L’attentato alla Sinagoga? Qualcosa è sfuggito di mano

Paolo Guzzanti, giornalista ed ex parlamentare, racconta a Riflessi gli anni del terrorismo, la patente di impunità concessa a Gheddafi (e all’Olp), e alcuni dei tanti punti oscuri nella stagione delle stragi

Onorevole Guzzanti, cosa c’è di effettivamente nuovo nel pezzo pubblicato da “Il Riformista”?

Paolo Guzzanti, giornalsita, è stato parlamentare per Forza Italia e il Popolo delle libertà dal 2001 al 2013

Sta semplicemente succedendo che stanno emergendo carte inedite. Non credo che ci sia un disegno, se è quello che pensa; semplicemente, può accadere che, se qualcuno cerca, le carte escono. Sebbene, è anche vero che quando escono le carte, è perché si desidera farle uscire.

Che Italia era quella di allora?

Io professionalmente [come giornalista, n.d.r.] ho vissuto quella vicenda, come quella di poco successiva dell’Achille Lauro. Bisogna capire che c’era un clima, alimentato dal lodo Moro, che influenzava quella stagione. Era come se ci fosse una specie di licenza di uccidere sotto gli occhi della polizia e del ministero degli Interni. In Italia avveniva un mercato: c’erano spie di tutti i tipi, c’era il terrorismo interno, e poi c’era quello internazionale, molto del quale alimentato da i palestinesi.

E i nostri apparati di sicurezza?

Arafat interviene alla Camera dei deputati nel 1982, poche settimane prima dell’attentato al Tempio (foto: Fondazione Gramsci)

Il Sisde [Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica] che si occupava della sicurezza interna del paese, era diviso tra il generale Maletti, di area socialista, e il Generale Miceli, più vicino al MSI. Miceli, in particolare, era filo arabo. Era il Sisde che esaminava di continuo le informazioni che arrivavano sulla sicurezza interna, compresi gli elenchi delle formazioni terroristiche che operavano in Italia.

Come operava la nostra intelligence, e come “dialogava” con gli altri servizi segreti?

Tutte le intelligence che operavano in Italia erano in qualche modo in contatto, o comunque c’era la possibilità di aprire dei canali di comunicazione.  Per quanto riguarda le operazioni realizzate, possiamo dire che ci fosse “un galateo” nel compiere certi atti. Un galateo nato dal c.d. lodo Moro – che la famiglia ha sempre respinto, ma che secondo me esisteva – che in qualche modo lo disciplinava. Quello dell’attacco alla sinagoga del 1982 però non rientrò affatto nel lodo Moro.

Come si spiega, allora?

La strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980)

Anche di questo mi sono poi occupato, in veste di parlamentare, come presidente della commissione Mitrokhin. Bisogna prima sapere che il golpe di Gheddafi, che nel 1970 cominciò a governare la Libia, fu realizzato grazie al Sid italiano [Servizio informazioni difesa, nel 1977 diviso in Sisde e Sismi, n.d.r.] Il Sid lasciò anche che fossero eliminati tutti i dissidenti libici rifugiati in Italia, per cui ci fu una caccia all’uomo autorizzata, con il silenzio di quasi tutte la magistratura, tranne alcune eccezioni, come Mastelloni a Venezia.

Perché questo tacito consenso da parte dello Stato italiano?

In realtà le spie ci sono anche oggi: in Italia operano spie cinesi, americane, francesi, inglesi, russe. Anche i nostri servizi naturalmente hanno antenne molto attente. Per tornare a quegli anni, la mia idea era che l’Italia fosse una specie di provincia libica. Naturalmente noi avevamo un vantaggio: pensi solo all’ENI, che faceva grandi affari nel mondo arabo. Ora, credo che Gheddafi avesse fatto accordi con l’Olp, cosicché l’impunità della sua azione fu estesa anche ai palestinesi. Ne parlai, per caso, l’ultima notte che Arafat passò Roma, prima che scomparve nel suo bunker e poi morisse. Era all’hotel Excelsior, in condizione fisiche pietose. Lui naturalmente negò tutto.

