E questi giovani? Ne parliamo con Simone Santoro, presidente UGEI

Raggiungo al telefono Simone Santoro, 26 anni, ebreo torinese con passaporto israeliano, sull’onda della recentissima conferma per il secondo anno a presidente dell’Ugei, che segue a distanza di pochi giorni la laurea in ingegneria dell’innovazione maturata tra Barcellona e Torino, che gli ha aperto le porte di una multinazionale italiana conosciuta in tutto il mondo.

Seppure a distanza, ne percepisco la lucida passione con cui interpreta il suo ruolo, e che spiega bene la serie di risultati ottenuti nel suo primo mandato. “Il nostro compito”, mi racconta, “è raggiungere tutti gli ebrei italiani compresi tra i 18 e i 35 anni, iscritti o iscrivibili a una comunità”. Sa bene, il presidente dell’Ugei, quali sono i problemi da affrontare: tra gli ebrei lontani, che non partecipano alla vita comunitaria, e quelli che neppure si iscrivono a una comunità, molti sono proprio i più giovani; inoltre, diffuso è il senso di disaffezione che molti provano oggi, soprattutto quando la comunità cui appartengono si mostra troppo polemica o rissosa.

“La nostra linea”, mi spiega Simone, “è aumentare la partecipazione, il che significa farli sentire dentro una comunità aperta al dialogo e accogliente, in cui tutti possono dire la loro, e nessuno si senta escluso”; in effetti, il motto della testata dell’Ugei, HaTikwa, recita proprio: un giornale aperto al libero confronto delle idee. E le idee non mancano: dopo aver deciso di affidarsi a dei professionisti della comunicazione, “tutte giovani risorse pescate nelle comunità ebraiche italiane”, l’Ugei ha raddoppiato i follower su Instagram, Facebook e Twitter; ha inoltre aperto il canale YouTube. Recente è l’apertura del profilo linkedin di HaTikwa, e ottimi risultati ha dato anche la creazione di un nuovo dipartimento, Rewibe, dedicato alla creazione di occasioni di svago.

“Il nostro sforzo non è solo diretto a creare incontri e feste, che pure sono necessari”, mi dice Simone. “Puntiamo infatti a far vivere in pieno l’identità ebraica, attraverso lo shabbat, le feste, la vita che orbita attorno ai bet ha Knesset”. Non solo. Grazie a una squadra affiatata, l’Ugei si è proiettata molto anche verso l’esterno, per mezzo di contatti e vere partnership con associazioni come il NOA (Networks Overcoming Antisemitism), l’EUJS (European Union of Jewish Students, di cui la nostra Alessia Gabbianelli è vicepresidente), il World Jewish Congress e il CNG (Consiglio nazionale giovani); si tratta, in molti casi, di creare opportunità anche per il fundraising, per cui è stata conferita apposita delega ed è stata creata una commissione di lavoro dedicata. Molta attenzione poi c’è verso il mondo giovanile, attraverso la creazione di legami con Bene Akiva e Hashomer, per evitare che, raggiunti i 17 anni, i ragazzi si sentano di colpo spaesati.

Insomma, come vede Simone il futuro dell’ebraismo italiano? “Torino e Firenze, ad esempio, sono comunità molto diverse da Milano, o da Roma”, mi dice il presidente dell’Ugei; “se però dovessi individuare un punto comune da cui partire, allora dico che fondamentale è la capacità di costruire una comunità più inclusiva e più attrattiva e che disponga di un’offerta vasta ed eterogenea. Le nuove generazioni sono il futuro dell’ebraismo italiano, ed è lì che bisogna darsi più da fare”.

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