Cerca
Close this search box.

Liliana Segre è la nostra vertigine

Testimone della Shoah, senatrice a vita, guida della Commissione parlamentare contro i discorsi d’odio, Liliana Segre è una delle voci più alte che possiamo ascoltare oggi. Daniela Padoan ci spiega la sua forza civile

Daniela Padoan, da quanto tempo conosce Liliana Segre?

“La stella polare della Costituzione” contiene il discorso tenuto da Liliana Segre al Senato il 13 ottobre scorso, con un saggio di Daniela Padoan

Da più di vent’anni. Testimoniava nelle scuole e gli studenti la amavano molto, aveva la straordinaria capacità di carpire la loro attenzione, portandoli a immedesimarsi nel suo racconto, senza mai tralasciare di situare la sua memoria di sopravvissuta ad Auschwitz nel quadro del ventennio fascista e della dominazione nazifascista, spiegando con lucidità minuziosa la costruzione dell’ideologia razzista che portò alla persecuzione e allo sterminio. Era giunta alla scelta di diventare una testimone con il sostegno di una compagna straordinaria, Goti Bauer, più grande di lei di dieci anni, e prigioniera-schiava ad Auschwitz-Birkenau nello stesso periodo, fino alla liberazione del campo da parte dell’esercito sovietico. A quel tempo scrivevo i testi di una trasmissione di Rai educational e mi venne affidato un percorso con le scuole sullo studio della Shoah. Vennero dunque in studio Liliana Segre, Goti Bauer e Nedo Fiano, a accadde una cosa strana.

Quale?

Lo studio era pieno di studenti, sia maschi che femmine, e Liliana Segre spiegò, nel suo intervento, che il modo in cui le affioravano alla mente immagini della sua testimonianza variava a seconda che si trovasse davanti a un pubblico composto da sole ragazze o misto. Fu solo un accenno, ma al termine della trasmissione le chiesi di spiegarmi meglio cosa intendesse dire. Rispose che solo le ragazze potevano davvero capire cosa avesse significato la rasatura dei capelli, il trovarsi nuda davanti ai soldati, il non avere un panno per proteggersi durante le mestruazioni.

Daniela Padoan

Le chiesi di incontrarci e di approfondire quel discorso. Ne nacque un articolo che venne pubblicato dal “manifesto” pochi giorni dopo, per la Giornata della memoria, e di lì nacque un libro, Come una rana d’inverno, che è proprio il modo in cui Primo Levi, nel celebre esergo di Se questo è un uomo, descrive la condizione delle donne, private di ogni femminilità, nel campo femminile di Auschwitz Birkenau. Sulla base di quel semplice cenno, si aprì la possibilità di studiare la Shoah dal punto di vista del genere. Vent’anni fa, il discorso sulla differenza femminile nella Shoah non era trattato, se non per alcuni studi negli Stati Uniti, perché si pensava fosse un argomento minore, o irrilevante, di fronte all’enormità dello sterminio di sei milioni di persone. Poco per volta si è fatta strada la consapevolezza non solo che le donne vissero in modi diversi la deportazione e la prigionia, e che ebbero diversi modi di intendere la testimonianza, ma che l’ideologia stessa dello sterminio aveva una matrice sessuata.

Cosa intende?

Goti Bauer (1924)

La parola genocidio, riportando allo sterminio di un popolo, è legata allo sradicamento della generatività della “razza”. Parte degli esperimenti che i nazisti svolgevano ad Auschwitz erano diretti a impedire la riproduzione dei popoli chiamati “inferiori” e a indurre parti plurigemellari nelle donne cosiddette “ariane”. Iniziò così il progetto di indagare Birkenau attraverso lo sguardo di tre diverse testimoni, in una circolarità di riflessione che coinvolse un’altra straordinaria figura, Giuliana Tedeschi, che allora viveva a Torino. Nel 1944, l’anno che avevano condiviso nel campo senza mai conoscersi, Liliana Segre era una bambina di neanche tredici anni che aveva dovuto staccarsi dall’abbraccio del padre, Goti Bauer una ragazza di vent’anni, Giuliana Tedeschi una donna trentenne che aveva lasciato le sue due figlie nel tentativo, fortunatamente riuscito, di salvarle. Iniziò per me un’esperienza di grande rivelazione, grazie alla disponibilità di queste straordinarie testimoni del precipizio della nostra cultura a fare un percorso che durò quasi due anni, passo dopo passo, registrando, trascrivendo, confrontando parole e ricordi.

Nell’orazione civile tenuta da Liliana Segre al Senato, lei sottolinea che il passaggio di consegne fra la senatrice e il neo presidente La Russa è stato “straniante”: cosa intende?

Giuliana Tedeschi (1914-2010)

Anni fa, il premio Nobel per la letteratura Imre Kertész, sopravvissuto di Auschwitz, affermò che nelle istituzioni parlamentari europee non c’era mai stato davvero posto per i testimoni, eppure proprio loro, più di tutti, avrebbero potuto dirci qualcosa sulla nostra vita politica, su come fosse stata ricostruita sulle macerie della guerra e sulle radici non estirpate del passato. Nel 2018, nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali, con la senatrice Liliana Segre, un testimone entrò per la prima volta nel luogo deputato alla nostra vita democratica, il Parlamento, non semplicemente come ospite, ma potendo legittimamente prendervi posto e parola a pieno titolo. Il fatto che, cinque anni dopo, sia stata lei a dover consegnare, legittimamente, la Presidenza del Senato a un esponente di una formazione politica custode di una tradizione che risale ad Alleanza nazionale e, prima ancora, al Movimento Sociale Italiano, nato sulle ceneri della Repubblica di Salò, spiega la sensazione di un passaggio straniante, che può dare un altro senso a quella che Liliana Segre, nel suo storico discorso sulla Costituzione, ha definito “vertigine”.

