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Il boicottaggio accademico di Israele tradisce la libertà di pensiero e di studio

In Italia 4.000 accademici hanno firmato un appello per il boicottaggio di Israele. Cosa c’è di sbagliato e pericoloso? A Riflessi lo spiega Antonia Baraggia (Statale di Milano) 

Professoressa Baraggia, nelle scorse settimane c’è stata l’iniziativa di un appello, firmato da circa 4.000 accademici italiani, che sostanzialmente chiede alle università italiane di boicottare le università e i colleghi israeliani. Lei si è detta contraria all’iniziativa. Ci può spiegare le ragioni della sua opposizione?

Antonia Baraggia insegna diritto pubblico comparato all’Università Statale di Milano

Sono assolutamente contraria ad una simile iniziativa. Si tratta, a mio avviso, di una richiesta che denota una pericolosa deriva di una componente dell’Università italiana, volta a minare il fondamento di quello che dovrebbe essere il valore che chi lavora e vive l’università dovrebbe avere più di tutto a cuore: la tutela della libertà accademica. Tale libertà presuppone una concezione dell’Università come luogo plurale che garantisce la libera espressione di posizioni diverse, anche sui temi più divisivi, che favorisce l’incontro di punti di vista diversi e che insegna agli studenti il valore del pluralismo e del dialogo.  L’università come spazio di libertà: è quello che a lezione dico sempre ai miei studenti per spronarli ad entrare nella realtà, senza timore, ognuno con la propria storia, con il proprio giudizio, con il proprio punto di vista, ma al contempo pronti ad ascoltare e a dialogare con l’altro. Ecco perché è inspiegabile per me che la richiesta di cessare gli accordi con le università israeliane venga proprio da chi partecipa della vita universitaria.

nelle ultime manifestazioni Propal è stato rilanciato il BDS (Boycott, Disinvestment Sanctions) contro Israele

Qual è la posizione della CRUI, la conferenza che riunisce i rettori delle università italiane, al riguardo?

La posizione della CRUI credo sia la più ragionevole possibile: in un comunicato del 19 ottobre la CRUI ha manifestato vicinanza agli studenti, ai colleghi docenti e al personale tecnico e amministrativo coinvolti nelle aree di crisi e ha ribadito come le Università siano “per la loro stessa natura, luogo di incontro e dialogo fra le culture nonché di sviluppo di pensiero critico e razionale, strumenti ai quali guardare per ogni costruzione di pace”. Credo che sia una posizione assolutamente equilibrata e condivisibile.

Lei è referente di alcuni accordi di collaborazione con università straniere per l’Università statale di Milano. Al momento la sua università ha iniziative scientifiche in collaborazione con atenei israeliani? E con atenei palestinesi?

Reichmann University e Statale di Milano hanno accordi di collaborazione

Più esattamente, sono referente all’internazionalizzazione del Dipartimento di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale e, come diceva, sono referente di alcuni accordi di collaborazione con università straniere. In particolare sono la referente dell’accordo con la Reichman University, che ho promosso proprio alla luce delle collaborazioni con i colleghi israeliani. Si tratta di un accordo di mobilità sia in entrata che in uscita per studenti e docenti e di collaborazione scientifica. Purtroppo anche nel mio ateneo è stata avanzata la richiesta di sospensione di tale accordo. Non credo che questa richiesta possa essere accolta, anche perché se così fosse si tratterebbe di una gravissima violazione della libertà accademica. Non ho contezza, invece, di accordi con atenei palestinesi, almeno per quanto riguarda l’area di Giurisprudenza.

A suo avviso c’è il rischio che la richiesta di boicottaggio possa saldarsi, seppure involontariamente, con le manifestazioni e i cortei di queste settimane, in cui sono stati ascoltati chiari slogan antisemiti?

Università Statale di Milano, ieri

Le richieste di boicottaggio degli atenei israeliani, sebbene non ascrivibili a forme di antisemitismo, credo possano però offrire un terreno fertile e basi per fomentare forme più radicali di contestazione e di espressione di ostilità, anche perché queste richieste vengono da una parte della comunità universitaria che, ancorché minoritaria, gode di una certa autorevolezza.

l’appello al boicottaggio è stato firmato da circa 4.100 docenti

L’iniziativa di boicottare i colleghi israeliani perché non si condividono le scelte dello Stato ebraico da anni è sostenuta da alcuni atenei anglosassoni. Da ultimo, la richiesta di boicottaggio si è diffusa anche in molti atenei americani. Come spiega questo tentativo perseguito dalla comunità scientifica, che dovrebbe contraddistinsi per l’apertura e il dialogo? 

Per me rimane una richiesta incomprensibile. Per altro se si prende questa direzione, volta cioè a sanzionare intere comunità di studiosi indiscriminatamente alla luce della condotta dei rispettivi governi, occorrerebbe mettere in discussione tutti gli accordi con istituzioni operanti in paesi che non rispondono a standard di tutela dei diritti umani o che hanno governi non pienamente democratici. Siamo pronti a denunciare gli accordi con la Cina? O perché no, quelli con gli Stati Uniti, visto che molti Stati applicano la pena di morte! Io ritengo che le Università non debbano entrare nell’agone politico, ma debbano rispettare il principio della “neutralità istituzionale”, unica condizione che garantisca la natura libera dell’Università e di tutte le sue componenti. Credo inoltre che, oggi più che mai, la comunità accademica israeliana – come tutte le comunità accademiche che soffrono in contesti di conflitti armati o di derive autocratiche dei rispettivi governi – meriti di essere sostenuta, non certo abbandonata e ostracizzata, come pare vorrebbero i fautori del boicottaggio delle Università israeliane.

Un’ultima domanda. Dalla sua esperienza che idea si è fatta della comunità accademica israeliana? Il corpo dei docenti è schiarato politicamente in modo univoco? C’è libertà di opinione e di dissenso al suo interno?

La Statale di Milano

La comunità accademica israeliana, con la quale ho il piacere di collaborare, rappresenta un contesto estremamente plurale, aperto al dibattito, agli scambi internazionali, luogo di pensiero critico e non certo indottrinato. Collaboro con colleghe e colleghi attivi nell’ambito del diritto costituzionale comparato e della tutela dei diritti umani e ho avuto modo di apprezzare le diverse sensibilità non solo giuridiche, ma anche politiche, sempre espresse con grande rispetto ed equilibrio. Insieme ad alcuni colleghi avevamo organizzato un seminario per discutere della controversa riforma della giustizia previsto per il 10 ottobre scorso, che però abbiamo deciso di rinviare.  Avremmo anche dovuto tenere un convegno il 17-18 di dicembre a Tel Aviv sul tema della “costituzione vitruviana” cioè la “costituzione perfetta”, anche questo rinviato a data da destinarsi. Alcuni dei colleghi con cui collaboro sono state tra le voci più contrarie al governo in carica e ancora più oggi sono impegnati in riflessioni critiche in punta di diritto: per me questi colleghi – e ho in mente volti precisi – sono la più autentica espressione di libertà accademica e non posso che desiderare, per me e i miei studenti e anche per i miei colleghi che vorrebbero isolarli, un continuo dialogo con loro.

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Una risposta

  1. Nelle università occidentali viene insegnato ai giovani il conflitto e non il confronto. Inoltre è inutile fare tanti giri di parole, sotto queste richieste di boicottaggio è Chiara la marca antisemita, se così non fosse, i cari accademici per un minimo di coerenza dovrebbero boicottare le università di mezzo mondo. Suscitano solo vergogna e disgusto

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