L’Italia del Mattarella bis? Deve fare attenzione al “rischio di coda”

Federico Fubini, vice direttore del Corriere della sera, spiega a Riflessi qual è stata la partita giocata sul Quirinale, e quali sono le debolezze strutturali della nostra politica, in un anno che si annuncia cruciale per il paese.

Federico Fubini, vicedirettore ad personam del Corriere della sera

Dottor Fubini, a una settimana dalla conferma del presidente Mattarella al Quirinale, che giudizio s’è fatto di quel che è avvenuto nella politica italiana?

Mi sembra che si sia visto in azione un fenomeno già mostrato, seppure in forme diverse, già alte 4 volte negli ultimi sei anni.

A cosa si riferisce?

Il sistema politico italiano è piuttosto inefficiente nella gestione della cosa pubblica, però diventa molto efficiente nel coalizzarsi e in qualche maniera bloccare ogni figura che minacci di assumere il predomino.

Matteo Renzi

Lo abbiamo visto nel 2016, con l’ascesa e la caduta di Matteo Renzi, poi nel 2019 con l’ascesa e la caduta di Matteo Salvini, e poi ancora 2021, con la caduta del secondo Governo Conte, che entra in crisi quando cerca di far passare un decreto che crea un nuovo dipartimento presso la Presidenza del consiglio, con l’obiettivo di accentrare la gestione dei 200 miliardi del Recovery Plan. Anche nel caso della rielezione di Sergio Mattarella c’è stato il coalizzarsi della politica contro una figura esterna che sarebbe potuta diventare dominante: quella di Mario Draghi.

Come mai, a suo avviso?

Matteo Salvini nell’estate del 2019

Il sistema politico italiano non vuole che si affermino figure forti, le rigetta. Allo stesso tempo, proprio perché il sistema è una somma di debolezze, nessuno ha avuto la forza di far prevalere propri candidati credibili, nessuno ha saputo promuovere un nome alternativo. L’unica soluzione, che alla fine non mi ha sorpreso, è stato mantenere lo status quo.

Eppure, era sembrato dovesse prevalere il nome di un outsider, quello della dottoressa Belloni.

Elisabetta Belloni, capo del DIS (dipartimento delle informazioni per la sicurezza)

Belloni sarebbe stata una figura innovativa, perché non è mai successo che un alto funzionario dello Stato, mai stato né parlamentare né ministro, fosse eletto Presidente della Repubblica. Per quanto non la conosca molto, la reputo una figura estremamente in gamba e solida; tuttavia, anche lei era espressione di un’anomalia, e in definitiva di una debolezza.

Quale?

Credo che ci sia un problema che la rendeva inadeguata a quella candidatura. Vede, il capo dello Stato è la più alta figura politica nazionale, non ricopre certo un ruolo onorifico. Dunque per me era strano che venisse in mente ai politici   – segno della crisi dei partiti – di eleggere a Presidente della Repubblica chi non ha mai fatto un discorso pubblico su temi di interesse generale e sui temi rilevanti per l’esercizio del potere di un capo dello Stato.

Giuseppe Conte

Insomma, è giusto ed opportuno che funzionari pubblici, per quanto preparati e prestigiosi, che per lavoro non si esprimono mai pubblicamente, diventino titolari di cariche politiche per cui, al contrario, l’opinione pubblica e il parlamento richiedono necessariamente di conoscere in anticipo il pensiero di chi le occupa? Come si può scegliere una persona di cui non si sa cosa pensi riguardo quel ruolo?

Ora che in qualche modo si è chiusa la partita del Quirinale, e che al governo è rimasto Mario Draghi, si può pensare “ai fondamentali”: qual è l’opinione che la comunità economica internazionale ha dell’Italia in questo momento?

Mario Draghi

C’è una grande domanda che riguarda l’Italia: la sua capacità di sostenere il cambio di fase economica in corso. Con l’inflazione in ripresa, la Banca centrale europea (BCE) per la prima volta dopo 11 anni potrebbe dover alzare i tassi e certamente smettere di sostenere il debito pubblico italiano in modo incondizionato. È chiaro, infatti, che se in questi anni siamo riusciti a sostenere il nostro stato grazie integralmente alla BCE, che dal 2015 ha sempre comprato tutta l’offerta netta di titoli di stato registrata a ogni asta. Quanto saremo credibili, adesso che la BCE deve cambiare atteggiamento? Questa è la domanda che dominerà il 2022 per quanto riguarda l’Italia.

E sul Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, saremo in grado di spendere i soldi europei rispettando le scadenze?

