Il mio amore e il mio dolore per Israele

Luca Zevi presenta a Roma il 23 marzo un incontro a partire da un suo scritto inedito. Ne anticipa i contenuti su Riflessi

Luca, il 23 marzo a Roma (Spazio sette, via dei barbieri 7, alle 17,30) si terrà il reading di un tuo scritto, molto originale, su cui interverranno il rabbino capo Di Segni, Edith Bruck e David Meghnagi, con la moderazione di Lia Tagliacozzo e la lettura dell’attore Marco Baliani. Chi ha avuto la fortuna di leggerlo in anticipo è rimasto colpito innanzitutto dai tanti sentimenti che emergono da questa tua prova autoriale. Innanzitutto, com’è nata e cosa ti ha spinto a scrivere?

Luca Zevi

Non avrei mai pensato di produrre uno scritto di questo tipo, una specie di manifesto “individuale”. Probabilmente sono stato trascinato da un’urgenza, un pathos emerso subitaneamente dopo un lungo periodo di afasia successivo al 7 ottobre, che fra l’altro mi aveva tenuto lontano da Israele, dove risiede tutta la mia famiglia paterna fin dal 1939. Mi tratteneva la sensazione di disagio che avrei provato nel passeggiare per luoghi tanto amati e familiari con l’“inferno” di Gaza in corso. Poi lo scorso autunno, subito dopo il raggiungimento della tregua, mio figlio ha “trascinato” me e tutta la nostra famiglia di nuovo in Israele, andando ad abitare nel piccolo appartamento acquistato a Tel Aviv nel 2019 dove – fra Covid, 7 ottobre e assalto a Gaza – non avevo mai dormito. È stato questo l’evento che ha sbloccato l’afasia di cui ti dicevo. Già sull’aereo di ritorno per Roma ho cominciato a sentire il bisogno di raccontare le emozioni che erano maturate in me. L’amore per Israele è riemerso ancora più prepotentemente, come capita in situazioni drammatiche come quelle che stiamo vivendo, e con lui la preoccupazione per il suo destino.

Luca Zevi sarà a Roma il 23 marzo. Con lui dialogheranno Edith Bruck, Riccardo Di Segni, David Meghnagi. Lettura di Marco Baliani. Modera Lia tagliacozzo

Che cosa rappresenta Israele per te, per un ebreo della tua generazione?

Appartengo alla generazione che è nata ed è cresciuta sulle ceneri della Shoah. Dunque sono quasi coetaneo dello Stato di Israele, che a noi ebrei della diaspora ha dato una ragione per continuare a vivere all’indomani della Shoah. Era la nostra sicurezza e anche la nostra patria ebraica, complementare e non contraddittoria con quella in cui abitavamo. Tutta la mia ormai lunga vita è trascorsa fortunatamente in un mondo in cui essere ebrei non produceva alcun disagio.

Il manifesto è diviso in due parti. Nella prima, intitolata “Seppellite il mio cuore a Tel Aviv”, poni a confronto la Città Bianca nata nel deserto con il super-sviluppo verticale della città contemporanea.

Tel Aviv è un po’ la capitale dell’“Israele delle origini”. Nonostante le profonde trasformazioni urbanistiche cui è sottoposta, ha conservato la propria struttura e in particolare il suo cuore, la città giardino concepita nel Piano del 1909 e ispirata ai migliori esempi di architettura moderna europea. Ne rimangono più o meno 600 esemplari, oggi patrimonio dell’umanità Unesco. Poi c’è un tessuto urbano dei primi decenni di vita dello stato, costituito da edifici modesti ma dignitosi, che poggiano sui caratteristici pilots. Questi ultimi (in uno dei quali si trova anche il nostro piccolo appartamento) rappresentano il “socialismo” israeliano, che voleva istituire una società non egualitaria ma ragionevolmente equa. Successivamente tutt’attorno, a partire dal lungomare, è cresciuta progressivamente la Tel Aviv contemporanea, quella che ha visto e vede svettare i grattacieli. Il risultato è che oggi, passeggiando per la città, si può attraversare la Città Bianca degli anni ’40, quella “socialista” dei primi decenni di vita dello stato, e infine quella slanciata verso l’alto. L’effetto, stridente ma anche affascinante, è un equilibrio dinamico tutto sommato felice ed emozionante. Mi domando se gli interessi immobiliari, tracotanti qui come nel resto del mondo, non arriveranno a compromettere questo equilibrio “magico” ma precario. Spero proprio di no.

fondazione di Tel Aviv

E Gerusalemme?

