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Israele sta combattendo una guerra parallela contro la disinformazione.

Abbiamo chiesto un parere sulla guerra delle fake news a Claudio Della Seta (giornalista al TG5 per 24 anni,  fino a diventarne caporedattore).

Claudio, potresti descriverci qual è oggi l’approccio della stampa italiana quando si trova a dover descrivere le tensioni, i conflitti e le guerre che coinvolgono Israele?

Direi che le letture che danno i mass media sono estremamente varie, perché riflettono, più in generale, le diverse posizioni politiche espresse e rappresentate da ogni giornale o testata.

 Tu sei stato per molti anni nella redazione di uno dei Telegiornali più seguiti. Che approccio aveva il TG5 nel descrivere i fatti del Medio Oriente?

Sebbene io non mi sia mai occupato direttamente di politica estera – se non in modo occasionale –, posso dirti che al TG5 non ci sono mai stati pregiudizi. I tre direttori con cui ho lavorato – Enrico Mentana, Carlo Rossella e Clemente Mimun – seppure con orientamenti diversi hanno sempre espresso posizioni equilibrate, se non filo israeliane. Certo, l’eccezione c’è sempre. Ricordo, ad esempio, una giovane collega, che era entrata in redazione “carica” di un bagaglio di pregiudizi robusto, tutto a vantaggio dei palestinesi. Be’ a forza di ragionarci, di portare argomenti basati su fatti oggettivi, ma ancor più con la sua esperienza sul campo, anche lei ha cambiato posizione. La mia esperienza è che se si descrive la situazione che riguarda Israele in modo pacato, ragionato, documentato, chi non è in mala fede comprende che la verità è molto diversa da come la descrive chi è in mala fede. Certo, è un lavoro che richiede impegno, costanza, e fatica.

 E nelle altre emittenti o testate?

Mah, posso parlare solo per impressioni e voci che ho sentito nell’ambiente. In Rai, ad esempio, è noto che ci sono ancora molte sacche ideologizzate contro Israele. Anche Repubblica, che con Maurizio Molinari ha subito guadagnato una maggiore obiettività – guarda per esempio titoli, dove finalmente viene messo in evidenza la causa del conflitto (i razzi lanciati da Hamas) e non l’effetto (la risposta di Israele) – probabilmente ha ancora al proprio interno delle “sacche di resistenza”. Ma questo si comprende solo se facciamo un passo indietro.

 Cioè?

Direi che tutto nasce verso la fine degli anni ’60. A sinistra, un po’ in tutta Europa, si vedeva con simpatia al Fronte per la liberazione della Palestina, che a quel tempo era laico e di impronta marxista. Poi però si è visto che direzione ha preso. In Europa ha stretto rapporti con le maggiori organizzazioni terroristiche (in Italia con le Brigate Rosse), e in Medio Oriente ha praticato il terrorismo. Da molto tempo, inoltre, questi movimenti che operano nell’area hanno perso ogni traccia di laicità, e si sono tutti radicalizzati sul piano religioso: sono cioè organizzazioni terroristiche islamiche. Ma a sinistra è rimasto un riflesso di innamoramento pavloviano nei loro confronti.

 E per quanto riguarda la politica?

Indubbiamente a sinistra ci sono ancora quei pregiudizi che ti ho detto. A quelli della mia generazione dispiace doverlo riconoscere, ma oggi sono molti di più i politici di destra quelli si pronunciano a favore di Israele, di quanto non accada nel centro sinistra.

 Dov’è che a tuo avviso c’è maggiore pregiudizio?

Non ho dubbi: oggi il vero pericolo arriva dai social. Ieri in tendenza su Twitter #Freepalestine era al terzo posto. Ti rendi conto che significa? I social sono un oceano di fake news, costruite ad arte, senza contraddittorio, senza conoscenza storica, e chi legge non ha quasi mai la capacità critica di comprendere le falsità e l’odio che c’è dietro. Quello è per me il vero problema, perché i messaggi sono davvero inquietanti, pieni di violenza, e soprattutto si diffondono in fretta.

 Che si potrebbe fare per respingere questa marea?

Una mia vecchia idea è quella di costituire un gruppo di giovani – penso a liceali e universitari – che, armati di mezzi tecnologici, costituiscano una banca dati “di pronto intervento” a disposizione di tutti, che conservi cioè le fonti e i dati per contrattaccare ogni falsità diffusa nella rete. Ma che costituiscano anche una “task force” informatica in grado di combattere questi odiatori seriali colpo su colpo, 7 giorni su 7 e solo una squadra dedicata a questo può riuscire a farlo. Credo che sarebbe un’ottima palestra per molti nostri giovani.

 

 

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3 risposte

  1. L’amico Claudio Della Seta ha ben individuato il peso se non qualitativo quantitativo dei social filo palestinesi & anti israeliani …
    È un tema importante… Dovremmo contare più sul “miglioramento della coscienza “ dei politici, della TV, e della stampa, piuttosto che fare uno scontro su social … terreno che è abbastanza un deep space..!!!

  2. Salve
    in Italia e in Europa occorre sperare di poter contare su giornalisti che approfondiscono e comprendono … che sappiano uscire dalla retorica dei “ poveri palestinesi “ e valutare le pessime leadership palestinesi in Cisgiordania, Libano, Giordania e ovviamente Gaza …. sperperatori di milioni e milioni di dollari
    Credo che pochi in Italia sappiano che nella Kneset ci sono deputati arabi.
    Questa è materia da far conoscere.
    Il sistema educativo israeliano compresa Università e il sistema sanitario dovrebbero essere la prima possibile “contro propaganda “ per cambiare la percezione dei palestinesi vittime degli ebrei.
    Sarà possibile ?

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