Il relitto del Dc9 Itavia, precipatato sul mare di Ustica il 27 giugno 1980

È in questo clima che dunque va collocato l’attentato alla sinagoga di Roma?

Certo. Questa storia, circa la mancata protezione alla sinagoga, combacia con quello che già si sapeva. Va anche ricordato che il terrorismo palestinese aveva contatti con le Brigate rosse italiane, e che l’attentato del 1982 si inserisce in una scia, che vedrà per esempio anche la strage dell’aeroporto di Fiumicino, del 1985. Le varie fazioni terroristiche palestinesi regolavano i loro conti interni in Italia; erano tutti atti tollerati. Poi, però, ci fu un salto: vennero colpiti gli ebrei italiani.

Possiamo dire allora di essere alla vigilia della verità su quel giorno?

Questo non succede mai, in realtà. D’altra parte quella stagione è chiusa, oggi non c’è più una guerra palestinese sul suolo italiano, che per me fu causa della sciagura del 1980, cioè di Ustica e della stazione di Bologna. Io infatti credo, come Zamberletti, che quella di Bologna non fu una strage fascista, ma che anche lì ci fu la mano palestinese. George Habash agiva contro Forza 17, il braccio armato di Arafat, ed entrambe le fazioni agivano con libertà impunita, pensando che tutto fosse loro concesso.

il dirottamento dell’Achille Lauro avvenne il 7 ottobre 1985

Cosa pensa di quanto dichiarato anni dopo dal presidente Cossiga, che gli ebrei italiani erano stati venduti?

Il presidente Cossiga era a volte un po’ teatrale, faceva dichiarazioni ad effetto, non sempre l’ho trovato molto informato sui fatti; era certo un conoscitore dell’intelligence, ma non molto addentro. Però in questo caso aveva perfettamente ragione. Venduti nel senso che fu lasciata mano libera al terrorismo, che niente fu fatto per impedirlo. In questo senso, c’è stata una responsabilità diretta dei nostri servizi segreti.

Possiamo dire che ci fu la consapevolezza di quanto stava per accadere?

Probabilmente no; direi che ci fu disattenzione. Vede, a quel tempo c’era un fiume di informazioni, che semplicemente non veniva tutto valutato; molto finiva lasciato nel cestino. Si lasciava fare, in cambio di vantaggi petroliferi non indifferenti. Quindi, probabilmente no, non ci fu la volontà di favorire l’attentato. Semplicemente allo Stato non glie ne fregava niente.

Paolo Guzzanti con Francesco Cossiga

Un’ultima domanda: come vede la situazione internazionale, oggi?

Guardi, sono discretamente preoccupato. Oggi ci sono molti fronti aperti, in Asia, in Medio Oriente, ma anche a Est dell’Europa, come tra Russia e Ucraina. Insomma, c’è molta “più carne al fuoco” del 1938-39, quando ne uscì fuori una guerra. Oggi però non c’è alcuna percezione. La mia generazione è vissuta nell’orrore di una guerra nucleare, oggi vedo c’è molta sottovalutazione, trovo che il paese sia totalmente ovattato e anestetizzato, tenuto fuori dall’informazione; cosa vuole, la politica estera da noi non fa audience.

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2 risposte

  1. Questa intervista ad un autorevole coraggioso giornalista ( non a caso) di area Forza Italia va’ presa sul serio…
    In molti sensi.
    Il fondatore di Forza Italia è criticabile ma in chiave atlantica e europea meno peggio di altri….
    I fatti sono, come dice anche Guzzanti,
    che la grande impresa italiana a controllo statale che si occupa di energia negli anni Settanta Ottanta Novanta etc influenzava la politica estera e la politica di sicurezza …operava in chiave “personale” e si giovava dei sommovimenti internazionali per trarre vantaggi … La strage di Bologna ha avuto presenze non solo e non tanto fasciste …
    Pericoloso per una auspicata democrazia liberale che in Italia 🇮🇹 non è realmente affermata lasciare al vertice politico personaggi figli o nipoti di questa pessima stagione …

  2. Per “interessi personali” intendo la politica di potere specifico del gruppo …
    Non nel senso di interessi personali dei vertici

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