FOCUS GIOVANI

A quindici mesi dallo scoppio della pandemia da Covid, abbiamo tutti un gran bisogno di futuro. Il nostro mondo è cambiato, e probabilmente non tornerà più quello di prima. E anche nell’ebraismo italiano si fanno i conti con il prezzo pagato. “Riflessi” si è occupato più volte della crisi, nella prospettiva di costruire una comunità che progetti insieme le possibili soluzioni. In questo numero, come gà nel n.5, torniamo dai giovani, questa volta nella fascia tra i 18 e i 35 anni. Abbiamo voluto ascoltarli, interrogarli, ragionarci insieme. Abbiamo imparato molto da loro. Per cominciare però, vi facciamo leggere l’intervista a un grande studioso italiano, Enzo Campelli, sociologo, che in un recente passato ha studiato a lungo le dinamiche sociali dell’ebraismo italiano.

“C’è bisogno di un clima nuovo”: ne parliamo con Enzo Campelli

Professor Campelli, nella sua ricerca  Comunità va cercando ch’è sì cara’, edita nel 2013 da Franco Angeli, lei ha disegnato il profilo dell’ebraismo italiano. Alcuni dati suscitano profonda riflessione ancora oggi. Penso a quel 77% di giovani ebrei italiani che pensa di emigrare, e al 50% degli ebrei adulti che ha lo stesso orientamento. Alla luce della crisi sanitaria in cui siamo immersi, con i suoi effetti sociali ed economici, come le appare lo stato di salute dell’ebraismo italiano, oggi?

La pandemia che sta scuotendo il mondo è uno di quegli eventi straordinari che sembrano interrompere con cesure irreparabili la continuità del tempo. Strappi profondi, capaci di dividere la storia in un prima e in un dopo che stentano a riconoscersi, e che parlano senza davvero capirsi di cambiamenti decisivi, di fratture non più ricomponibili. Quando questa burrasca sarà passata, non sarà come semplicemente riprendere un discorso interrotto, ma trovarsi di fonte a situazioni nuove, con strumenti in grande misura da inventare. Azzardare previsioni, che è sempre cosa non facile, se fatta responsabilmente e con dati attendibili ‘ in questo momento è davvero particolarmente difficile. Anche perché si tratta di mutamenti che stanno avvenendo ovunque, in un mondo globalizzato per davvero, ma dal contagio e dall’emergenza. Non ci sono zone franche, né luoghi indenni, capaci di alimentare speranze fondate. .Molti giovani, dopo la Brexit, sono tornati dall’Inghilterra, e ovunque si scopre una tendenza alla chiusura, al rafforzamento dei confini. A parte il caso dell’aliyah, per la quale si sta registrando un aumento significativo delle richieste ma che risponde (fortunatamente) a logiche in parte diverse, quel che mi sembra da sottolineare è il declino della speranza di poter stare meglio altrove, che colpisce un pò tutti, ebrei e non ebrei.

Il Covid sta stressando soprattutto le fasce sociali ed economiche che già in precedenza erano in difficoltà, in una congiuntura economica da molti anni in Italia stagnante. La sua ricerca evidenzia che circa ¼ della popolazione ebraica si classifica nella fascia di reddito più bassa. “Riflessi” ha dato voce nei mesi scorsi alle categorie più duramente colpite, come gli ambulanti, i piccoli commercianti, chi si stava convertendo verso i servizi turistici (bed and breakfast, affittacamere, ecc. ); dopo un anno, anche le fasce più alte, che ad esempio disponevano di una rendita, cominciano ad accusare la difficoltà. Secondo lei, la comunità, intesa come istituzione, che strumenti ha per cercare di sostenere i più deboli?

