Kolnoa!

L’eterna visione, di Carlo Shalom Hintermann

Parlare delle origini significa rintracciare cosa abbia messo in moto un desiderio. Colgo quindi l’occasione di riflettere sugli inizi della mia attività artistica per perdermi nella memoria e raggiungere un luogo misterioso: quello dell’infanzia.

Esistono dei momenti in cui si mescolano sentimenti contrastanti, in cui a una presa di coscienza si accompagna la paura e uno strano stato di grazia. Tutto questo mi è accaduto durante l’allestimento di uno spettacolo di mio padre.

Per mesi assistetti alla messa in scena del testo di Elie Wiesel “Il processo di Shamgorod”, mio padre, Carlo Hintermann, era il protagonista. Le prove si svolgevano in un piccolo paese della toscana. Al di là dell’oceano, Elie Wiesel indirizzava il lavoro, con poche e illuminanti note. Per un bambino assistere quotidianamente alla messa in accusa di D_O era un’esperienza sconvolgente, perché di questo il testo tratta, di un processo a D_O, accusato di aver abbandonato il suo popolo durante un terribile pogrom. Il testo però è anche un Purimschpiel, questa forma di farsa tragica ha fornito allo stesso Wiesel una fondamentale chiave di lettura.

Il paradosso di Purim come luogo di rovesciamenti. Berish, il protagonista della pièce, è il principale accusatore, sua moglie e suo figlio sono stati uccisi, mentre sua figlia Hanna è scampata al massacro con ferite indelebili per le violenze subite. Di fronte a lui tre viandanti giunti nella locanda di Berish la notte di Purim, per mettere in scena unPurimschpiel. Ai miei occhi tutto si mescolava: le bellissime maschere del teatro Yiddish, le ultime realizzate da un maestro artigiano ormai scomparso, che ancora conservo, il dolore di mio padre che finiva per sconfinare oltre il petto di Berish per diventare il suo, incommensurabile, e il convitato di pietra, D_O. La forza dirompente di questa esperienza veniva amplificata da quello che si muoveva intorno all’allestimento. Da New York presto sarebbe arrivato Elie Wiesel per assistere alle prove generali e alla prima. Il suo arrivo sarebbe stato accompagnato da una delegazione di personalità del mondo ebraico italiano e internazionale. In poco tempo arrivarono una serie di minacce, alcune delle quali vennero considerate molto concrete, in quegli anni si respirava una forte tensione, la possibilità di un attentato non era affatto remota. Le prove divennero allora blindate. Un servizio di sicurezza interno iniziò a vigilare e a questo si unirono in numero cospicuo agenti della digos.

Iniziai a prendere confidenza con quell’apparato di sicurezza, e il mio spirito di bambino cominciò a chiedersi cosa avessimo fatto di male: è forse colpa di mio padre, che ha iniziato ad accusare D_O apertamente, giorno dopo giorno con sempre maggiore convinzione? È colpa mia che faccio parte di un gruppo di genti senza pace? Cosa c’è di tanto provocatorio che stiamo facendo? Perché non ci lasciano fare il nostro gioco, la nostra messa in scena? Perché ci minacciano? Non riuscivo a dare spiegazione a queste domande e insieme all’inquietudine cresceva una consapevolezza: il teatro e l’arte in generale non sono un luogo tranquillo, forse vi è qualcosa di sconvolgente connaturato a quella prassi, un’inquietudine che diventa esperienza collettiva.

Forse avevamo bisogno di essere inquieti per finalmente trovare la nostra pace. E io la pace la trovai, proprio nel riconoscere la necessità di gridare il dolore, proprio nel coraggio di mio padre di mostrarsi fragile agli occhi di un bambino. Decisi di prendere sul serio quel gioco, pur lasciando che gioco rimanesse, un Purimschipiel. I miei occhi di bambino si specchiarono in quelli di Elie Wiesel, finalmente arrivato tra noi, e riconobbero lo stesso dolore segreto che nascondevano quelli di mio padre. Una vera e propria iniziazione di sguardi.

Molti anni più tardi, ormai ragazzo, purtroppo costretto a fare a meno degli occhi di mio padre, nel frattempo tragicamente scomparso, ricercai Elie Wiesel a New York. Avevo appena terminato la scuola di cinema e volevo mostrargli i miei cortometraggi di diploma, Synagoguee Les deux cent mille situations dramatiques, due piccoli lavori che forse però avevano fatto tesoro di quello scambio avvenuto anni addietro. Ritrovai lo stesso sguardo terso, gli occhi non invecchiano quando si lasciano osservare. In quel momento, forte di quegli occhi ritrovati, che non potevano non essere che quelli di tutti noi, decisi che avrei trascorso il resto del mio tempo in un ininterrotto guardare, perso ormai nell’eterna visione del cinema.

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