Uno, tanti Giacomo Debenedetti. Qualche nota su Harlem di Luca Martera, essere un intellettuale sotto il fascismo e l’Italia che gli ebrei trovarono dopo la Shoah 

A causa della pandemia, si è potuta svolgere solo online la presentazione, promossa dall’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia, del saggio di Luca Martera Harlem. Il film più censurato di sempre (La nave di Teseo e Centro Sperimentale Cinematografico, 2021).

Il libro racconta la storia dell’omonimo film, opera della propaganda fascista uscito nelle sale nell’aprile del 1943, pochi mesi prima della caduta del fascismo e del successivo armistizio.

Il saggio di Martera è ricchissimo di descrizioni, aneddoti, digressioni che permettono di ricostruire il contesto di anni in cui il razzismo permeava l’intera società italiana. Uno degli aspetti toccati riguarda la posizione degli intellettuali sotto la dittatura (vedi in proposito I fantasmi del fascismo di Simon Levis Sullam), non solo perché un Michelangelo Antonioni e un Enzo Biagi recensirono positivamente Süss l’ebreo: il film Harlem fu un’operazione di regime, prodotta (da intellettuali) per promuovere il razzismo di stato, e la moltitudine di punti di vista offerti da Martera cerca di farci superare la visione di un mondo in bianco e nero per restituirci una realtà più verosimile, fatta di tante zone grigie che al pari di quelle esplorate da Primo Levi dovrebbero farci astenere da un giudizio morale.

Giacomo Debenedetti (1901 -1967)

Perché stupirsi quindi se tra gli sceneggiatori di Harlem ci fu Giacomo Debenedetti, che non poté firmare il lavoro perché nel 1942, proprio durante la sceneggiatura, una nuova legge gli impedì in quanto ebreo di lavorare nel campo dello spettacolo? Debenedetti partecipò “solo per lavorare…senza un impegno civile”, avrebbe detto anni dopo l’amico Sergio Amidei che lo coinvolse in questo e in altri lavori. E in realtà Debenedetti, altrove e in altro modo, posizione la prese: dopo la Liberazione di Roma scrisse Otto ebrei e poi 16 ottobre 1943, che chiamava con modestia ‘opuscolo’, e che fu definito da Montale una “drammatica cronaca del periodo della Resistenza”. Paragonato al romanzo storico La peste di Londra di Defoe e a La storia della colonna infame di Manzoni, è un analogo racconto dei soprusi perpetrati ai danni di una popolazione innocente – in questo caso gli ebrei deportati nella retata del 16 ottobre.

Come Manzoni aveva studiato il Seicento per indagare il malgoverno spagnolo in Lombardia e trarne una lezione universale sui traviamenti di chi detenendo il potere può farne strumento di prevaricazione, così Debenedetti studia Alfieri sottolineandone l’anti dispotismo inteso come forma più degenere di governo. Non è quindi un caso che Debenedetti si occupi di Alfieri tra il 1943 e il 1944, mentre era nascosto grazie alla protezione del critico letterario del Corriere della Sera Pancrazi: “Trascorsi quei mesi a Cortona, con Pietro Pancrazi e Nino Valeri e mi misi a studiare Alfieri; in un’Italia e in un’Europa per mesi e anni occupate dai tedeschi, non paia spudorato ricordare come la parola libertà facesse veramente piangere, la parola tirannide veramente fremere. Nel giugno mi riuscì finalmente di unirmi alle formazioni partigiane che operavano nell’Appennino toscano” (Testimonianza di gratitudine, in P. Pancrazi, La piccola patriaCronache della guerra in un comune toscanoGiugnoluglio 1944).

Il pensiero di Debenedetti su quegli anni sarà dunque chiaro subito, nell’autunno del 1944 con il rientro a Roma dopo la Liberazione, con l’iscrizione al Partito Comunista e con la pubblicazione di Otto ebrei, in cui viene raccontato un episodio del processo al questore Pietro Caruso, durante il quale il Commissario di Pubblica Sicurezza Raffaele Alianello dichiarò di aver eliminato otto nomi di ebrei dalla lista degli ostaggi designati per la fucilazione alle Fosse Ardeatine.

Questo piccolo resoconto letterario è stato definito da Umberto Saba “topicamente spaesato” (La nuova Europa, 1945) per la graffiante analisi del trasformismo italiano, in cui gli ebrei devono per forza apparire, a posteriori, salvati dagli (altri) italiani. Debenedetti è dissonante e controcorrente rispetto al mito del bravo italiano che avrebbe resistito per decenni (vedi Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, e già David Bidussa, Il mito del bravo italiano).

Come Debenedetti, solo Giorgio Bassani si muove in Una lapide in via Mazzini nella critica dissacrante dei filo ebrei italiani, descrivendo la delusione ebraica per l’ipocrisia italiana sul proprio antisemitismo durante la Shoah, la dimenticanza, la riconciliazione forzata: gli ebrei sopravvissuti erano nel migliore dei casi ignorati, in un clima generale volto a rimuovere il passato e a trasformare rapidamente l’antisemitismo fascista in filosemitismo antifascista (vedi Guri Schwarz, Ritrovare se stessi; G. Schwarz e Ilaria Pavan, Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione postbellica).

Debenedetti fu un intellettuale poliedrico, formatosi al Politecnico di Torino prima di laurearsi in Giurisprudenza e poi in Lettere, dotato di un curriculum non ordinario di stampo scientifico e di respiro internazionale che, oltre a coinvolgerlo nel cinema, lo avrebbe portato ad inserire la critica letteraria italiana in un contesto europeo, a sviluppare un pensiero filosofico aperto alla psicanalisi e alla sociologia, a tradurre autori stranieri e a dialogare con personalità del calibro di Gobetti, Saba, Montale – e forse proprio per questa sua non ordinarietà fu tre volte bocciato all’esame per divenire professore ordinario in università, cassato tra gli altri da Carlo Bo e Natalino Sapegno: l’ultima volta fu poco prima della morte nel 1967, salvo essere poi pubblicamente incensato nell’elogio funebre da chi lo aveva poco prima respinto, con analogo “ipocrita cinismo dei voltagabbana” riscontrato da Martera nell’accurata ricostruzione di Harlem. 

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