L’emergenza sta dilatando e aggravando tutte le disparità di condizione e di prospettive esistenti nel Paese, da quelle economiche a quelle sanitarie, da quelle di genere a quelle legate al territorio. I dati sull’occupazione – in particolare giovanile – o sulla povertà assoluta e relativa sono allarmanti, come pure quelli legati ad aspetti spesso meno considerati: la didattica a distanza nelle scuole, ad esempio, sconta il fatto che circa il 24% degli studenti non disponga di strumenti di connessione. Il fatto poi che questa quota non sia dispersa in modo omogeneo sul territorio, ma sia concentrata in particolare in alcune regioni meridionali, innesca un meccanismo perverso di ulteriore deprivazione selettiva. Bisogna però diffidare delle diagnosi semplificate, che favoriscono la deresponsabilizzazione. Non tutto è colpa del Covid, e già da molti anni – per fare un solo esempio – il nostro Paese è interessato da fenomeni importanti di severa mobilità discendente, cioè di figli che si trovano a vivere in condizioni socio-economiche meno favorevoli rispetto a quella dei genitori. La tutela delle fasce di popolazione più colpite, in questo contesto, è un impegno sul quale sicuramente la Comunità deve concentrare tutti gli sforzi possibili. Su un doppio fronte, peraltro, nel senso che questa tutela va intesa innanzitutto come la rivendicazione di un diritto civile e politico che compete ai cittadini in quanto tali. Il sostegno interno è doveroso e da esercitare senza reticenze, ma non è sufficiente interpretarlo come un ruolo di supplenza rispetto a istituzioni esterne inadempienti e inaffidabili (come nel caso corrente, a Roma, degli urtisti), ma di pretendere da queste ultime il rispetto di diritti fondamentali e generali.

Nella sua ricerca, un dato mi ha molto colpito: la tendenziale sfiducia degli iscritti verso le leadership comunitarie (sia politiche che religiose). Tra i motivi di disagio e insoddisfazione, cito, ci sono “interessi personali, conflitti di potere e lobbies”. Se è ancora così, allora si pone il problema del rinnovamento della classe dirigente. È d’accordo con questa interpretazione?

Da quella ricerca sono passati dieci anni, e dieci anni particolarmente intensi: bisognerebbe disporre di dati più recenti. Ho l’impressione, tuttavia, che non sia soltanto questione di un problema «politico» di una «classe dirigente» da sostituire. Non è un semplice problema da professionisti della politica comunitaria. Una interpretazione della situazione basata soltanto sulla dialettica ‘base-vertice’ è del tutto insufficiente. Magari fosse tutto qui! C’è bisogno di un clima nuovo, di una stagione di rinnovato entusiasmo fondativo. Il problema principale è quello di allargare la partecipazione, di chiamar dentro e coinvolgere più persone possibile. C’è un modello culturale delle relazioni interpersonali sul quale occorre lavorare, per renderlo più disponibile alle opinioni divergenti, più reciprocamente accogliente, più inclusivo, più partecipato, meno portato al sospetto come atteggiamento dominante. Se quello che si registra sui social ebraici è indicativo, allora bisogna prendere atto che si tratta troppo spesso di toni aggressivi, respingenti, intolleranti e,’ quel che più conta, sempre fra le stesse cinquanta persone. Bisognerebbe essere, da questo punto di vista, più «diversi»!

Vorrei introdurre però anche degli elementi positivi. Il suo studio evidenzia come noi ebrei italiani siamo ancora molto legati alla famiglia, alla tradizione (penso ad esempio agli ebrei provenienti dalla Libia, ormai alla terza generazione, che sono stati fondamentali per sorreggere l’ebraismo italiano), alla storia del nostro popolo (e, aggiungerei, al legame con Israele). A suo avviso, sono questi elementi utili per affrontare il futuro dell’ebraismo italiano?

Certamente sì. È un patrimonio importantissimo e dalla grande forza identitaria, che sarebbe tragico disperdere. A condizione, naturalmente che sia vissuto come risorsa propulsiva, come strumento di progetto, di tensione verso il futuro e non come arroccamento difensivo all’interno del quale auto-chiudersi.

Per concludere, caro professore, vorrei parlare ancora di futuro. Crisi economica, rinnovamento della leadership, dialogo con le nuove generazioni. Mi sembra che la nuova Ucei dovrà mettere in cima alla sua agenda anche questi temi. Non le chiedo ovviamente delle soluzioni, ma forse un’indicazione di metodo: da dove deve ripartire l’ebraismo italiano?

Questa domanda decisamente mi supera. Proprio non vorrei dare l’impressione di cavarmela con slogan o parole d’ordine semplificatorie. Ma proprio per rimanere alle indicazioni di metodo: vorrei che si ripartisse dalla collaborazione, dal concorso generoso delle idee, dalla consapevolezza di condividere un bene comune di straordinaria importanza, dalla rinuncia alla convinzione di possedere la verità e dall’impegno a lavorare insieme a cercarla.

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