“Casa di riposo” ebraica: dopo il risanamento dei conti, si può progettare il futuro

Al fine di approfondire alcuni temi legati al futuro degli anziani della nostra Comunità, Riflessi ha voluto incontrare il Presidente della Casa di Riposo Ebraica, Avv. David Barda, per porgli alcune domande.

 Caro David, hai appena completato un quadriennio di Presidenza della CRER e, visto il buon lavoro svolto dal Consiglio, sei stato nominato per altri quattro anni. Come l’hai trovata e che cosa avete fatto nei primi quattro anni?

La priorità era mettere in sicurezza i conti dell’Ente. Il bilancio al momento del nostro insediamento aveva un disavanzo di circa 400 mila euro ed appariva insostenibile. Abbiamo trattato con le banche le condizioni dei finanziamenti, abbiamo ridotto le spese di ogni tipo ed abbiamo migliorato la redditività degli immobili, rinnovando i contratti. Attualmente siamo esposti con le banche per circa 4.000.000, ma i bilanci dal 2018 sono tornati stabilmente in attivo e questo ci fa ben sperare per il futuro. La “gestione caratteristica” dell’attività della RSA è in perdita di circa 200.000,00 all’anno, ma la perdita è colmata dai redditi degli immobili.

La gestione precedente alla tua ha trasformato la CRER in RSA (residenza sanitaria per anziani) senza pensare che in tal modo l’Ente avrebbe perso, in breve tempo, la sua ebraicità. Oggi su 20 posti letto solo 10 sono occupati dai nostri iscritti e nel tempo forse questo numero potrà diminuire. Ti sembra giusto?

La scelta, ormai obbligata, di chiedere la convenzione con la Regione ha avuto il vantaggio di ottenere risorse che prima non arrivavano e ciò ha aiutato ad ottenere il risanamento dell’Ente. D’altro canto, però, in questo modo abbiamo perso il controllo della lista d’attesa degli ingressi, perché è gestita dalla ASL, e noi non abbiamo la possibilità di modificarla; si entra nell’ordine in cui ci si pone in lista ed i nostri iscritti non hanno la precedenza. Va comunque detto che l’andamento dei ricoveri di correligionari è ciclico e ci adoperiamo per aumentare la presenza di correligionari in RSA.

L’idea che prevaleva anni fa era quella di aumentare i posti letto a 60 per raggiungere il break-even point. Perché non lo avete fatto?

Sono molte le ragioni che ci hanno fatto desistere. Innanzitutto, quando ho assunto la presidenza non c’erano più i tempi tecnici per poter usufruire del Piano Casa che ci avrebbe permesso di aumentare la cubatura della nostra Casa di Riposo. Ci saremmo dovuti indebitare moltissimo per costruire i locali per ospitare altre quaranta persone senza avere la certezza di poter ricevere l’autorizzazione della ASL e la convenzione. La scelta ci avrebbe poi trasformati in imprenditori nel campo sanitario con unico scopo quello di fare impresa perché ritengo che al momento non esista una domanda ebraica per tutti questi posti letto. Io non credo che la nostra mission fosse quella, anche perché avrebbe messo a rischio anche il patrimonio immobiliare dell’Ente.

Quali sono gli obiettivi che il Consiglio si pone per i prossimi quattro anni, per risolvere degnamente il problema dei nostri anziani?

La scommessa è fornire agli utenti servizi socio/sanitari come per esempio la telemedicina, l’assistenza domiciliare, un centro diurno per anziani, un centro clinico dedicato alla riabilitazione fisica, respiratoria, cognitiva e funzionale dell’anziano con prestazioni cliniche agevolate, edilizia sociale per la terza età. Tutto ciò, però, prevalentemente in regime privato, senza convenzione, altrimenti ricadremmo nei vincoli della imparzialità. L’obiettivo finale è non far gravare la gestione sanitaria sul patrimonio immobiliare.

C’è una richiesta dei nostri iscritti per i servizi RSA che voi offrite?

Per quelli oggi offerti direi che oggi è bassa. Non è come in Israele o negli USA. Le nostre famiglie generalmente, se possono, preferiscono tenere i genitori anziani in casa o pagare loro una badante e per questo motivo abbiamo immaginato le iniziative descritte.

Se non c’è richiesta e se l’attività non fosse remunerativa non converrebbe allora spostare gli ospiti in una RSA gestita da terzi e farsi garantire assistenza rabbinica, alimentazione kasher e la possibilità di creare un’atmosfera ebraica?

Sì, la gestione costerebbe molto meno ed in tal modo si libererebbe anche l’immobile di Via Portuense per altri scopi, ma questo presuppone un ripensamento degli obiettivi dell’Ente e non possiamo certamente farlo da soli: deve essere una scelta condivisa con l’intera Comunità. Se gli ospiti venissero trasferiti, a noi rimarrebbe il compito di realizzare attività di welfare, culturali, sociali e ricreative. Bisogna però tenere conto che la RSA è struttura sanitaria accreditata e pertanto con tale convenzione più facilmente, e più coerentemente, potranno essere autorizzate dalla Regione le ulteriori attività per anziani proposte.

L’ultimo anno deve essere stato molto duro a causa dell’emergenza sanitaria. Come siete riusciti ad evitare che il virus entrasse in CRER?

Abbiamo sigillato subito l’ingresso e vietato rigorosamente le visite dei parenti.  Anche io non potevo più entrare! L’UCEI ci ha finanziato l’acquisto di alcuni IPAD per gli ospiti ed abbiamo potuto mantenerli in collegamento con videochiamate. Appena è stato possibile abbiamo fatto vaccinare tutti gli ospiti e dipendenti. Permettimi di rivolgere un ringraziamento speciale a tutto il personale sanitario e amministrativo per il grande lavoro svolto in questi ultimi mesi.

Come hanno vissuto gli ospiti della CRER la solitudine? Quali problemi hanno avuto?

Credo che gli ospiti si siano abituati prima dei loro parenti. Per quest’ultimi invece è stata una sofferenza non poter entrare per assistere i loro parenti, però erano contenti del rigore applicato perché capivano che era nell’interesse degli ospiti.

Grazie David, in bocca al lupo per il prossimo quadriennio!

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