Il cacciatore di nazisti

Da Marzabotto a S. Anna di Stazzema, Marco De Paolis per anni ha tenacemente cercato i responsabili delle stragi naziste, ottenendo decine di condanne: a Riflessi rivela successi, difficoltà e qualche amarezza della sua carriera

Palazzo Cesi

Palazzo Cesi è incastonato in un piccolo slargo nascosto tra la Corte di Cassazione, appena oltre Tevere, piazza Navona e Palazzo Madama; è in questo edificio del ‘500 che risiedono gli uffici della giustizia militare, tra cui la procura generale, guidata dal 2018 da Marco De Paolis.

De Paolis, 61 anni, romano, impersona il modello di civil servant che ogni cittadino ha in testa: discreto, riflessivo, moderato nella forma quanto deciso nell’azione: è grazie alla sua tenacia, infatti, che l’Italia è riuscita a istruire decine di processi contro i militari tedeschi accusati di crimini nazisti durante l’ultima guerra, e a ottenerne la condanna. Anche la Germania, con l’onorificenza al merito assegnata lo scorso maggio, ha riconosciuto a De Paolis l’impegno straordinario a fare chiarezza in uno dei periodi più tragici della guerra.*

Dott. De Paolis, può descriverci in breve come sono nati i suoi processi contro i criminali nazisti?

Nel 1994 venne rinvenuto presso i locali della procura generale militare un armadio con le ante rivolte verso il muro, contenente centinaia di fascicoli aperti nel dopo guerra per le stragi naziste compiute soprattutto lungo la linea Gotica, che però non si erano mai tradotti in indagini, né tantomeno in processi: si tratta di quello che la stampa ribattezzò subito come “armadio della vergona”. A quell’epoca io ero Giudice per le indagini preliminari presso il tribunale militare di La Spezia; quando, nel 2002, passai alla procura, “ereditai” buona parte di quelle carte – La Spezia era infatti competente per le stragi compiute tra Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e Marche – e con mia sorpresa mi accorsi che i quasi 700 fascicoli ritrovati avevano prodotto solo 5 processi in tutta Italia, con 3 condanne e 2 assoluzioni. A Roma, per esempio, c’era stato il processo a Priebke – il cui fascicolo però non faceva parte di quelli “dimenticati” –, ma poi stranamente nient’altro. Allora, per quanto di mia competenza, cominciai ad avviare le indagini, che si sono tradotte, tra il 2003 e il 2013, in 17 processi, 80 rinvii a giudizio e 57 condanne.

Quali sono le difficoltà di processi che si svolgono a distanza di oltre mezzo secolo?

soldati nazisti fucilano civili a S. Anna di Stazzema

Innanzitutto c’è la complessità dei fatti da accertare, perché si tratta spesso di stragi compiute a danno di decine o centinaia di civili, come quelle di Marzabotto, o di Sant’Anna di Stazzema. Poi c’è la scarsità delle prove testimoniali, perché i testimoni sopravvissuti sono pochi, e anche la loro memoria risente del tempo. A ciò si aggiunge la difficoltà di ricostruire alcuni aspetti tecnici delle vicende indagate, come ad esempio l’esatta composizione dei reparti militari e delle linee di comando, essenziale per individuare le responsabilità degli autori delle stragi. Tuttavia le tracce lasciate sono per fortuna numerose, e alla fine si è potuta accertare con sufficiente chiarezza la responsabilità di molti eccidi compiuti in Italia tra il 1943 e il 1945. In questa ricerca, ho ricevuto spesso il sostegno di associazioni dei familiari delle vittime, degli enti locali interessati e delle autorità giudiziarie tedesche.

E da parte delle nostre istituzioni?

(leggi la risposta a pag. 2)

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