Il pescatore di perle

Alla vigilia degli europei di calcio, abbiamo incontrato Israel Maoz Levi, talent scout di successo. Oggi ci parla di lui, della sua passione, dei campioni che ha portato a giocare in Europa.

 Passione e curiosità

Lavoro nel calcio da quasi trent’anni. Per me è una passione continua, una sfida che ancora vivo giorno dopo giorno, come agli inizi. Senza questo gusto per la sfida, senza questa passione, non avrei fatto nulla, per me sarebbe come essere morto. Mi considero un talent scout. Il mio obiettivo, quasi un’ossessione, è di andare a scoprire dei giovani talenti, ancora sconosciuti, e intuire in loro la potenzialità del campione. Poi, una volta che esplodono, mi metto in cerca del prossimo. In tutti questi anni ho girato il mondo sempre alla ricerca di giovani giocatori, con l’intento di far emergere talenti sconosciuti e portarli al successo.

Tutti gli inizi sono difficili

Ho cominciato la mia attività, naturalmente, in Israele. A quel tempo i giocatori israeliani erano dei perfetti sconosciuti in Europa. E così ho provato, segnalando qualche giovane interessante. Ho avuto subito successo, perché ogni giocatore ha fatto una brillante carriera tra Inghilterra, Belgio, Olanda o Italia. A dire la verità, all’inizio non ero consapevole di dove m’avrebbe portato la passione che sentivo per questa attività; di certo non avrei creduto che un giorno sarei arrivato a dei campioni assoluti.  Forse però è giusto cominciare così, perché oggi sono convinto che è l’incoscienza che ti porta a fare le cose in modo semplice, a coltivare la passione, e naturalmente ad avere successo.

I primi successi

Ho cominciato portando al Bruges Ronnie Rosenthal per 250.000 dollari, passato poi in al Liverpool e al Tottenham per oltre 3 milioni di dollari. Poi c’è Elio Ohana, nato a Yerulashaim, che vince la Coppa delle Coppe col Malines nel 1988, battendo il grande Ajax. A quel punto, mi sono messo in cerca di talenti in Australia. Ho portato in Europa 7 giocatori, tra cui Paul Okon, miglior giocatore in Belgio a soli 22 anni, comprato per 200.000 dollari dal Bruges, poi alla Lazio per un milione mezzo di dollari, poi alla Fiorentina e infine all’Everton; oppure Frank Farina, arrivato al Bruges per 250.000 dollari per essere venduto per 3 milioni al Bari. Insomma, ho capito che la mia passione permetteva anche di realizzare alle società plusvalenze notevoli, un fatto che va sempre considerato nel calcio di oggi.

Tra samba e tango: Brasile e Argentina

Ho avuto moltissime soddisfazioni in Sudamerica. Da oltre 20 anni giro il Brasile in lungo e in largo. Ecco qualche nome: Cafu, alla Roma a 24 anni – 2 mondiali vinti – arrivato per 3 milioni; Carlos Zago; Marcos Assunçao, pagato 5 milioni e venduto a 10 in Spagna. E poi Emerson, che dal Gremio FC arriva alla Roma e poi alla Juventus. In tempi più recenti, Fernandinho, prima allo Shaktar Donezk per 7 milioni, e poi capitano al Manchester City per 45 milioni. Su tutti, però, ci sono i nomi più grandi. Le mie perle.

 

Alla scoperta delle perle del calcio: Ronaldo, Kakà, Lavezzi.

