Il nome per dire “eleganza”?  Bruno Piattelli

Bruno Piattelli è uno stilista che ha vestito le migliori attrici e i migliori attori italiani, simbolo di eleganza e made in italy in tutto il mondo.

Bruno Piattelli, il suo nome è sinonimo di eleganza, successo e made in Italy. Senza poter ripercorrere in poche parole la sua incredibile carriera di artigiano e stilista, che ha vestito attori (per restare solo agli italiani) come Mastroianni, Nino Manfredi, Virna Lisi, Gina Lollobrigida, Alberto Sordi, Gian Maria Volonté, può raccontarci uno dei segreti della sua carriera?
Le carriere, tutte, si costituiscono per forza naturale e per la volontà/desiderio della direzione che ciascuno riesce a dare al tema che ritiene di controllare. Senza mai dimenticare il “caso “che tutto produce. Non esistono segreti, o almeno a me non risulta. Se l’attività che ti si prospetta ti piace già sei a metà dell’opera perché lavorare con piacere e soddisfazione decuplica lo spirito della spinta a creare e a svolgere. Alla fine degli anni quaranta la mia generazione nasceva in contemporanea con il mondo che usciva dalla guerra; Hollywood si era trasferita a Roma perché produrre qui costava meno, e fummo capaci di accogliere questi affabulatori della pellicola che, innamorati della Città e sedotti dalla nostra accoglienza ci ripagarono divenendo cassa di risonanza del nostro lavoro. Con pochi amici colleghi gettammo il dado e mandammo gli uomini in passerella. Lo scandalo produsse il boato dell’informazione e la Moda deve al Cinema il nodo del suo successo. Il Made in Italy deve alla Moda il suo, che ha sapore di uomo. Da allora lo scambio dell’attore che teneva ad essere vestito dalla firma e la firma che acquisiva sempre maggior fama dalla collaborazione artistica. Attrici, attori, registi, produttori sempre più convinti della necessità della nostra partecipazione alla loro attività, anche perché il mercato lo richiedeva, divennero nostri complici ed auspici. La serietà e l’assoluta professionalità condizione primaria del successo ; l’analisi di un copione o del testo di una commedia , più spesso con i registi, il comprendere il filologismo artistico di questi modellatori dell’immagine e della parola ,nonché la tipologia psicologica oltre che antropometrica dell’interprete, assorbire il concetto della complessità dell’opera in costruzione non dimenticando le scenografie con i loro colori ; ecco non si pensi che a fare spettacolo basti cucire un abito. Naturale che la frequentazione producesse amicizie che, in pratica, sono durate tutta la vita.

Cos’è l’eleganza per lei?
tutt’altro che l’affettazione ,la costruzione , la pignoleria del dettaglio ; l’eleganza è “ comfort “, il sentirsi a proprio agio in qualsiasi situazione da affrontare ; certe le regole da rispettare ,ma oggi a citarle vieni imputato di sorpassatissimo , e non si vuole capire che si tratti solo di educazione ;andare a teatro in maniche di camicia o di pullover , quando c’ è ,è mancanza di rispetto verso il luogo che lo richiede in assoluto – altrimenti la civiltà crolla – ,verso gli attori o i professori d’orchestra ( che per rispetto al luogo, alla loro storia professionale e a te spettatore mettono il frac ); solo per il matrimonio si vedono larici tentativi di costume ad hoc. L’eleganza è comportamento, un polo, un pantalone, un mocassino, e un orologio possono farti essere più elegante che con il classico smoking. Se lo sei.