A Gerusalemme i conflitti fra le diverse comunità sono ovunque evidenti e difficilmente si respira un clima tutto sommato “normale” come quello di Tel Aviv. La città si è arricchita di nuovi edifici pubblici di grande qualità, come la nuova Biblioteca Nazionale e, sul Monte Herzl, il Memoriale ai caduti di tutte le guerre israeliane. Quest’ultimo avrebbe potuto facilmente indulgere a una retorica nazionalista, soprattutto in questo periodo. E invece il linguaggio architettonico scelto è estremamente misurato, ispirato alle migliori realizzazioni del non lontano Yad Vashem. Ne sono rimasto impressionato molto favorevolmente.

Quali altri luoghi di Israele hai visitato?

Tel Aviv Panorama
skyline di Tel Aviv, oggi

Ho visitato l’Herodion, vicino a Betlemme, a pochi chilometri da Gerusalemme: un breve tragitto che è tuttavia sufficiente a percepire la drammaticità delle tensioni presenti nei territori occupati. Poi sono stato a Tzfat, che è popolata da antiche sinagoghe e da tanti hahamim “in divisa”. Svuotata temporaneamente dal turismo religioso, soprattutto americano, trasmette la sensazione di trovarsi all’interno di un grande teatro, con il palcoscenico pieno di attori ma con le aree riservate al pubblico completamente vuote.

Il tuo manifesto esprime dolore, e una critica, anche se in forma poetica. Può un ebreo della diaspora criticare Israele?

Credo di sì e, almeno a partire dagli anni ’80, da Israele sono pervenute sollecitazioni a un sostegno attivo da parte della Diaspora tanto dai vari governi in carica, quanto dalle opposizioni a quei governi stessi. Oggi, oltre che critico, sono molto preoccupato: la storia ci sta presentando una situazione del tutto inedita e “incredibile”: quella di un’Israele che si fa interprete dei desideri di buona parte del mondo arabo attaccando l’Iran. Ma  se un giorno lo scudo americano dovesse venire a mancare e il sistema di alleanze in Medio Oriente dovesse modificarsi, che fine farebbe Israele? Siamo sicuri che i “satrapi” locali, che oggi tacitamente gongolano per i servigi che Netanyahu sta offrendo loro, rimarranno per questo fedeli ai suoi successori, anche ove dovessero avvertire l’alleanza per loro non più conveniente? In altre parole, dopo che questa fase sarà terminata, Israele sarà uno stato più sicuro di prima? Lo spero di tutto cuore ma…

In effetti, nel tuo scritto si avverte forte la voce dell’ebreo della diaspora, che non ha certezze sulla risposta al 7 ottobre.

A Gaza, dopo la guerra tra Hamas e Israele dal novembre 2023 all’ottobre 2025, le condizioni umanitarie sono ancora drammatiche

Oggi, come sempre anche nel passato, mi sento responsabile di quello che combina Israele e quindi anche di quello che ha combinato in risposta al pogrom del 7 ottobre. Non è una considerazione razionale, ma una pulsione di appartenenza alla quale non posso e non voglio sottrarmi. Dunque sono orripilato da quello che è stato fatto negli ultimi due anni, ma non riesco a muovere una critica “dall’esterno” all’operato del governo israeliano: sono sconvolto e lacerato come se quelle azioni, alle quali sono fermamente contrario, le avessi compiute io stesso. È un’autentica schizofrenia: protesto vibratamente contro chi accusa ingiustamente me e tutti gli ebrei della diaspora di essere in qualche modo corresponsabili dell’operato dello Stato di Israele, ma intimamente soffro come se quell’operato fosse dipeso e dipendesse direttamente da me. Analogamente, sento che Israele ha il diritto di comportarsi come qualunque altro popolo farebbe nelle stesse condizioni – di questo sono fermamente convinto – ma, al tempo stesso, se ci comportiamo come gli altri mi sento in colpa perché stiamo venendo meno al nostro ruolo di “popolo eletto”. Considero questa dell’elezione – farsi carico del destino dell’umanità intera e non solo del nostro – una “magagna” che ci siamo masochisticamente appioppati da soli ma che, una volta assunta, è diventata una mitzvà alla quale non ci possiamo più sottrarre.

La guerra è stata voluta da Hamas.

abitanti di Gaza festeggiano l’attacco del 7 ottobre

Sono consapevole della violenza di Hamas, e del fatto che per anni tutti i soldi arrivati a Gaza sono stati utilizzati non per aiutare la popolazione palestinese, ma per costruire tunnel e preparare l’attacco a Israele. Tuttavia, sono angosciato da quello che Israele ha fatto e sta facendo in risposta a quell’attacco anche per le conseguenze che sta provocando sulle istituzioni e sulla popolazione dello Stato ebraico e segnatamente sul destino dei giovani, sui quali ricade l’onere di dare materialmente corso alle scelte del  governo in carica.

Questa guerra ha anche riaperto la lacerazione tra gli ebrei italiani e la sinistra. Molti ebrei oggi accusano la sinistra di essere antisemita, in una società sempre più intollerante verso gli ebrei. 