La mia più grande scoperta è stata Ronaldo, un vero fenomeno. L’ho visto la prima volta a 16 anni, giocava al Cruzeiro a Belo Horizonte. Pesava 50 kg, era un ragazzo poverissimo, ma aveva qualcosa di speciale, si capiva a prima vista.  Giocava ala destra. A quel tempo lavoravo in Olanda, per il PSV Eindhoven. Allora mi fermai qualche giorno in città e cominciai a osservarlo negli allenamenti. Tornato in Olanda, ne parlai con Aad De Mos, allenatore del PSV, che mi diede carta bianca. Ormai erano in molti a osservare il giovane Ronaldo, anche il Milan; però Braida, allora direttore sportivo, aveva dei dubbi: mi confessò che riteneva Ronaldo troppo magro e poco atletico. Fu per questo che riuscii a inserirmi, e così Ronaldo arrivò in Olanda nel 1993, per 4 milioni di euro; dopo 2 anni venne rivenduto al Barcellona per 64 milioni. Lavezzi è stato un altro mio colpo.

E poi c’è Kakà, che merita una storia a parte. Sembrava infatti che nessuno lo volesse. Kakà, che tra l’altro è di padre ebreo, l’ho scoperto che aveva 18 anni, quando giocava nelle giovanili del San Paulo. Lo proposi alla Roma, ma Capello voleva giocatori di esperienza. Ottavio Bianchi, mio grande amico, lo avrebbe preso. A quel tempo allenava la Fiorentina, ma il Presidente, Cecchi Gori, non voleva pagare 5 milioni, e sai perché? Per il nome! Come è andata a finire poi si sa: alla fine il Milan lo ha pagato 10 milioni, per poi rivenderlo al Real Madrid per 60 milioni: un’altra plusvalenza notevole.

Le qualità di un pescatore di perle

Credo molto in quello che faccio, lavoro sempre molto duramente, mi fido del mio istinto fino a quando i risultati arrivano. Se ti impegni, ottieni soprattutto la fiducia dell’ambiente, che è fondamentale. Zeman, o Aad De Mos, sono ad esempio allenatori che avevano totale fiducia nelle mie segnalazioni. La cosa più importante, in questo mondo, è la credibilità. Per riuscire, ci vuole intuizione, occhio. Questa capacità o ce l’hai o no, è istinto. Una volta che dimostri di avere queste qualità, e trovato buoni giocatori, allora acquisti credibilità. A volte mi bastano 15 minuti, altre un’intera partita. Osservo il giocatore, vedo come si muove, come sta in campo, esamino un complesso di elementi. Oggi mi piacerebbe lavorare con una società per cui esprimere le mie idee, mostrare cosa l’originalità può fare. Insomma, vorrei far divertire i tifosi, e naturalmente far guadagnare le loro società! In fondo, ho dimostrato che di plusvalenze me ne intendo. In Italia, l’Atalanta è quella che più si avvicina al mio modo di intendere il calcio.

Alla ricerca di noi stessi

Credo che questa professione non si possa davvero imparare. Ci vogliono qualità innate. O ce l’hai, oppure no. Mi sento come un artigiano, un calzolaio che crea scarpe a mano. voglio dire che ciascuno di noi ha un suo talento, tutti noi, e che dobbiamo poi essere capaci a coltivarlo. Oggi, che ho più esperienza, sono convinto che dobbiamo andare sempre nel profondo e alla ricerca di noi stessi, e trovare così i talenti nascosti nella nostra anima.

Il mio essere ebreo

No, non ho mai avvertito antisemitismo nell’ambiente. Anzi. Molte sono state, nella mia carriera, le persone che si sono dette ammiratrici di Israele, perché Israele trasmette l’idea di avere una marcia in più. Una volta me lo disse anche Berlusconi: “voi ebrei avete successo perché siete il popolo eletto”. Sono convinto che ognuno alla fine arriva dove Dio vuole che arrivi. Se ho avuto successo, è anche perché ho coltivato la modestia. Credo che la modestia sia un pilastro dell’ebraismo. Nella vita ho imparato che bisogna lavorare molto senza darsi arie. Così ho fatto io, costruendo la mia carriera passo dopo passo.

Domani parleremo con Israel Levi dei prossimi Europei, divertendoci a fare qualche pronostico

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