Un’ora di certezze contro la confusione del mondo

Perchè Shtisel continua a essere una serie ne di successo?

Quello che tiene aggrappati come una dipendenza psicologica a SHTISEL, la bellissima serie israeliana trasmessa da Netflix sulla vita di una famiglia in una comunità di haredim, è forse la curiosità di conoscere un mondo ai più sconosciuto e per molti non ebrei addirittura sorprendente, avendo sempre pensato che il radicalismo religioso fosse esclusività di altri monoteismi.

A coinvolgere così tanto a questa vicenda potrebbe essere la paradossale tranquillità che si intravede in un sistema di regole così minuziose da lasciare alla scelta individuale pochi margini di azione. Una condizione quasi rassicurante per quanti vivono la fatica delle scelte quotidiane, del compromesso fra ragione e sentimenti o fra laicismo e religiosità, fra affetti e individualismo.

Una vita segnata dal destino, in cui tutto è già scritto in questo modo così radicale la si rifugge. Tuttavia in un tempo di così profonda confusione, durante una pandemia che fa rasentare la follia e ci interroga sulla vita e su chi ne detta inizio e fine questa condizione accarezza l‘inconscio, quasi rassicura, affascina farne parte per un’ora avendo la certezza di poterne uscire quando si vuole senza i danni collaterali di chi è costretto a farlo nella realtà.

Dov Glickman

SHTISEL non è angosciante, non dà, come altre serie sui religiosi ebrei, quel senso di oppressione. Forse, e questa può essere invece la chiave di interpretazione del successo delle tre stagioni tv, a dominare l’anima del telespettatore è la tenerezza. Quella che traspare dalla prima inquadratura attraverso lo sguardo di Michael Aloni, il sensibile Akiva Shtisel alla ricerca della sua arte e della conciliazione tra questa e l’ortodossia, vivo nella contemplazione del suo amore assoluto.

La tenerezza di suo padre Shulem, il bravissimo Dov Glickman quando ricorda la moglie, quando pensa costantemente al cibo, quando impreca in yiddish o prega con il suo desiderio di raggiungere quella saggezza che sarebbe necessaria a controllare le variabili indipendenti che sconvolgono la vita, anche quelle protette dall’osservanza più stretta dei precetti.

La tenerezza di Ruchama e Hanina nel portare avanti il loro amore indissolubile che supera e va oltre il dettame religioso fino a far vacillare la fede, oltrepassa le convenzioni e le convinzioni più ramificate, perché il desiderio della vita, di difenderla, di generarla è probabilmente la ragione di tutto, la vera fede. Il resto è una affascinante sceneggiatura, una serie di personaggi indimenticabili, divertenti come la sensale di marimoni, che arrivano sulla scena al momento giusto in un equilibrio tra storie personali e corali che scorre fluido.

E’ una gran bella storia di famiglie, di vissuto quotidiano, di speranze e delusioni, di ricerca della felicità e anche del timore di trovarla e saperla poi gestire. Una storia come tante altre che ci avvicina ad un mondo diverso in modo naturale, perché ognuno è diverso dagli altri ed ha una storia allegra o triste da farci conoscere.

Parafrasando Isabel Allende: non c’è nulla di più coinvolgente di una storia ben raccontata.

Leggi anche: la recensione di Carlo Shalom Hintermann

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Una risposta

  1. La storia di Akiva e Rakeli, potrebbe essere una storia jiddish sullo stile di quelle narrate mirabilmente da Singernei suoi romanzi….

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