Christine Lagarde, a capo della BCE

Non mi fascerei la testa prima di essercela rotta. Conosciamo bene i limiti della pubblica amministrazione italiana, la debolezza amministrativa di tanti comuni, però secondo me occorre capire quali sono le cose che non funzionano e risolverle. Ad esempio: molti progetti prevedono la realizzazione da parte dei comuni, anche piccoli. Molti di essi, però, anche a causa della “quota 100” (la possibilità di andare in pensione anticipatamente, n.d.r.), hanno perso parecchio personale, anche tecnico; ecco, ci sarà bisogno di trovare geometri, ingegneri e altro personale necessario per realizzare gli obiettivi prefissati; dovrà essere già in corso un grande sforzo tecnico ai comuni.

Secondo lei il governo Draghi arriverà fino al termine della legislatura, previsto tra un anno?

Non mi piace fare previsioni e non ne faccio. Occorre invece capire quale sarà la dinamica tra Draghi, che non esce rafforzato dalla partita per il Quirinale, e i partiti, anche loro molto deboli. La somma di queste debolezze genererà competizione o collaborazione? La mia preoccupazione è che tra le 100 misure che occorre varare per prendere i soldi del PNRR, ce ne sono almeno un quarto che sono politicamente non neutre, e che possono portare allo scontro.

A quali si riferisce?

La lotta all’evasione, che impatta sull’elettorato della Lega e di Fratelli d’Italia; la valutazione degli statali e degli insegnanti, bacino elettorale del Pd; la revisione del codice degli appalti, che interessa il M5s; e poi la spending review, che interessa tutti, o ancora la riforma della giustizia e della pubblica amministrazione. Quando queste misure arriveranno in parlamento, come reagirà la maggioranza?

Torniamo all’economia. In queste settimane è pressante l’aumento del costo dell’energia. Come si risolve il problema strutturale che ha l’Italia sulle fonti energetiche?

Noi abbiamo problemi di sistema e di fiscalità. Una prima soluzione è trovare altre fonti di gettito, per compensare gli aumenti; appare invece improbabile detassare i combustibili fossili, se davvero vogliamo andare verso una economia ecosostenibile.  Un’altra soluzione è quella di prendere soluzioni strategiche sulle fonti energetiche.

Il ritorno al nucleare per lei è una possibilità?

Escludere tale opzione per principio, vista la complessità di questo tema, è sbagliato. Oggi il 10% dell’energia che importiamo viene dal nucleare. Noi la utilizziamo ogni giorno, in medicina; le scorie ci sono e vengono sepolte, quindi se ne deve parlare.

Dovremo aspettarci un aumento dei tassi ufficiali? La BCE terrà conto delle scadenze elettorali in alcuni paesi europei in quest’anno?

Escludo che la BCE tenga conto dell’agenda elettorale dei vari governi. Semmai, le sue scelte dipenderanno dal prezzo dell’energia: se continua a salire, o a rimanere alto, portando in alto anche i prezzi di altri prodotti, allora la BCE interverrà.

Nel suo ultimo libro, “Sul vulcano”, lei spiega che ogni sistema deve valutare il suo “rischio di coda”, ossia la probabilità, pur molto bassa, che le cose possano andar male. Qual è il rischio di coda italiano?

È sempre il solito; anzi, ne vedo due. Il primo è il nostro enorme debito. Il secondo è il problema demografico.

Vediamo prima quest’ultimo.

“Sul vulcano” (2021, Longanesi) è l’ultimo libro di Fubini

Viviamo una grave crisi demografica. Non si fa ancora abbastanza su questo. Per fare le scelte che incidono sulla traiettoria della demografia, occorre incidere su scelte politiche precise.

Ad esempio?

La Germania si è data per anni una politica immigratoria positiva, e noi? Oppure, occorre spostare ingenti risorse di spesa a sostegno delle famiglie. Tutto ciò richiede la necessità di convincere la maggioranza degli elettori.

Il debito però sembra un problema più urgente.

Non è detto. Non voglio sottovalutare questo rischio, dico però che una delle lezioni di questi anni è che l’Italia ha una classe politica scarsa, dove però i problemi di forza maggiore alla fine impongono a tutti di trovare risposte pragmatiche. Guardi la Lega, che a lungo è stata contro l’Europa e oggi sta sostenendo un governo guidato dall’ex presidente della BCE. Il sistema italiano ha un pragmatismo che lo rende capace di agire quando si è vicini al punto di rottura. Non è un metodo ottimale, ma questo è il nostro paese.

Un’ultima domanda per i nostri lettori. Lei porta un cognome ebraico, può parlarci delle sue radici familiari?

(continua a pag. 2)

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