Italia e Israele sono in cerca dell’equilibrio perduto

Gabriele Segre, direttore della Segre Foundation, analizza le dinamiche politiche nei due paesi che si preparano a rinnovare i loro parlamenti

Gabriele, cominciamo da te. Sei il direttore della Fondazione “Vittorio Dan Segre”. Ci puoi descrivere di che si occupa la Fondazione?

Gabriele Segre, direttore della “Segre Foundation”, è nipote di Vittorio Dan Segre

Si tratta di un osservatorio permanente, un “think thank” sul tema della convivenza e dell’identità. La domanda base per le nostre analisi politiche e culturali è questa: come è possibile promuovere la cultura della convivenza tra identità diverse? Provando ad articolarla ancora, potremo aggiungere: è possibile condividere, in una condizione di mutuo rispetto, una pari dignità, nostra e altrui, senza per questo rinunciare a ciò che siamo? Rispettare l’altro senza rinunciare ai nostri sostrati identitari? Ecco, da queste domande scaturiscono le nostre analisi e proposte di carattere culturale, politico e istituzionale, nonché su come sia possibile promuovere una partecipazione nella progettazione della realtà e nei diversi sistemi politici; Israele e Italia compresi.

Italia e Israele sono due paesi, almeno sul piano politico, per molti versi simili, con una forte instabilità, entrambi chiamati al voto a breve.

In generale, il tema fondamentale in entrambi i paesi ha a che fare con il nodo di tutte le democrazie di oggi, come ad esempio gli Stati Uniti e le nazioni liberali europee. Ossia: qual è il migliore equilibrio tra quella che noi della Fondazione chiamiamo “ragion di Stato” e “ragion politica”?

il logo della Segre Foundation

Direi di cominciare dando una definizione.

Per “ragion di Stato” intendo tutto ciò che determina e tutela l’interesse nazionale, al di là delle prospettive specifiche. Per “ragion politica”, intendo invece lo sguardo parziale – beninteso totalmente legittimo – di chi tenta di costruire una progettualità solo su alcuni valori e principi specifici, più delimitati e identitari. Queste due ragioni sono entrambe legittime, ma non coincidono, sono in costante equilibrio e dialogo. Se prevale la prima, il sistema sarà stabile, più ordinato, ma mancherà di valori, principi e progetti forti; se prevale la ragion politica, è difficile che si realizzi un sistema di convivenza, perché una ragione tenderà a farsi assoluta e a dominare le altre.

Nella pratica, questo rapporto tra ragion di Stato e ragion politica, tra collettività e identità, oggi è in disequilibrio?

Stiamo osservando, sia nelle elezioni italiane che in quelle israeliane, una sfida tra tutti gli attori politici che li impegna in un doppio ruolo. Da un lato devono dimostrare di possedere una propria chiara identità (la loro ragion politica), dall’altro devono anche dimostrare di possedere un’idea più generale di convivenza, ossia una ragion di Stato. Nelle dinamiche politiche tutto ciò e difficile, e si oscilla tra un polo e l’altro. In altri termini: c’è chi si presenta come paladino della ragion di stato (e dunque: competenza, professionalità, affidabilità), e chi punta tutto sulla propria ragion politica.

Perché oggi questo contrasto è così forte?

Giorgia Meloni, in un suo comizio in Spagna

Possiamo forse individuare una rottura dell’equilibrio con la fine della guerra fredda, perlomeno nei sistemi occidentali.

Perché?

Nel momento in cui finisce il confronto fra le democrazie liberali (l’Occidente) e il modello sovietico (il mondo del socialismo reale), le ideologie politiche – o meglio: le culture politiche, cioè l’insieme di valori e dei principi che definiscono una comunità, con un progetto e una visione – sono state derubricate. In altre parole, non era più una priorità possedere una “visione del mondo”, perché c’erano nuovi schemi e valori, come efficienza, efficacia, competenza, onestà.

E non sono valori?

Enrico Letta in campagna elettorale

Certo, lo sono, ma soprattutto sono strumenti e mezzi, non obiettivi, per realizzare meglio una visione di società. Invece c’è stata confusione, si è scambiato il mezzo per il fine e questo ha determinato una mancanza di radicamento. I partiti hanno perso una cultura politica chiara, di riferimento. Oggi le forze politiche o cercano un nuovo radicamento identitario, e quindi abbandonano la ragion di Stato nel tentativo di distinguersi, oppure si affidano solo a quest’ultima, perdendo così un’identità politica chiara.

Potremo dire che la destra punta all’identità, cioè alla ragion politica, e che la sinistra si riconosce nell’efficienza e nella responsabilità, cioè nella ragion di Stato?

