Due popoli-due Stati: c’è ancora tempo?

A Roma nei giorni scorsi una delegazione di più associazioni ha incontrato alcuni parlamentari per esporre la necessità della nascita di uno Stato palestinese accanto ad Israele. E’ davvero possibile?

Un tempo, c’era chi diceva “Due popoli, due Stati”. Volendo affermare che la soluzione più auspicabile del conflitto israelo-palestinese fosse quella basata sulla creazione, a fianco dello Stato di Israele, di uno Stato palestinese che potesse vivere in pace con il primo.

Camp David
Gli accordi di camp David (1978) segnarono la fine della guerra tra Israele ed Egitto

Ma il trascorrere del tempo, dagli accordi di Camp David, che nel 1978 portarono alla pace fra Egitto e Israele, agli accordi di Oslo, che nel 1993 portarono alla nascita dell’Autorità nazionale palestinese, dal vertice di Camp David, che nel luglio 2000 segnò il fallimento dei tentativi di raggiungere una soluzione condivisa, allo scoppio della cosiddetta seconda Intifada nel settembre dello stesso anno, ha più volte mutato il quadro della situazione. Finendo per determinare uno status quo segnato dal ricorrente rincorrersi di scoppi di violenza e fasi di attesa in cui è molto difficile immaginare un domani che sia significativamente migliore dell’oggi.

Ed ecco che, quando molti non se lo sarebbero aspettato, lo slogan “due popoli, due Stati” sembra rinascere come se fosse stato ri-generato proprio da questa lunga fase di stagnazione priva di prospettive. O almeno, questa è la sensazione che si è potuta trarre dalla visita a Roma, avvenuta nei giorni scorsi, di una delegazione della Two-State Coalition, una coalizione di organizzazioni israeliane e palestinesi “impegnate da anni nella costruzione della soluzione ‘due Stati per due popoli’”.

Rabin, Clinton e Arafat alla Casa Bianca nel 2000

Dopo una serie di incontri ufficiali, fra cui quelli con le Commissioni Affari esteri della Camera e del Senato e quello con la Vice Ministra degli Esteri, Marina Sereni (Pd), quattro membri della delegazione hanno tenuto una conferenza stampa presso la sede della Fondazione Basso, in via della Dogana Vecchia.

Al di là delle parole dette e dei concetti espressi nel corso dell’incontro, ciò che più ha forse colpito l’osservatore esterno è stato il clima di fiducia reciproca che appariva regnare all’interno della delegazione. Un gruppo fatto di uomini e donne di diverse età e diverse esperienze, ma tutti uniti dalla profonda convinzione che solo una fattiva collaborazione basata su una mutua comprensione può aprire la strada verso un effettivo futuro di pace fra due popoli che il destino ha portato a incontrarsi, e scontrarsi, in una terra relativamente ristretta.

Marina Sereni è vice ministra degli esteri

In particolare, uno dei membri più giovani del gruppo, l’israeliano Eran Nissan, che proviene dalle file di Shalom Achshav ed è ora direttore di Mehazkim (Rinforzi), organizzazione dedita a effettuare campagne digitali, ha detto: “Noi non siamo solo una delegazione composta da israeliani e palestinesi, ma una delegazione fatta da attivisti che lavorano insieme per la soluzione basata su due Stati”. E ha poi aggiunto: “La generazione cui appartengo è entrata in scena solo dopo la seconda Intifada (quella del 2000-2005 – ndr). Noi non abbiamo un ricordo diretto degli accordi di Oslo. Si può anzi dire che abbiamo conosciuto solo lo stillicidio del conflitto continuamente rinascente. Ma proprio per questo, siamo anche la generazione che porrà fine a questo conflitto”.

“Noi abbiamo una visione condivisa”, ha poi confermato Nivin Sandouka, la responsabile dell’Associazione Our Rights (I nostri diritti) basata a Gerusalemme Est. “Io ero piccola all’epoca degli accordi di Oslo, ma ricordo che quegli accordi ci consentirono di avere un visione umanizzata del nostro nemico. Adesso, mio figlio ha 12 anni e vede di nuovo solo violenza: a Gerusalemme Est, nel West Bank, e a Gaza. D’altra parte, io capisco che anche gli israeliani vogliano sentirsi sicuri. La soluzione a due Stati è l’unica che può dare diritti ai palestinesi e sicurezza a Israele.”

Naftali Bennett e Yair Lapid, primo ministro e ministro degli esteri israeliano

Uno dei due capi-delegazione, l’israeliano Yariv Oppenheimer, ha poi ammesso che, oggi, “molti non credono ai due Stati” e che la forza degli estremisti è di nuovo in crescita nei due opposti campi. Ma ha poi aggiunto che, proprio nel momento in cui “molti non vogliono più ascoltare l’altra parte, noi vogliamo ascoltarla”. E ha ribadito che “la soluzione a due Stati è l’unica soluzione”.

Infine, l’altro capo-delegazione, ovvero Nidal Foqaha, direttore della Palestinian Peace Coalition, ha specificato che “soluzione a due Stati” vuol dire “uno Stato di Palestina con capitale a Gerusalemme Est, che viva fianco a fianco di Israele”. “Questo Stato”, ha poi osservato Foqaha, che vive a Ramallah, “già esiste, ma non è riconosciuto. Ma noi, palestinesi, israeliani ed europei vogliamo lavorare insieme per ridare slancio all’iniziativa. E ciò proprio perché con il congelamento del processo di pace si è creato un vuoto. Ma, come è noto, in politica il vuoto non dura a lungo e, prima o poi, qualcuno tende a riempirlo. Oggi viene dunque riempito dagli estremisti. Ma noi dobbiamo rendere palese l’esistenza di un’alternativa sia nei confronti di Hamas che dei coloni. E il coinvolgimento degli europei in questa azione politica sarà per noi di grande incoraggiamento.”

“Non possiamo permettere agli estremisti di prendere il controllo della situazione – ha concluso Oppenhaimer -. Il 95% degli israeliani non vive in Cisgiordania. Per parte nostra, non possiamo accettare di vivere in ostaggio dei coloni.”

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