Board of Peace e Iran: un nuovo (dis)ordine internazionale?
Giorgio Sacerdoti commenta per Riflessi il nuovo organismo voluto dal presidente Trump e gli effetti della guerra all’Iran sul diritto internazionale
Giorgio Sacerdoti è uno dei maggiori esperti di diritto internazionale, non solo in Italia. A lui abbiamo chiesto un parere, sul piano strettamente giuridico, sul board of Peace voluto da Trump e sulla guerra in corso contro l’Iran promossa dagli Usa e da Israele.
Giorgio, riavvolgiamo il nastro dell’ultimo mese per leggere gli avvenimenti in corso con le lenti del giurista. Innanzitutto, Donald Trump ha costituito il Board of Peace, parte integrante degli accordi che hanno portato alla fragile tregua. Che cos’è il Board of Peace?

Il Board of Peace nasce lo scorso settembre, su iniziativa degli Stati Uniti e con la fondamentale partecipazione del Qatar, dell’Egitto e della Turchia, ossia dei paesi che più di ogni altro hanno negoziato e mediato la tregua in vigore, seppur precaria, a Gaza. Quel documento prevede una serie di passaggi: innanzitutto che il cessate il fuoco diventi permanente e che sia rafforzato con il progredire degli altri punti dell’accordo. Stabilisce poi che Israele si ritiri progressivamente da Gaza insieme al contestuale disarmo di Hamas. Successivamente, l’obiettivo è quello di costituire una amministrazione di tecnocrati palestinesi, che dovrebbe coordinare la ricostruzione di Gaza con la copertura di forze armate di una serie di paesi, le quali dovranno garantire che la cessazione del conflitto sia mantenuta. L’organismo che deve supervisionare il rispetto di tutti questi passaggi è appunto il Board of Peace, di cui Donald Trump è il leader che lo presiede a titolo personale. Uno degli obiettivi principali è raccogliere fondi per la ricostruzione di Gaza
Che giudizio dai di questo organismo, sul piano strettamente giuridico?
Come professore di diritto internazionale ritengo sia importante innanzitutto sottolineare come l’accordo che ha dato vita a questo organismo è stato sottoposto alle Nazioni Unite e che il Consiglio di Sicurezza, lo scorso 17 novembre, con la risoluzione 2803 lo ha approvato quale allegato alla risoluzione stessa.
Perché è importante questo passaggio?

Perché significa che, in qualche modo, l’Onu ha fatto proprio il Board of Peace, ossia lo ha considerato uno strumento compatibile con il proprio statuto. Lasciami anche segnalare come gli Stati Uniti, che spesso sono molto critici con l’Onu, in questo passaggio hanno invece ritenuto importante che le Nazioni Unite approvassero questa iniziativa, passata in Consiglio di Sicurezza con l’astensione della Cina e della Russia. C’è dunque questo dato da cui partire: che, almeno da un punto di vista tecnico e giuridico, il Board of Peace può essere considerato uno strumento dell’ONU, e dunque non in competizione con le Nazioni Unite. Certo, non mi nascondo le particolarità del Board of Peace, a partire dal fatto che nessun organismo dell’ONU ne fa parte; però sappiamo che il diritto internazionale è caratterizzato da una ampia flessibilità. Direi, quindi, che al momento non sappiamo se il Board of Peace sarà in grado di funzionare; certo, se riuscisse perlomeno a garantire una tregua a Gaza sarebbe già un risultato.
Molti analisti hanno evidenziato come il Board of Peace sia potenzialmente in concorrenza con l’Onu. Esiste questa possibilità?