13 ottobre 2022: passaggio di consegne al Senato tra Ignazio La Russa e Liliana Segre.
(ANSA)

Lei scrive anche che oggi viviamo in un “doppio registro di realtà”. Che significa?

Penso che ci troviamo di fronte a una nuova accezione di quello che Calamandrei chiamò “il regime della menzogna”, fatto di un utilizzo di forme retoriche e di eufemismi che camuffano la realtà. Ma il doppio registro è anche quello che ci consente di vedere senza trarre le conseguenze necessarie da ciò che vediamo: ci commuoviamo per i naufraghi abbandonati a morire in mare, per i corpicini dei bambini che arrivano sulle nostre spiagge, ma non chiediamo misure all’altezza dello scandalo che abbiamo di fronte. Ogni giorno, una nuova crisi cancella la percezione di quella precedente: è stato così per il Covid-19, per la crisi climatica, per la guerra tornata nel cuore d’Europa. È così per toni e affermazioni sconcertanti, che parlano, ad esempio, di umiliazione come strumento educativo.

C’è un pericolo fascista oggi in Italia?

Primo Levi (1919-1987)

Nel 1952, Piero Calamandrei disse che occorreva vigilare non sul ritorno del regime fascista, ma sul ritorno di una subcultura non ancora estirpata. Vent’anni dopo, Primo Levi disse che bisognava pensare il fascismo non come “quello di allora”, ma “con riferimento preciso al fascismo di oggi”. Occorre pensare al fascismo anche ai nostri giorni. Non ai travestimenti nostalgici di Predappio, né a un qualche duce affacciato a un balcone: sono passati cento anni e il mondo è cambiato, è cambiata la comunicazione, la sorveglianza è diventata digitale, la nostra libertà è sempre più slegata dalla concreta appartenenza a una comunità, le nostre istituzioni sono sempre più svuotate e impoverite. Se c’è la necessità di un nuovo antifascismo, dobbiamo pensare come esso vada declinato nella nostra quotidianità.

Lei scrive che dovremmo abbandonare le forme retoriche oggi un po’ prive di senso per dare loro un nuovo significato: come ci si riesce?

“Come una rana d’inverno” è il libro di Daniela Padoan scritto raccogliendo le testimonianza di Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi

Pur non essendo credente, ho trovato molti spunti di riflessione nell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, che coniuga la necessità di giustizia sociale e giustizia ambientale e chiede di mettere radicalmente in discussione una cultura che pretende di avere il dominio su tutto ciò che vive. La crisi ambientale che abbiamo davanti dimostra la necessità di ripensare completamente il rapporto fra uomo e natura, cercando al tempo stesso risposte alla crisi economica, sociale, climatica, sperimentando nuovi legami di solidarietà. Nessuno vive da solo, siamo parte della natura, il che ci obbliga a rispettare ogni forma vivente, e a fare fronte comune per mitigare i danni, spesso irreversibili, introdotti dall’accelerazione tecnologica della nostra presenza sul pianeta, di cui gli esperimenti atomici che hanno condotto a Hiroshima e Nagasaki sono una manifestazione impossibile da cancellare, impressa per sempre nelle rocce sedimentarie.

Questa lettura del nostro tempo sembra dar ragione alla senatrice Segre, quando si dice pessimista sulla nostra capacità di ricordare il passato. Lei è d’accordo?

la senatrice Segre per anni ha portato la sua testimonianza della Shoah nelle scuole

È difficile da dire. Molti sostengono la possibilità di una trasmissione non della memoria, ma della facoltà testimoniale. Io però non credo che chi ha ascoltato un testimone diventi a sua volta testimone. I testimoni sono insostituibili, nessuno potrà prendere il loro posto. Resta però tutto ciò che hanno prodotto, a partire dalla loro voce, dai loro scritti. Bisognerà vedere come saremo capaci, e come chi verrà dopo di noi sarà capace, di declinare questa voce, questa parola, riascoltandola, rendendola strumento per interrogare il presente. I testimoni sono la nostra possibilità di comprendere il tempo che ci è dato di vivere, perché sono – loro soltanto – portatori di conoscenza dell’abisso che sempre rischia di spalancarsi sotto i nostri piedi.

Un’ultima domanda. Lei cita un passo di una lettera di Kafka ad un amico in cui lo scrittore parla della necessità di frantumare il mare ghiacciato che portiamo nell’animo. Vorrei chiederle quale scure utilizzare per rompere il mare ghiacciato dell’indifferenza che sembra oggi presente dentro molte persone.

9 ottobre. Peluche a terra per protestare contro la strage di migranti a Cutro

A questa domanda non ho una risposta, ma solo tanti interrogativi. Se guardiamo quel che è successo negli ultimi anni, pensi alla pandemia da Covid-19, ai tanti errori commessi, al modo in cui le colpe sono state frettolosamente accantonate o rimosse, quasi fossimo in un eterno presente in cui si rinuncia a prendere decisioni e assumere responsabilità, allora verrebbe da essere pessimisti. Direi però che dobbiamo partire da qui, dalla necessità di assumerci di nuovo le nostre responsabilità, e di uscire dall’astrattezza che impedisce di vedere le persone nella loro corporeità. Credo sia vitale tornare a forme comunitarie dove ritrovare il rapporto tra persone, pur nella globalizzazione e nella digitalizzazione. Dobbiamo tornare, insomma, al buon senso, per quanto banale possa apparire questa affermazione. Come diceva Ermanno Ormi, si tratta di recuperare il “sentimento della realtà”. Che è, poi, fondamento della politica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter