la fatica e l’impegno, qualche delusione e dolore sportivo, come è normale quando ci si confronta con avversari più grandi, più forti, più esperti. Ma poi metteranno tutto il resto: le amicizie, il divertimento, i legami che diventano più forti e mettono radici per il loro futuro.

Anche Jo Biden all’inaugurazione della Maccabiadi

Attendiamo allora di riaverli a casa perché, un po’ alla volta, ci raccontino qualcosa di questa 21° edizione delle Maccabiadi. A chi li ha visti scendere in campo, impegnarsi, difendere e attaccare, subire l’ennesimo canestro e ripartire ostinati per provare a fare altrettanto – insomma: lottare per diventare una vera squadra e dei veri atleti, la metafora che lo sport da sempre rappresenta della vita – sembra già che il bilancio finale dica: se avranno imparato da tutto quello che gli è accaduto e gli capiterà ancora nei prossimi giorni, avranno sicuramenti vinto la loro gara più importante.

***

rav Moshe, durante un allenamento

N.b. Un particolare ringraziamento mi sento di fare, ancora una volta, a rav Moshe Hacmun e al suo staff, che da anni ha preso l’impegno di trasformare dei ragazzini non solo in atleti, ma anche di alimentare in loro un sano e positivo spirito sionista.

Leggi anche: le Maccabiadi al via

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