Carlo Calenda nella campagna per il sindaco di Roma

È una lettura parziale. In Italia ci sono diverse forze politiche che, sia a destra che a sinistra, rispondono in modo diverso alla domanda su come governare. Pensa al M5S, che ora si colloca sul fronte progressista, ma che ha fatto sempre prevalere politiche identitarie. E pensa, nel centro destra, a tutte quelle forze moderate e centriste in cui prevale la ragion di Stato. E tuttavia, anche qui: la stessa Meloni, nel momento in cui pensa di poter governare il paese, si orienta verso la ragion di Stato: sui conti pubblici, sulla guerra in Ucraina. Direi allora che, in diversi momenti, a seconda del contesto, le forze politiche rispondono a sollecitazioni diverse e si orientano più sul lato della ragion di Stato o su quella politica. La chiave però è questa: rispondono a uno stimolo, ma non agiscono per convinzione.

In Italia è stato sollevato il pericolo per la democrazia se dovesse vincere la destra. Sei d’accordo?

Giuseppe Conte

Io penso questo: la forza della democrazia è proprio la capacità di costruire i suoi anticorpi rispetto a sé stessa, e non nella chiusura e nel respingimento di chi le si oppone. Io non credo che chi si dichiara postfascista mini la cultura e le istituzioni democratiche. La democrazia è forte tanto più se è in grado di creare anticorpi: non deve isolare o espellere le minacce presunte e reali, non deve agire per la demonizzazione di quelle forze, ma deve renderle parte del dibattito democratico. Nel momento in cui la democrazia si ritiene in pericolo, smette di fare quel lavoro di inclusione delle forze antagoniste attraverso il dialogo, che è invece il suo carattere più forte; diventa così una ideologia debole.

Eppure, c’è il rischio di “far entrare” chi vuole attaccare il sistema democratico.

abitanti di Tel Aviv attendono la risoluzione della Nazioni Unite nel novembre 1947

Voglio essere chiaro: la democrazia certo può mettere dei limiti. Direi che un limite è quello di non tollerare la violenza sociale. Ma la questione non è quali siano i limiti, piuttosto di che tipo. Se il limite è posto sulla base di una paura, secondo me quella è una scelta sbagliata. Dobbiamo avere più fiducia nella democrazia, dobbiamo credere nel dialogo, nel prevalere delle ragioni della democrazia su chi non è democratico. Dobbiamo promuovere il dialogo anche con chi si definisce antidemocratico.

Ti faccio un’altra obiezione: la nostra Costituzione mette dei limiti precisi a questo dialogo: vieta un nuovo partito fascista, e vieta di mettere in discussione la forma repubblicana.

In democrazia nessuna regola e nessun diritto è definitivo. Anche qui, non mi fraintendere: non metto in nessun dubbio la legittimità delle norme che vietano la ricostituzione del partito fascista o l’impossibilità di cambiare la forma repubblicana. Dico che tali norme vanno costantemente messe alla prova nella vivacità nel dibattito. Siamo contro il fascismo non perché lo dice la Costituzione, ma perché crediamo negli argomenti proposti dalla democrazia!

Veniamo a Israele: com’è la situazione?

A Tel Aviv si festeggia la nascita dello Stato ebraico (Foto AFP/Getty Images)

Anche qui c’è una forte contrapposizione tra ragioni diverse, che minano la società. Storicamente, c’è sempre stata la parte socialista e quella “religiosa”: la prima immaginava e realizzava un progetto di società condiviso, la seconda esprimeva la capacità unica di mettere al centro un modello di riflessione critica. Nota che lo stampo unico dell’ebraismo è di applicare il principio del dubbio anche nella comprensione profonda delle sue verità, ed è la ragione per cui l’ebraismo è la religione del confronto e non della fede.

E oggi?

Nel momento in cui queste due culture politiche si sono risolte – il socialismo è stato soppiantato dalla cultura dell’individualismo, con le pratiche neoliberiste degli ultimi vent’anni, e il pensiero religioso si è cristallizzato in interessi politici della religione, attraverso un dogmatismo che ha creato un’agenda politica ideologica – l’equilibrio si è rotto. Oggi Israele si trova in balia della mancanza di cultura politica. L’individualità dominante non crea più un immaginario collettivo, mentre il dogmatismo religioso ha fatto perdere la costante capacità evolutiva della società.

Infine che prospettiva vedi dopo il voto?

in Israele si voterà il prossimo novembre

Per le ragioni che ho detto – la mancanza, in ogni forza politica, o almeno in quelle che lottano per vincere, di cultura politica –  mi pare che continueremo a sentirci sempre più smarriti rispetto alla domanda iniziale: come trovare un equilibrio tra convivenza e identità? Se non si riconosce la dignità nelle ragioni dell’altro, vedo maggiori rischi per la democrazia. L’ideologizzazione dei principi democratici, accolti acriticamente, senza vera comprensione, fa male della democrazia.

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