Lo escludo. Basta pensare che le Nazioni Unite sono un organismo internazionale che ha competenza praticamente su tutto il mondo, mentre il Board of Peace è una struttura tendenzialmente provvisoria che vuole occuparsi solo di una piccola striscia di terra, quella di Gaza. Se devo trovare un precedente, il primo che mi viene in mente è quello dell’organismo che gestì il territorio libero di Trieste, conteso fra italiani e jugoslavi, tra il 1945 e il 1957. Non si tratta dunque di una istituzione che ha un raggio d’azione ampio, né si interessa di questioni politiche e giuridiche molto complesse, come ad esempio l’assetto futuro di Gaza, la nascita, o meno, di uno Stato palestinese; né si occupa di un assetto di che assicuri una pace nella regione, o si esprime sulla formula dei due popoli per due Stati, o ancora sulla possibile separazione giuridica e politica fra Gaza e la Cisgiordania. Anzi, ribadisco quello che ho detto prima: si prevede che siano dei tecnici palestinesi collegati all’Autorità Palestinese, esistente ma “riformata”, a gestire la transizione verso la ricostruzione. Direi, quindi, che il Board of Peace è un organismo ibrido, dai caratteri molto particolari, ma che non aspira a esercitare un ruolo politico bensì molto pragmatico.
È un’istituzione democratica?
No, evidentemente non lo è. Però anche qua devo sottolineare che non stiamo parlando di un’organizzazione internazionale, In altre parole di un accordo fra Stati: al suo interno sono presenti anche figure che partecipano a titolo personale, ed altri soggetti che hanno natura privatistica. È un Board che ha la funzione di curare l’amministrazione temporanea di quel territorio. Non è espressione della popolazione, né si occupa di indire elezioni a Gaza; gestisce la situazione esistente dall’alto. È presto, in definitiva, per capire se avrà successo. Se non lo avrà, verrà semplicemente abbandonato. Gli ostacoli che ha davanti sono notevoli: Hamas, per esempio, non è stato distrutto, non ha deposto le armi, e credo che nessuna forza di intermediazione andrebbe a Gaza con l’obiettivo di fare guerra ad Hamas. Questo è il vero ostacolo che occorrerà affrontare.
L’Italia partecipa come osservatrice. Che ruolo ha, secondo te? Potrebbe esserne parte a tutti gli effetti?
Anche qui è bene sfrondare la discussione da alcuni elementi che sono stati sottolineati, ma che secondo me non c’entrano nulla.
A cosa ti riferisci?
Prendi la questione dell’articolo 11 della nostra Costituzione, che stabilisce che l’Italia partecipa a organizzazioni internazionali per favorire la pace, purché in condizioni di parità con gli altri Stati, in tal caso accettando anche limitazioni della propria sovranità. L’articolo 11 è stato invocato per spiegare per quale motivo l’Italia non potrebbe partecipare al Board of Peace, dal momento che Donald Trump si è ritagliato un ruolo del tutto superiore a quello di ogni altro partecipante. Ma il fatto è che, a mio avviso, l’articolo 11 guida le scelte del nostro paese nel momento in cui deve decidere se partecipare a organizzazioni internazionali, come avvenne ad esempio quando l’Italia divenne un paese fondatore della Comunità economica europea. Nel caso del Board of Peace, come anche nel caso della partecipazione all’ONU, invece, l’ingresso in tali organismi non richiede una limitazione della propria sovranità. Il Board of Peace non impone alcuna limitazione della sovranità agli Stati che vi partecipano; al massimo chiede soldi per poter contribuire alla ricostruzione di Gaza. Direi dunque che tutta la polemica attorno all’articolo 11 si spiega come un fatto di politica interna. Quanto al ruolo che l’Italia sembra voler giocare, quello di osservatore, è vero che tale figura non è prevista dall’atto costitutivo del Board of Peace. Ma d’altra parte è talmente particolare questo organismo, non ha regole precise su chi vi partecipa, possa aderire, e come, che quello che si può dire è che i partecipanti decidono come esso deve operare. Dunque, se agli altri Stati va bene la presenza da osservatore dell’Italia – e altri come la UE – non mi sembra ci siano ostacoli per impedire una partecipazione in tale veste. In altre parole, credo che la scelta del governo italiano sia stata tutta politica. Essere ammessi in qualità di osservatori è un modo un po’ comodo, se vuoi molto italiano, di stare un po’ dentro e un po’ fuori. Alla fine, il principale vero obiettivo che vedo è fare in modo che, quando e se partiranno le gare d’appalto per la ricostruzione di Gaza, anche le nostre principali aziende del settore possano parteciparvi.
Veniamo ora alla guerra in corso in Iran. Dal punto di vista del diritto internazionale è una guerra legittima?