Com’è cambiata la moda nell’arco di tutti questi anni?
Di base, specie per quella maschile, salvo la lenta e definitiva scomparsa delle code della giacca, dalla fine dell’800, ben poco o nulla. Sì, il colletto amidato con le punte rovesciate e la cravatta alla Byron non si sono modificati ma cancellati; colletti flosci e spalancati e la cravatta, per far vedere che se ne dispone, nel taschino della giacca, anche questa volentieri sostituita da blouson di pelle o di maglia. Il vero nuovo del XX secolo è stato ed è il jeans; le elucubrazioni stilistiche lo hanno fatto arrivare all’Alta Moda con la presunzione di democratizzarla. Ma quella vera, puro artigianato di sartoria, rimane là, appunto Alta. Difficile da raggiungere. Oggi vanno fatte altre considerazioni. La comunicazione – spesso sotto questa parola onnivora si nasconde la pubblicità – porta all’esasperazione l’immagine, che deve sorprendere, meravigliare non importa se nella sostanza risponde o meno alla parte merceologica che si vuole vendere. Ed allora assistiamo a rappresentazioni tanto immaginifiche quanto d’improbabile apprezzamento commerciale.

Lei, seppure in modo “defilato”, è da sempre un componente della nostra comunità. Quel è il suo rapporto con l’ebraismo? Pensa che la sua cultura e le sue tradizioni familiari abbiano avuto influenza nella sua professione?
Non è certo questa l’occasione per dissertare su certi modi di interpretare la vita di una comunità. Forse il punto primo che mi sono posto e che mi pongo è proprio nell’oggetto della domanda: l’ebraismo è un argomento non è un problema; invece affiora sempre come tale a condizionare la vita dell’individuo che così non vive libero. Ma questa appunto può essere la premessa di una conversazione perché il ragionamento frutta alle parti solo quando se ne scambiano gli elementi. Ad evitare equivoci interpretativi: sono orgoglioso della famiglia da cui discendo e ho vissuto e lavorato tutta la vita provando a dare onore a mio padre per come mi ha insegnato a vivere, evidentemente nelle tradizioni familiari. Le mie idee religiose ne prescindono.

Nella sua vita lei ha viaggiato in tutto il mondo. Che rapporto ha con Israele?
Proprio l’aver viaggiato ha confermato il mio sentimento di cittadino del mondo. Di qualunque parallelo sia l’uomo ha sentimenti e logiche di vita identiche; ovunque ti puoi fermare ed assumere la realtà che se in quel luogo hai un amico quello è anche il tuo luogo. Non hai difficoltà a comprendere modi vita, tradizioni, cibo naturalmente; ci sono sempre analogie, alcune volte, a distanza di decine di migliaia di chilometri, delle identità di comportamenti. Israele è un elemento a sé. Per onestà di linguaggio parto handicappato perché ho un debole. Non amo e non credo negli assolutismi ma – sono romano e come tale un gradino più su tutto il mondo, accettino o no i terzi – ma Gerusalemme mi ha conquistato come nessun luogo al mondo. Questo debole non mi vieta di non essere d’accordo alcune volte sui comportamenti politici o sociali del Governo. E su questa visione laica e democratica si accendono in me, spesso e volentieri, divergenze sui comportamenti dei componenti della Comunità.

Come ha vissuto questi mesi di pandemia? Come vede il futuro del nostro paese?
Come tutti. Nell’attesa delle soluzioni dapprima medicali e seguendo il modo di comprendere, a fasi alterne, il comportamento della Società mondiale. Già perché non è sufficientemente detto e spiegato che il problema sia mondiale e solo mettendosi intorno a un tavolo tondo – case farmaceutiche in testa – si potrà uscirne. Ma, al solito, gli interessi economici predominano e tutto procede lentamente. Il nostro Paese va come gli altri; stavolta lo sento un po’ conscio del problema. La voglia – e il bisogno – di riprendersi è forte. Facciamoci gli auguri.

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Una risposta

  1. Bruno Piattelli.
    L’eleganza del Made in Italy e l’eleganza in tutti i sensi …
    👍
    Si è definito in questa intervista
    “ cittadino del mondo…” e
    fiero della storia della sua famiglia e ricordando sempre gli insegnamenti del padre…
    Un punto di vista certamente condiviso da molti ebrei.

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