Come tutti, anch’io ho le mie preoccupazione sul riemergere, nella popolazione e nelle forze politiche italiane, di pregiudizi antiebraici che speravo superati. Un fenomeno cui non è certamente esente neppure il Partito Democratico. Eppure non posso trascurare il fatto che la famosa manifestazione a Piazza San Giovanni del 7 giugno 2025 è stata convocata anche dal Partito democratico un anno e mezzo dopo il 7 ottobre 2023, intervallo nel corso del quale la città di Gaza era stata bombardata e distrutta sistematicamente. La mia impressione è che la dirigenza di quel partito – che, non dimentichiamolo, è oggi espressione della componente più di sinistra – abbia atteso fino a quando è stato possibile, sperando che si raggiungesse una tregua, che Israele “controllasse” l’uso della sua forza. Quando è apparso chiaro che ciò non sarebbe avvenuto, convocare una manifestazione è diventato ineludibile. In quella giornata, però, non ci sono state bandiere israeliane o pupazzi di Netanyahu bruciati e Gad Lerner ha potuto dichiarare di fronte a tutti di considerarsi sionista. Se guardassimo quel che è avvenuto a Gaza con gli occhi di chi non è ebreo, forse dovremmo riconoscere che l’indignazione diffusa per il comportamento di Israele non è, in assoluto, né incomprensibile né di per sé colpevole. Naturalmente con questo non voglio assolutamente giustificare le tante manifestazioni più che discutibili che in questi anni abbiamo visto in tutto il paese. Ma credo che sia ingiusto confondere queste forme di intolleranza con la posizione espressa dal Partito democratico.

Come sai, la tua posizione ti espone all’accusa di essere un traditore, un “ebreo buono” in contrapposizione a tutti gli altri. Cosa rispondi?

Il rischio di essere etichettate in questo modo l’ho corso altre volte nella mia vita. Nel 1982, ad esempio,  sono stato tra i promotori di un appello per il ritiro dell’esercito di Israele dal Libano. Anche in quella occasione chi aveva firmato quell’appello fu accusato di essersi posto fuori dall’ebraismo. Però poi si è visto che la maggior parte dei firmatari ha seguito un percorso ebraico significativo e ha propiziato il dialogo con quella parte della sinistra che, non conoscendo granché né gli ebrei né Israele, tendeva a considerare ogni ebreo italiano quasi fosse un agente del Mossad! A quanto pare, è possibile criticare Israele ed essere ebrei… E poiché ritengo che sia legittimo e anzi doveroso far sentire la propria voce anche quando si ritiene che Israele sbagli, in questi due anni, pur non aderendo alle loro iniziative per i motivi che ho cercato di spiegare, ho sempre sostenuto la legittimità delle posizioni espresse da Gad Lerner, da Anna Foa e da tanti altri. Del resto il libro scritto congiuntamente da Gad e dal Rabbino capo di Roma Riccardo di Segni (“Ebrei in guerra”, n.d.r.) testimonia virtuosamente la necessità di mantenere comunque aperto il dialogo fra le diverse componenti che rendono vitale l’ebraismo italiano. Quanto a me, se critico Israele non è certo perché intendo prendere le distanze dagli ebrei o perché desidero essere considerato un ebreo buono. Al contrario, il mio grido di dolore nasce dal sentirmi pienamente ebreo e responsabile della tragedia che stiamo vivendo. Se oggi Israele è in una situazione drammatica, il dramma riguarda tutti noi, nessuno escluso. Il detto secondo cui ciascun ebreo è responsabile per tutti gli altri ci chiama non al disimpegno, ma a una coinvolgimento ancora maggiore, qualunque sia il nostro punto di vista sulla vicenda mediorientale.

Bruno Zevi (1918-2000) parlò in Campidoglio dopo l’attentato alla sinagoga di Roma

Tuo padre, Bruno Zevi nel 1982, dopo l’attentato alla sinagoga di Roma, parlò alla società e alla politica italiana denunciando il clima di odio che per mesi si era sviluppato contro gli ebrei. C’è in questo tuo grido anche una continuità, intesa come passione civile, con la tradizione familiare?

Mio padre, nel celebre discorso che tenne nel 1982 in una seduta congiunta dei Consigli Comunale, Provinciale e Regionale, non si pronunciò sulle scelte del governo di Israele, ma sulle reazioni, pericolosamente discriminatorie, che quelle stesse scelte avevano provocato nella sinistra italiana. Da parte mia condivisi completamente quella denuncia, indipendentemente dal fatto che il suo giudizio sull’invasione del Libano fosse diverso dal mio. Probabilmente anche oggi la sua posizione sulla tragedia di Gaza sarebbe diversa dalla mia e più gradita alla maggior parte degli ebrei italiani. Diciamo che in famiglia c’è stata sempre, e continua a esserci, una certa dialettica….

Per prenotarsi all’incontro del 23 marzo occorre scrivere a: luca@lucazeviarchitetto.it

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