Il mio giudice Cardoso cerca la verità nel (suo) passato

Uscito l’ultimo libro di Daniela Dawan: ne parliamo con l’autrice

Nel tuo ultimo libro, “La colpa di tacere” (Morellini, 2025), racconti la celta di un magistrato, titolare di un’indagine che lo porta indietro nel tempo, a confrontarsi con il passato scomodo di suo padre. Innanzitutto, come è nata l’idea del romanzo?

Daniela Dawan, giurista e scrittrice

Come tutti quelli che scrivono, sono sempre alla ricerca di storie che devono in qualche modo coinvolgermi e, quindi, in qualche modo, riguardarmi. L’idea che ha dato luogo a “La colpa di tacere” è nata e maturata nel corso di un’estate di qualche anno fa. Volevo scrivere di colpa, un tema che mi ha sempre affascinato per i diversi risvolti che può contenere: la menzogna, l’omissione, il silenzio su di sé. Mi ha sollecitato a scriverne la mia esperienza professionale, oltre che umana. E poi mi piaceva l’idea che ad imbattersi in questo tema, quasi a sbattercisi contro, fosse un magistrato di Cassazione, dove, giustamente, prevalgono i profili di legittimità di una sentenza e non le vicende che ne sono all’origine.

Il protagonista del tuo romanzo si chiama Jacopo Cardoso, un nome particolare, che echeggia quello di tanti marrani spagnoli, costretti per generazioni a nascondere la loro identità ebraica. Il tuo Jacopo Cardoso in fondo deve decidere se far emergere il passato della propria famiglia. Questo tema dell’identità quanto ti interroga?

Ho realizzato solo dopo averlo scritto che il nome Cardoso in qualche modo richiamava la mia identità ebraica e, a pensarci ora, mi sembra molto significativo, come se da questa identità, che io sento in modo laicamente forte, non riuscisse a sfuggire nemmeno il mio inconscio. Sì, l’identità è un tema che attraversa da sempre la mia scrittura. L’essere una donna ebrea che vive in Italia, immersa e partecipe del mondo che mi circonda, nel quale coltivo interessi, legami, appartenenze, mi ha posto più volte di fronte all’interrogativo “che cosa sono?” e la risposta non è sempre stata lineare. Adesso, di fronte a questo orrendo rigurgito di antisemitismo, avverto più forte e caratterizzante la mia identità ebraica. È forse assurdo, ma è il malessere profondo che provo a definire in parte ciò che sono.

La memoria da sempre, nel nostro Paese, è a rischio di manipolazioni e dimenticanze. Oggi secondo te ha fatto davvero i conti con il passato del fascismo?

Non so se l’Italia abbia fatto i conti con il fascismo. È un discorso complesso, ma certamente avverto che la memoria di quello che è stato è un po’ evaporata, non solo per il passare del tempo ma perché quel periodo storico si è prestato a manipolazioni e distorsioni; anche delle leggi razziali la gente comune sa ben poco e non se ne interessa affatto. È più facile liquidare la riflessione affermando che ormai è passato, ma come si sa la storia è destinata a ripetersi se non ci si interroga autenticamente sul suo senso.

In un tuo precedente lavoro hai raccontato in forma romanzata la tua vita, quando da bambina sei stata costretta a fuggire dalla Libia. In questa nuova prova, invece, ti occupi di una storia molto italiana. Se confrontiamo i due romanzi, potremmo dire che si tratta delle due metà che hai dovuto mettere insieme, quando sei arrivata in Italia?

Beh, avevo voglia di cimentarmi in un romanzo che prescindesse totalmente dalla mia storia personale e dalla mia ebraicità. Anche se questa forse rientra attraverso il tema della memoria, che l’ebraismo coltiva con cura, e nella quale il mio protagonista, Jacopo Cardoso, apre degli squarci, per vedere le cose da vicino, nel loro tragico svolgimento. Bello il suggerimento che i miei romanzi “Qual è la via del vento” e “La colpa di tacere” rappresentino due realtà che mi appartengono e che si fondono insieme: una storia ebraica e una vicenda prettamente italiana. Sì, forse, senza che ne fossi consapevole, anche perché ero una bambina, ho dovuto mettere insieme due identità, quella ebraica, certamente messa a dura prova ma anche rafforzata dalle vicende degli ebrei di Libia nel 1967, e quella italiana in cui mi riconosco pienamente. Due parti che dentro di me coabitano serenamente.

Tu sei una giurista molto affermata, avvocata che per meriti è stata nominata consigliere di Cassazione. È difficile chiudere i codici e inventare storie che diventeranno dei romanzi?

No, non mi è stato difficile chiudere i codici, liberare la fantasia e prestare ascolto alla voce interiore che mi spingeva a scrivere romanzi.  Quando, anni fa, fu pubblicato un mio testo di diritto sull’imputabilità nel processo penale, ossia sulla capacità degli autori di reati, spesso efferati, di rispondere delle loro azioni se capaci di intendere e di volere, mi ripromisi che avrei scritto di narrativa. Troppo stretti e vincolanti mi sembravano i binari segnati dalla riflessione giuridica, avvertivo il bisogno di “viaggiare” con altri mezzi.

Da ebrea, come vivi questo periodo di forte ostilità verso Israele che si respira anche in Italia?

Lo vivo in modo drammatico. È un’ostilità che mi fa male, anche fisicamente, perché l’avverto intrisa di pregiudizi, di ignoranza e di becera propaganda. Ma anche questo è un discorso complesso, che a volte vivo con ambivalenza, perché il mio legame profondo con Israele mi spinge a preservarne a tutti i costi l’immagine di un Paese ispirato a forti principi etici. Continuo a voler credere che sia così.

E come immigrata da un Paese straniero, come vedi il modo con cui si affronta il tema dell’immigrazione oggi in Italia?

Non so come possa essere fronteggiato il problema dell’immigrazione e, soprattutto, temo che l’integrazione, così tanto sbandierata, si riveli un mero slogan, una mera illusione e non solo per le mancanze dello Stato ma proprio per questioni identitarie. Ci sono gruppi che non rinunciano affatto alla specificità della loro identità e questa può rivelarsi in contrasto con i principi e i diritti che abbiamo faticosamente conquistato.

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