Dunque non c’è soluzione a questa crisi del diritto internazionale?

In tale contesto, particolare è la situazione di Israele.
Il problema per Israele è che la sua collocazione geografica e la sua storia la pongono fuori da qualsiasi blocco geopolitico regionale che potrebbe garantirgli quella sicurezza che legittimamente spetta ad ogni Stato sovrano. Se guardiamo il mondo, infatti, per esempio in Europa o in Sud America, esistono istituzioni legalizzate (NATO) o situazioni di fatto che comunque assicurano un equilibrio fra blocchi di nazioni. Per Israele non è così: questo piccolo Stato si trova in una posizione del tutto anomala, isolato geograficamente e politicamente all’interno di un contesto, quello del Medio Oriente, in cui è un piccolo paese democratico, altamente sviluppato, con un reddito elevato: tutte condizioni che non trovano eguali nell’area. In realtà, si è provato a creare un blocco geopolitico entro cui Israele avrebbe sperato di trovare forme di alleanza: si tratta degli accordi di Abramo che, a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sono stati però al momento congelati. Questo fa sì che i costanti pericoli alla propria sopravvivenza con cui Israele ha vissuto dalla sua nascita, in assenza di un blocco di cui far parte e a cui chiedere tutela, ha obbligato il Paese a uno stato di guerra praticamente continua, e alla convinzione che, in assenza di interventi esterni, l’unico modo per sopravvivere è contare sulle proprie forze.
Israele è sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio (CIG), e Netanyahu e l’ex ministro della difesa Gallant sotto accusa da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini contro l’umanità. A che punto sono i due procedimenti?

In entrambi i casi vanno avanti, sebbene molto a rilento. Per quel che riguarda il procedimento davanti la CIG, in cui Israele è stato accusato nel 2023 di genocidio dal Sudafrica, lo Stato ebraico deve rispondere a un’ulteriore memoria integrativa presentata nei mesi successivi dallo stesso Paese, ma credo che, anche a causa del conflitto con l’Iran, abbia ottenuto una proroga. In generale, direi però che qui, anche per il fatto che una tregua è stata raggiunta, la gravità delle accuse mosse a Israele per genocidio con il passare dei mesi si dimostra sempre più debole. Dovremo in ogni caso attendere la decisione della Corte per saperne di più. Per quanto riguarda invece la Corte Penale Internazionale, gli imputati israeliani, ossia Netanyahu e l’allora ministro degli Esteri, sono difesi da un collegio di avvocati nominato da Israele. In questo momento si discutono alcuni aspetti procedurali, sia perché gli imputati hanno contestato la giurisdizione della Corte, sia perché il procuratore generale, l’inglese Kahn, si è autosospeso in quanto accusato di comportamenti non corretti nei confronti di alcune funzionarie della Corte. Anche in questo caso il procedimento va a rilento. Tuttavia, vorrei sottolineare come Israele non si sia mai sottratto ai processi nei suoi confronti, a prescindere dalle accuse, politiche-mediatiche, di non imparzialità dei giudici – e che abbia scelto di difendersi in entrambi i casi affidandosi a avvocati di grande esperienza
In generale, questo conflitto certifica il tramonto dell’ordine costruito sulla guerra fredda. Come si potrà ricostruire un nuovo ordine internazionale? E su quali basi giuridiche?

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