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Shavu’ot, festa per il rinnovo dell’alleanza

I midrashim sono spesso fonti preziose per aiutarci a comprendere il significato più profondo delle feste; come ci spiega Massimo Giuliani, anche nel caso di Shavuot

L’alleanza stipulata tra Qadosh Baruch Hu e tutto il popolo dei figli e delle figlie di Israele segna, secondo tutti i chakhamim, l’apice dell’esperienza diretta con il Divino che quel popolo fece dopo l’uscita dall’Egitto. Il matan Torà, ossia il dono della Legge, divenne così il suggello di quell’alleanza, impegnativa per entrambi in partners, il divino e l’umano.

Da parte del popolo l’impegno fu sancito con il solenne “Tutto ciò che il Signore ha detto, lo eseguiremo e lo ascolteremo”: na‘asè we-nishma‘ (Shemot/Esodo 24,7). Si tratta di due verbi al plurale e al futuro. Che significa? Che in quel momento i presenti ebbero l’ardire di coinvolgere anche tutte le future generazioni. Ai piedi del Sinài, al momento della promulgazione della Legge divina, la realtà di popolo ebraico si allargò da una dimensione meramente sincronica, ossia di chi c’era ed era presente, a una dimensione diacronica, ossia di chi non c’era, delle generazioni passate come delle generazioni future. Ecco il senso profondo della popolare espressione ‘am Israel chai – il popolo di Israele vive – esso è vivente nel passato, nel presente e nel futuro. Al Sinài l’alleanza fu intergenerazionale. Da sempre i midrashim e i commenti dei maestri hanno sottolineato questa solidarietà tra generazioni ebraiche nel farsi carico dell’alleanza, concretamente della trasmissione sia della Torà sia dell’identità ebraica che ne deriva.

Un midrash immagina Iddio benedetto ancora esitante nel dare la Torà a Israele alla stipula del patto; avrebbe perciò chiesto ai presenti di portarGli dei mallevadori, a garanzia che il popolo avrebbe osservato le leggi divine. Israele ribattè: “Sovrano del mondo! I nostri padri, i patriarchi, sono garanti per noi”. Rispose l’Eterno: “I vostri avi sono miei debitori e pertanto non valgono come garanti… Dunque portatemi dei garanti che siano validi e io vi darà la Torà”. “I nostri profeti ci faranno da garanti” disse Israele. “Ho qualcosa da ridire sui profeti… Portatemi dei buoni mallevadori e Io vi darò la Torà”. E Israele disse: “Ecco, i nostri figli saranno i garanti! Allora Iddio rispose: “Adesso va bene. I vostri figli sono buoni garanti e il miglior pegno della mia Torà”.

Fu così che il popolo portò ai piedi del Sinài le mogli con gli infanti al petto e quelle gravide i cui corpi l’Eterno rese trasparenti come vetro. Poi Iddio si rivolse a tutti i più piccoli con queste parole: “Ecco, sto per dare la Torà ai vostri padri. Siete disposti a impegnarvi perché la osservino?”. Ed essi risposero: “Sì”. Il Signore aggiunse: “Sono Io il Signore vostro Iddio? [Shemot/Es 20,2]”. “Sì” risposero gli infanti. “Non avrete altri dèi oltre a me? [Ivi 20,3]” chiese. “No” risposero. Anche i bambini nel ventre delle loro madri risposero a ogni comandamento positivo con un ‘sì’ e con un ‘no’ a ogni divieto. L’Eterno diede dunque la Torà a Israele sulla base della fidejussione dei suoi bambini, infanti o non ancora nati (citato dalla versione di Louis Ginzberg).

Logica paradossale e spiazzante: sono i minorenni (addirittura i non ancora nati) a garantire per i loro genitori, non viceversa! Difficile trovare un midrash più esplicito sul legame intrinsecamente teologico che lega una generazione ebraica alle precedenti e a quelle che seguiranno, perché questo legame è fondato sul matan Torà. Concretamente questa solidarietà significa che ogni generazione ha le sue precise responsabilità nel portare avanti la storia dell’alleanza. Già nella narrazione biblica ciò è chiaro: Mosè conduce Israele fuori dall’Egitto e ne sopporta (con Aronne e Miriam) i lamenti nel deserto, ma non lo introdurrà nella terra del giuramento fatto ai patriarchi; quel compito toccherà a Giosuè e a una nuova generazione. Il re Davide porterà l’arca santa nella città di Gerusalemme ma non gli sarà consentito di costruire il Tempio; toccherà a suo figlio Salomone e una nuova classe di leviti costruire la casa del Signore.

Qualcuno può obiettare: l’impegno dei due verbi, faremo e ascolteremo, vale solo al futuro, non al passato. Una significativa risposta la troviamo in una fonte ebraica extra-canonica, il Libro dei giubilei, scritto in ebraico nel II secolo a.e.c. ma giunto a noi interamente solo nella lingua copta. Si tratta di una rilettura di Bereshit/Genesi. Vi leggiamo che la festa di Shavu‘ot fu celebrata in Cielo dai giorni della creazione del mondo fino ai giorni di Noè e dei suoi figli; fu poi obliata… ma Abramo la restaurò, la osservò e venne osservata poi da Isacco, da Giacobbe e dai suoi figli; cadde di nuovo in oblio, fino a che i figli e le figlie di Israele la rinnovarono definitivamente ai piedi del Sinài, e da allora nessuna generazione la trascurò più. Certo, si tratta di un’aggadà e tuttavia, come il midrash, attesta e insegna una fedeltà transgenerazionale, che unisce addirittura Noè ai patriarchi, e Mosè a ogni generazione ebraica, fino a noi: Moshè qibbel Torà miSinài (Pirqè avot I,1). Il matan Torà continua ad essere ‘ricevuto’ ogni volta che una coppia di ebrei mette al mondo figli e figlie e li educa ripetendo l’impegno: na‘asè we-nishma‘.

 

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