Gaza, Iran, Medio Oriente: Israele in bilico

La guerra con l’Iran apre nuovi scenari e crea altre incertezze per l’area. Ne abbiamo parlato con Michele Valensise, presidente IAI (Istituto affari internazionali)

Ambasciatore Valensise, dopo oltre 18 mesi la guerra in corso a Gaza non sembra proporre alcuna via d’uscita, né militare né diplomatica. Qual è il suo giudizio al riguardo?

Michele Valensise

Dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre era comprensibile l’intento di Israele di eliminare la minaccia terroristica di Hamas e liberare gli ostaggi. Ma la risposta militare del governo di Benjamin Netanyahu ha superato ogni limite, causando migliaia di morti tra i civili palestinesi e distruzioni immani. È inaccettabile. Occorre interrompere immediatamente questa spirale di violenza, senza trascurare le pesantissime responsabilità di Hamas.

Gli effetti della guerra, ormai sempre più drammatici, producono l’effetto di creare tra l’altro un sostanziale isolamento di Israele.

L’isolamento internazionale di Israele sinora non è stato sufficiente a modificare la linea di Netanyahu. Ora una pressione mirata, decisa per porre fine alla guerra potrebbe aprire uno spiraglio, visto anche il disorientamento crescente in Israele e nel suo stesso interesse.

Prima di parlare dello Stato ebraico, vorrei però chiederle un giudizio su Hamas, che il 7 ottobre ha colpito Israele in modo efferato, e che tiene in ostaggio ancora oggi decine di israeliani, molti dei quali morti. Perché a suo avviso nel dibattito pubblico Hamas sembra quasi uscito?

Hamas è un movimento terroristico. Oltre alle armi, sa maneggiare la comunicazione. È riuscito a far passare presso molti una certa identificazione – che è assurda – tra Hamas stesso e il popolo palestinese.

Benyamin Netanyahu appare deciso a continuare ad oltranza il suo attacco a Gaza, da ultimo con una nuova occupazione del territorio. Che effetti potrà avere sugli equilibri regionali tale nuova offensiva?

militare israeliano ispeziona missile iraniano sulle alture del Golan

Se la guerra a Gaza proseguisse a oltranza, le prospettive di stabilizzazione della regione si allontanerebbero ulteriormente. Il che rischia di nuocere anche a Israele.

Come giudica attualmente le relazioni tra Usa e Israele? A suo avviso quali sono gli interessi americani di Trump oggi nell’area del Medio Oriente?

Tra Washington e Gerusalemme resta l’antica solidarietà, ma lo stallo della guerra potrebbe cambiare qualcosa. Soprattutto se Trump riterrà che il conflitto a Gaza rappresenti un ostacolo al rafforzamento dei rapporti degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo.

I paesi arabi sembrano essere rimasti in una posizione generalmente attendista, se si eccettua l’intraprendenza diplomatica del Qatar. A suo avviso si può sperare di risolvere il conflitto senza una loro diretta partecipazione?

Sauditi, qatarini e altri arabi possono svolgere un ruolo ben più incisivo a favore dei palestinesi e della fine delle ostilità.  Credo che in particolare Riad avrebbe titoli e mezzi per un maggior impegno.

Infine, vorrei chiederle un giudizio sull’Europa e sull’Italia. L’Unione europea sembra del tutto assente dal teatro mediorientale. Condivide questa impressione?

Trump non ha ancora deciso se far entrare gli Usa nel conflitto

Purtroppo l’Europa sconta divisioni interne e meccanismi di decisione inadeguati. Per essere più presente e visibile dovrebbe poter parlare con una voce sola.

Come giudica il ruolo dell’Italia e il silenzio della premier sul conflitto?

L’Italia viene da una tradizione di stretti rapporti con israeliani e palestinesi. Anche se con i limiti di passi solo nazionali, il dialogo politico con entrambe le parti merita di essere portato avanti da parte italiana con grande determinazione.

Lo scenario mediorientale si è da ultimo aggravato con la guerra aperta tra Israele e Iran. È possibile che tutto rientri verso la de-escalation, oppure stavolta l’obiettivo è un regime change a Teheran?
Il cambio di regime a Teheran è un obiettivo apertamente perseguito dal governo di Benjamin Netanyahu, ma l’abbattimento di regimi dall’esterno non ha mai risolto i problemi. D’altra parte, gli Stati Uniti sembrano mirare a una ripresa del negoziato con un Iran più debole e più malleabile. Occorre verificare gli sviluppi.

Quali potrebbero essere gli spazi di azione dell’Unione europea in quest’altra crisi, a suo avviso?

l’IAI è nato nel 1965
L’Unione europea ha qualche margine d’azione sul piano politico-diplomatico, con le parti e nella regione, per favorire una de-escalation.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter